Il rasoio di Nick Clegg
La maledizione che grava sui vincitori delle guerre è questa, sempre. Arriva il giorno in cui il piedistallo sul quale troneggiano vacilla, e il trono stesso si rivela finto.
Quel che sta accadendo nel Regno Unito è una storia
importante perché in essa ci siamo anche noi, e l’Europa, e l’America. È la
storia di una grande illusione che s’infrange, e del fascino che hanno
esercitato, specie in Italia, persone come Margaret Thatcher e Tony Blair. È la
storia di un terzo uomo, che in queste ore sta infiammando il suo Paese e ha
deciso di far scoppiare la bolla inglese.
Molte ragioni spiegano l’ascesa di Nick Clegg, il candidato liberal-democratico
che scompiglia l’Inghilterra alla vigilia delle elezioni del 6 maggio. Lo
scompiglio è dovuto in parte alla crisi del 2007-2009: ovunque, essa sovverte
pronostici, calcoli, abitudini. In Gran Bretagna, demolisce certezze decennali:
un laburismo chiamato «nuovo», che per 13 anni è vissuto del modello Thatcher;
un partito conservatore che è figlio dello stesso modello, pur esibendo la
maschera modernista di David Cameron.
Ma ci sono motivi più antichi, profondi. Quel che scricchiola, per la prima
volta, è l’identità postbellica dell’Inghilterra, è il suo rapporto con
l’Europa e l’America. Su questi e altri temi, il linguaggio di Clegg è come un
vento forte e insolito: ha toni eretici, e per i connazionali più che blasfemi.
Per certi versi, la sua ascesa somiglia a quella di Obama.
Nell’immobile firmamento delle certezze britanniche è apparso un guastafeste,
che dice verità scomode: come Al Gore sul clima, come Obama sulla razza. Clegg
non ha la straordinaria scaltrezza di Obama né la sua eloquenza, ma anch’egli è
un outsider. È un europeista: il che vuol dire, per gli inglesi, un alieno.
Quando sulla Manica scende la nebbia, non è convinto che il continente sia
«tagliato fuori», come titolò un giornale nel 1940. È convinto che sia Londra a
tagliarsi fuori con le proprie mani. Tanti inglesi sembrano aver sete di
verità, sconveniente o no. Migliaia di giovani potenzialmente astensionisti
stanno correndo a registrarsi per il voto. I giornali parlano di cleggmania.
Le verità di Clegg è altamente sgradita da laburisti e conservatori, perché non
solo spezza un duopolio ma svela le menzogne di cui esso si nutre. Svela la
bolla della potenza inglese, innanzitutto, con disinvoltura iconoclastica. In
sostanza dice questo, agli elettori e a noi europei: le potenze vincitrici
dalla seconda guerra mondiale sono in declino, perché la vittoria stessa le ha
ossificate, ingabbiandole nell’illusione. Sia America che Inghilterra hanno
dormito su quegli allori, persuase che la loro supremazia mondiale fosse
imperitura e che ancora esistesse la sovranità assoluta dello Stato-nazione.
Ambedue hanno una storia imperiale alle spalle, che complica il congedo dal
nazionalismo occultandone le insidie.
La megalomania inglese ha assunto proporzioni grottesche, secondo Clegg. In un
articolo scritto sul Guardian il 19 novembre 2002, la profanazione del tempio è
stata radicale. Il Regno Unito è accusato di arroganza nazionalista, il suo
disprezzo per l’Europa e soprattutto per i tedeschi è ridicolizzato. L’articolo
conclude: «Tutte le nazioni hanno una croce da portare, e nessun Paese più
della Germania, con le sue memorie del nazismo. Ma la croce inglese è ancora
più insidiosa. Un mal riposto senso di superiorità, sostenuto da illusioni di
grandeur e da una tenace ossessione dell’ultima guerra, è qualcosa di cui ci si
libera molto più difficilmente. Abbiamo bisogno di essere rimessi al nostro
posto». I giornali vicini alla destra, imbestialiti, ritirano fuori l’articolo
e accusano Clegg di tradimento.
Eppure la storia lo conferma: ricostruirsi e ripartire è spesso più arduo per i
vittoriosi che per i vinti. I secondi hanno di fronte a sé una montagna, devono
riesaminare se stessi, agguerrirsi per uscire dalla prova vivi e liberi. I
primi non hanno davanti a sé che pianure verdi, apparentemente eterne, ignare
di baratri. L’Inghilterra è in caduta libera da decenni, ma infinita è la
fatica di aprire gli occhi. L’operazione di Clegg è quella di Buñuel nel Chien
Andalou: nel cielo una nube solca la bianca luna, ed ecco la camera si sposta
su una pupilla femminile tagliata dal rasoio, perché l’occhio infine veda (il
film esce nel 1929, anno della grande crisi).
