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Il ritorno della saggezza

Nell’Italia della gerontocrazia monta l’astio verso gli anziani. Dimenticandone le virtù. Viaggio alla ricerca di un impossibile equilibrio.

 

 

Con Topo Gigio ci sono riusciti. Qualche mese fa ha compiuto sessant' anni, e lo Zecchino d' Oro l' ha licenziato in tronco: «Troppo vecchio». Ma dev' essere una cosa che riesce solo coi pupazzi. In Italia, dove più di metà della classe dirigente è over60, il disprezzo diffuso per la gerontocrazia è pari soltanto alla capacità dei gerontocrati di resistere ben saldi ai posti di comando. Quella tra generazioni è ormai una guerra di trincea: molta potenza di fuoco e nessun movimento. E nelle trincee, si sa, la rabbia impotente si converte in odio, e l' odio non ha sfumature, non concede nulla al nemico. Le virtù associate per millenni all' ultima età della vita finiscono svalutate, cancellate, negate alla radice. Prima fra tutte, la saggezza. Niente più vecchi saggi nell' Italia dell' ascensore sociale bloccato. Solo vecchi ingombranti.

La parola anziano, oggi, ha solo sinonimi negativi. Al punto che l' Auser, la più grande rete di anziani attivi (270 mila soci, 1412 circoli) ha deciso di liquidarla. «La nostra nuova campagna associativa parlerà solo di senior - annuncia il presidente Michele Mangano - è necessario abbandonare un vocabolario ormai segnato dalla svalutazione». Ma ci vuol altro. In Spagna, coi suoi 81 anni, il señor Alberto Oliart è sicuramente anche un senior, ma quando in novembre è stato nominato presidente della tivù pubblica le polemiche sull' attitudine di un viejo a ricoprire un incarico così prestigioso hanno passato il livello di guardia.

Cambia anche il vocabolario L' associazione Auser ha liquidato la parola "anziano" È stata sostituita con "senior" Per gli economisti "il ricambio è una perdita netta se semplicemente sostituisce un pensionato con un giovane" Al punto che le associazioni iberiche della terza età hanno dovuto emettere proteste ufficiali: «Non è accettabile che si possa ridicolizzare una persona solo per la sua data di nascita».

Ma Churchill aveva 70 anni quando piegò Hitler, Adenauer rialzò la Germania prostrata con le forze di un 73enne, e Giovanni XXIII ribaltò la Chiesa con un concilio a 81 anni suonati. Oggi l' età media delle cinque più alte cariche della Repubblica italiana è di 69,8 anni: già troppo? L' età media dei senatori, cresciuta fino a sfiorare i 60 anni, è forse eccessiva a fronte di un' età media dell' elettore italiano che è di 48 anni? Eppure viene citata dai pamphlet anti-geronti come indice di decadenza, indipendentemente dal fatto che il Parlamento funzioni bene o no.

Che ne è stato allora della "bella vecchiaia", l' età che papa Wojtyla definì «il finale di una grande sinfonia»? Se il tempo è denaro, ora si preferisce il cash flow giovanile al capitale accumulato dai veterani, ecco cosa. E quando è successo? Non molto tempo fa. Nel 1984 l' ottantottenne Sandro Pertini fece sapere di non sentirsi troppo vecchio per un eventuale secondo mandato al Quirinale; nel 2006 l' ottantaseienne Carlo Azeglio Ciampi declinò l' ipotesi esprimendo una convinzione diametralmente opposta. Diverse personalità? Forse, ma è cambiato anche il clima. Un po' di indizi? L' ironia sui senatori a vita che si permettono di votare pro o contro un governo è stata pesante. Su Facebook fioriscono gruppi come "Gerontocrazia maledetta". L' agenzia pubblicitaria Cayenne vince un concorso nazionale con una «campagna di utilità sociale» paradossale e sarcastica, finti ex-voto di giovani manager che ringraziano per l' eliminazione miracolosa dei loro colleghi vetusti, disegnata da creativi trentenni «sicuramente molto motivati», sorride il loro capo Giandomenico Puglisi. Il Times descrive l' Italia come un «paese di ottantenni nominati da settantenni». Su quattro denunce di mobbing, una ha per bersaglio un collega di età avanzata. A Milano il Pd ha proposto lo sbarramento anagrafico: limitare al 10% la presenza di over-70 tra i manager delle aziende municipalizzate.

La soglia anagrafica pura e semplice è diventata il problema. Lucidità, esperienza, entusiasmo, successi, merito personale non sono più virtù spendibili. Non è certo per tracollo psicofisico che Giulia Maria Crespi, 83 anni, ha abbandonato la presidenza del Fai, ma per «lasciare il posto ai giovani» (cioè a La rivincita dei una 53enne). "Saggio" è ora chi si fa da parte, chi si arrende al calendario brandito come una mannaia da chi, al piano terra, aspetta impaziente l' ascensore libero. Chi non lo fa, è un testardo da convincere. A Bologna l' Università più vecchia d' Occidente ingaggia una battaglia legale per il pensionamento di ben 150 docenti anziani, proprio mentre riunisce i suoi luminari in un dorato "Club degli emeriti". Lo storico Paolo Prodi, che va per i 78, è tra questi: «Sono in pensione, l' ateneo mi dà una scrivania, ma a me piacerebbe insegnare. Mi chiamano in giro per l' Europa a far conferenze, ma non posso tenere un corso nel mio ateneo», annota malinconico. «C' è qualcosa che non va». È come rinunciare a una biblioteca, professore? «Noi vecchi prof non siamo solo archivi di sapere, è una definizione che sa di muffa. Siamo una risorsa di memoria contro il rischio della dittatura del presente. Ingombranti? Ma io rinuncio volentieri al potere accademico, non parteciperò alle commissioni di concorso, però penso di poter ancora trasmettere conoscenza. Pare che non si possa... ».

