Il senso del dolore
Scrive Eschilo: "Il dolore è un errore della mente"
La
morte è dolore. Pure se sublimata da varie religioni e da filosofie
consolatorie. E continuiamo a dire di chi muore: ha finito di soffrire. Non è
che ha finito di soffrire, è che non c'è più.
Il dolore non ha
alcuna funzione catartica. E non insegna niente.
È fisicità, e nella
sua fisicità va affrontato. È corpo, è carne, è ossa. Distrugge, annienta,
massacra e incattivisce. L'ho avuto da piccola, l'ho avuto da adulta.
Ma ci crediamo in
dovere di dire: il dolore mi ha reso migliore.
Io no. Io sono
peggiore.
Silvia Delaj Milano
sedelaj@virgilio.it
Vede, cara Silvia, quando si discute ciascuno sostiene la
propria opinione: o portando argomenti a favore della propria tesi o, quando
non si hanno argomenti, sovrapponendo le voci come spesso capita nei dibattiti
televisivi. Lo scopo che mi sono proposto nelle mie risposte in questa rubrica
non è quello di aderire o confutare un tesi, ma di indicare lo sfondo a partire
dal quale le diverse tesi si giustificano. È a questi sfondi che dobbiamo
pensare, non alle risposte. E anche se so che tutti sono affamati di risposte,
sono convinto che la cosa più importante sia quella di radicalizzare le domande
per scoprire quale segreto esse custodiscono. E questo perché, come diceva
Oscar Wilde, "se hai trovato una risposta a tutte le tue domande, vuol
dire che le domande che ti sei posto non erano giuste".
Nel caso della sua domanda che chiede se il dolore abbia un
senso o ne sia del tutto privo, se rende migliori o peggiori, più utile che
schierarsi da una parte o dall'altra è andare a scoprire da quali scenari
nascono questi due convincimenti, dopodiché ciascuno è libero di collocarsi
dove si sente più a casa, avendo però guadagnato in questo modo la
consapevolezza a quale scenario culturale appartiene.
Incominciamo col dire che nel dolore siamo insostituibili
per la semplice ragione che siamo insostituibili nella morte, di cui il dolore
è un'anticipazione, perché è sottrazione di vita, sua estenuazione, riduzione
della sua espansività, suo ripiegamento. Della morte, poi, non ci addolora
l'evento, ma la consapevolezza della sua ineludibilità e quindi l'attesa di cui
il dolore è l'avvisaglia. Non soffriamo, infatti, solo del male fisico o
psichico che ci tocca, ma soprattutto del suo segnale premonitore. Patire
significa infatti subire quel che non si può scegliere. Per questo la pazienza,
che è l'arte del saper patire, è virtù riconosciuta ai pazienti, non tanto
perché si attende la guarigione prossima o ventura, quanto perché si è
consapevoli di non poter evitare la propria sorte mortale.
Qui si dividono Oriente e Occidente. L'Oriente dice che il
dolore in cui si esprime la caducità dell'esistenza non ha una sua realtà, ma è
solo apparenza. Essa nasce da un'errata posizione assunta nei confronti
dell'esistenza, per cui è sufficiente cambiare atteggiamento nei confronti del
mondo, rinunciare ad esempio alla dimensione volontaristica che vuol dominare
tutte le cose, e il mondo del dolore appare per quello che è: pura apparenza.
L'Occidente, al contrario, è persuaso che la caducità
dell'esistenza non è apparenza, ma realtà, da cui il dolore scaturisce come sua
conseguenza. A questo punto le due grandi visioni del mondo, quella greca e
quella giudaico-cristiana, dalla cui confluenza l'Occidente è scaturito,
divaricano.
Per la tradizione giudaico-cristiana il dolore è la
conseguenza di una caduta dovuta a una colpa, che chiede riparazione ed è
suscettibile di redenzione. In questa visione il dolore è castigo e ad un tempo
evento purificatore. Come tale concorre alla redenzione e alla salvezza. In
questa prospettiva il dolore non è costitutivo dell'esistenza, ma della colpa
originaria e insieme mezzo di redenzione. A partire da questa visione del mondo
il dolore è riscattato dalla sua negatività assoluta, e in qualche nodo
positivizzato se affiancato dalla fede e dalla speranza.
Per la cultura greca, invece, il dolore non è la conseguenza
di una colpa, ma è il costitutivo dell'esistenza, di cui bisogna accoglierne
per intero la caducità, senza illudersi con speranze ultraterrene o con ipotesi
di salvezza da colpe originarie. Accolta la caducità dell'esistenza, occorre
imparare a vivere tutta l'espansione della vita e tutto il suo rattrappimento,
perché questa è la condizione del mortale che nessuna narrazione può
modificare. A partire da questa visione del mondo, che non conosce speranze
salvifiche e concomitanti disperazioni, si può guadagnare quella temperata
saggezza che ci consente di reggere il dolore e, entro certi limiti, dominarlo.
Come vede l'interpretazione del dolore dipende dalle nostre
idee che non sono, come lei dice, "forzatamente o pretestuosamente
preconcette", ma connotano l'ambito culturale in cui siamo cresciuti e siamo
stati educati, e da cui possiamo anche uscire, ma solo per entrare in un'altra
visione del mondo. E questo perché noi non abitiamo il mondo, come crediamo, ma
solo la nostra visione del mondo. Ed è con la nostra visione del mondo, e non
con le risposte che ansiosamente andiamo cercando, che dobbiamo fare i conti.
D web 16/01/10

Precedente: Le false credenze: come si alimentano e perché le alimentiamo

