Il rifiuto totale della violenza fa prosperare la razza dei violenti
Una lettera del 1993: “Sono un uomo pacifico, non un pacifista assoluto Se per strada vedo un uomo che maltratta un bambino, devo stare a guardare?”
Caro prof. Peyretti, da tempo, da quando ho ricevuto la sua lettera della fine
di luglio, rimugino questa risposta. Non si preoccupi: non rispondo per
cortesia, né tanto meno per obbligo, ma per il bisogno e il piacere di
chiarirmi le idee.
Sono, o credo di essere, un uomo pacifico, ma non sono, e mi considero sempre
meno, un pacifista assoluto, come lei e i suoi amici. (Sono, se mai, un
pacifista relativo, ma questo è un lungo discorso che faremo se mai una
prossima volta). (Non sono, del resto, né un liberale assoluto, né un
socialista assoluto non essendo l’assolutismo una mia categoria mentale). Come
uomo pacifico, o, se vuole, come uomo di pace, non ho mai portato armi, neppure
durante la
Resistenza. Agisco generalmente da non violento, pur col
dubbio che la mia non violenza sia stata spesso quella del debole e non quella
del forte.
Personalmente, come individuo singolo, sono, ripeto, un uomo pacifico. Ma io
non sono solo al mondo. Vivo con altri, con moltissimi altri, con tutti gli
altri. La massima che seguo: «Meglio morire come Abele che vivere come Caino»
vale per me, come uomo singolo, che può decidere liberamente del proprio
destino. Ma vale anche per me, come uomo che vive in società, in una società in
cui non posso chiudere gli occhi (e se li chiudo è soltanto per viltà) di
fronte all’esistenza di uomini e gruppi violenti (e lo stesso vale nella
società degli Stati)? Sono per la strada: a un tratto vedo un uomo che
maltratta un bambino. Siccome sono un non violento sto a guardare? Non
intervengo, non corro a chiamare la polizia che so in anticipo che userà
violenza contro il violento? lascio che il bambino venga maltrattato e il
violento rimanga impunito?
Possibile che non venga mai il sospetto al pacifista assoluto che il rifiuto
totale della violenza contribuisca a far prosperare la razza dei violenti, e
finisca per aumentare la violenza nel mondo? (L’oppressione non è una forma di
violenza continuata?).
Lei sembra addirittura dar credito a coloro che mettono in dubbio la giustezza
della guerra contro Hitler. Lei è allora disposto ad accettare le conseguenze
di questo aspetto del continuato revisionismo di questi anni – che io considero
stolido e irresponsabile: «Meglio nazisti che morti»?
Ripeto: io posso decidere di me quello che credo. Ma non posso decidere quello
che voglio in un mondo, che è stato dominato, come lei stessa riconosce, dalla
volontà di potenza. Se i Serbi, una volta vinta la guerra nell’ex Jugoslavia,
pretendessero anche Trieste, come ci comporteremo? Lasciamo fare perché siamo
pacifisti, e invocheremo l’art. 11, ecc. ecc. Lei non pensa che dichiarare sin
d’ora che noi non combatteremo, incoraggi l’aggressore? Lei non pensa che
l’etica delle buone intenzioni, anzi buonissime, non debba essere accompagnata,
nei rapporti di convivenza, dall’etica della responsabilità? A proposito del
disarmo, cavallo di battaglia dei pacifisti: che io butti via le mie armi non
serve a niente. Né serve a qualche cosa che le buttino via tutti tranne uno,
perché quest’uno diventerà il padrone della terra.
Continuare a dichiarare il proprio pacifismo assoluto serve a salvare la
propria anima. Serve anche a salvare il mondo?
Alla base del nostro dissenso c’è forse la sua affermazione che le tendenze
dominatrici e distruttrici sono patologiche e non fisiologiche nella natura
umana. Tanto lei che io sappiamo ben poco della natura umana. Ma dalle
testimonianze della storia e dei fatti che abbiamo tutti i giorni sotto gli
occhi, sarei più prudente, o almeno distribuirei in parti eguali quello che
appartiene alla grandezza e quello che appartiene alla miseria dell’uomo. In
questi giorni i giornali ci danno contemporaneamente notizia della nobile gara
di solidarietà per salvare qualche bambino di Sarajevo, e della brutale
uccisione nelle grandi città del Brasile dei «bambini di strada», come fossero
topi. Che cosa è più fisiologico, che cosa è più patologico?
Accolga i miei più cordiali saluti, e i miei ripetuti rallegramenti per il
foglio .
Breuil-Cervinia, 16 agosto 1993

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