Anche il rasoio di Clegg è affilato: smaschera la chimera inglese, la stoffa di
cui è fatta, le condotte drogate che secerne. Hanno questo fondamento chimerico
le relazioni privilegiate con l’America, il desiderio di ostacolare l’unità in
Europa come se ancora fossimo agli inizi del ’900. Margaret Thatcher e Blair
sono stati i due campioni della grande illusione, e le elezioni del 6 maggio
sono in realtà un giudizio su di loro, sui falsi miti che hanno fabbricato in
trent’anni. Ambedue hanno creduto nella sovranità inviolata della nazione,
coltivando con l’America quella relazione speciale che era la linfa vitale del
mito. Clegg sconcerta perché annuncia che l’imperatore, nudo, non è più
prediletto ma «asservito alla potenza Usa» (Daily Telegraph, 29-1-2010). Negli
anni di Blair, «l’Inghilterra ha agito come un passivo Stato satellite»: ha
partecipato all’illegale guerra in Iraq, ha «vergognosamente taciuto» sulle
torture a Guantanamo, sulla deportazione dei sospetti di terrorismo nelle
prigioni segrete all’estero (l’eufemismo usato è extraordinary rendition, consegna
straordinaria), sulla guerra israeliana a Gaza, sull’obsoleta atomica inglese.
Non si è accorta che Obama punta su Londra solo se essa rafforza l’unione nel
vecchio continente, «in modo che l’America possa parlare all’Europa come a un
unico soggetto». La preminenza globale americana ha ceduto il passo a un mondo
in cui contano Cina e India, nuove superpotenze dell’Oriente, e ciò rende
Britannia ancora più piccola. Nel secondo dibattito televisivo, giovedì scorso,
Clegg ha difeso l’Unione europea perché «size does matter», la dimensione
geografica non è irrilevante in una terra che cambia.
Il vincitore inglese che riposa sugli allori non vede neppure le difficoltà
crescenti della propria democrazia. Non solo la sua atomica è obsoleta ma anche
il suo bipartitismo, che ha finito col perpetuare status quo e chimere,
nascondendo le mutazioni avvenute dentro casa oltre che fuori. Sono anni che
gli inglesi hanno smesso di concentrarsi sul duopolio, scegliendo una
moltitudine di partiti d’altro colore o l’astensione. È quello che rende non
solo ingiusta ma inefficace la loro legge elettorale, rigidamente
maggioritaria. Secondo il presente sistema (lo stesso che vorrebbe introdurre
Berlusconi in Italia, per l’elezione del Presidente della Repubblica) il
partito che prende più voti si conquista una smisurata maggioranza, senza dover
negoziare alcunché con altre forze rappresentative.
Tutto va bene se altre forze non esistono, come nell’Inghilterra degli Anni 50.
Allora, solo il 2 per cento degli elettori sceglieva partiti estranei a
conservatori e laburisti. La snodata società odierna non si esprime più così.
Nelle elezioni locali del 2009 il 40 per cento degli elettori ha votato partiti
diversi, fuori dal duopolio, e nelle ultime politiche 6 milioni hanno preferito
i liberali. Tanto più assurde diventano le vecchie regole: il Labour ha
ottenuto un’enorme maggioranza parlamentare con poco più del 22 per cento dei
voti. I liberali, con un quarto di elettori, hanno meritato solo 10 deputati. È
il motivo per cui Clegg ha poche possibilità. Ma può disturbare parecchio:
Gordon Brown ha già assicurato una mini-riforma del sistema elettorale, e le
urne potrebbero incoronare un premier che senza liberali non sarà in grado di
governare.
La maledizione che grava sui vincitori delle guerre è questa, sempre. Arriva il
giorno in cui il piedistallo sul quale troneggiano vacilla, e il trono stesso
si rivela finto. Il modello economico della Thatcher è fallito. Quello del
Nuovo Labour pure, a meno che Brown non lo resusciti, magari non stavolta ma la
prossima. Blair ha creato questo marasma (la pace in Irlanda è probabilmente
l’unico suo successo politico). Ha distrutto la socialdemocrazia e i suoi
principi, per consegnare l’una e gli altri ai liberali e al loro terzo uomo.
http://www.lastampa.it 25/4/2010

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