Perché? Cosa lo impedisce? "Troppo vecchio", che significa? «L' ottantenne di oggi non è l' ottantenne di vent' anni fa», rivendica Niccolò Marchionni, presidente dei geriatri italiani. In geriatria «è successa una cosa imprevista: non si è allungata solo la speranza di vita, ma anche quella di vita attiva e funzionalmente adeguata. Non si è invece adeguata l' opinione comune su quando comincia la decrepitezza». Ma un ottantenne ha davvero la stessa agilità mentale di un trentenne? «No, le sue capacità di decisione rapida si attenuano, ma vengono compensate dalla ponderazione, dalla pazienza, dalla serenità di giudizio». La saggezza è conoscenza collaudata, è l' arte di porre i problemi, è più che la semplice sapienza, è «saper vedere le cose di profilo», ha riassunto Eugenio Scalfari. Si dice che se i golden boys della finanza creativa fossero stati un po' meno boys non ci troveremmo in mezzo alla crisi più fetente dal 1929. «Io dico solo: niente scuse. Chi vuole mandare via gli anziani dai posti di responsabilità sia sincero, dica i veri motivi, non si nasconda dietro la scienza medica».

"Troppo vecchio" è un giudizio sociale, non biologico. Ed è il risultato di una difficile congiuntura storica: l' incrocio fra l' esplosione della longevità di massa e la crisi dell' occupazione. Quando i "vecchi saggi" erano pochi, li si copriva volentieri di reverenza. Ora che sono tanti, la torta è piccola e chi è già seduto a tavola viene visto come l' accaparratore delle fette migliori. La soluzione ideale sarebbe la mobilità funzionale alla fine della carriera: il veterano dovrebbe lasciare il posto esecutivo ai giovani e assumere un ruolo di orientamento, formazione, tutoraggio. Ma quel ruolo non è previsto, e si resta avvitati dove si è. Allora gerontocrazia diventa solo il grido di battaglia dei nuovi arrivati in un mercato del lavoro bloccato, dove l' unica speranza di trovar posto è cacciare via chi ne occupa uno.

Del resto, le leggi dell' economia dicono che un bene largamente diffuso perde valore. La saggezza di massa è una moneta inflazionata? Renzo Scortegagna, sociologo all' Università di Padova, studia i gap generazionali nelle aziende, e reagisce a questa deriva: «La saggezza è un valore produttivo. L' esperienza non è solo un know-how aggiornatissimo. Un dirigente anziano è un patrimonio di "competenze tacite" che sarebbe un suicidio economico buttare via. Il ricambio generazionale ha senso se crea sviluppo e nuova occupazione, ma è una perdita netta se sostituisce semplicemente un vecchio con un giovane. Se la somma resta zero, cosa ci guadagna una società eliminando gli anziani?».

Forse ha ragione l' economista Stefano Zamagni quando ironico afferma che «è ormai invecchiato il concetto stesso di vecchiaia». Le età della vita fissate dalla rivoluzione industriale (infanzia improduttiva, adolescenza di preparazione, maturità di lavoro coatto, anzianità di riposo pure coatto) sono implose, i confini si sono spostati come dopo un terremoto. La letteratura sociologica considera ormai "soglia a rischio di emarginazione" dal mercato del lavoro l' età di 45 anni. Significa che metà della vita attiva è confinata nell' area del "peso per la società". Con conseguenze schizofreniche: ci chiedono di restare al lavoro il più possibile per non schiantare il sistema previdenziale, ma da una certa età in poi non siamo più considerati veramente utili, anzi ci fanno sentire ingombranti e onerosi come gli assistiti di Villa Arzilla. «È un' aberrazione - si ribella Maria Luisa Mirabile dell' Ires-Cgil - ci sono anziani dinamici e giovani immobili. Esistono conoscenze e abilità che è più facile spendere e perfino acquisire in età adulta. Certo che si invecchia, ma si può essere "troppo vecchi" per un genere di incarico però adattissimi per un altro».

Il nuovo nome della saggezza, sociologicamente corretto,è invecchiamento funzionale: l' anziano giusto al posto giusto. Il suo opposto è l' ageismo, versione aggressiva del giovanilismo. Il cui antidoto è la geragogia, pedagogia e promozione dell' anzianità di successo. La sua arma di riscatto è l' age neutrality, equivalente anagrafico delle "pari opportunità" tra uomo e donna, che potrebbe tradursi nell' obbligo, anche di legge, di escludere l' età dai criteri "sensibili" per il reclutamento lavorativo e la carriera, lasciando solo talento e capacità individuali. E chi ha ancora benzina per fare strada, sia libero di farla. Per secoli la saggezza ha cercato la sua metafora nel negozio del barbiere: i capelli bianchi. Oggi potrebbe trovarla nel salone delle auto usate: dove, si sa, non contano gli anni, ma i chilometri.

 

http://www.repubblica.it     31 dicembre 2009  

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