Il progresso è finito al futuro serve l’eco-scienza
E’ arrivato il momento di usare il potere della tecnica per altri obiettivi, più sostenibili. Una sorta di eco-scienza per tutti
Il concetto di "Natura" è entrato nel nostro vocabolario con un´aura
di santità: indicava la
Creazione divina e, come tutto ciò che è divino, evocava
l´esperienza del «numinoso», ossia quel peculiare intreccio di terrore, paura e
adorazione che, come nella celebre proposta di Rudolf Otto, costituì l´avvio
dell´idea di Dio e tutt´ora ne rimane la vera essenza. Per questa ragione la
"Natura" significava anche un qualcosa che torreggia al di sopra
della comprensione e del potere d´agire degli uomini, e con cui pertanto essi
non potevano trafficare: la
Natura, proprio come il Dio che l´aveva concepita e fatta
venire all´essere, doveva essere riverita e adorata. La semplice idea di
interferire o di immischiarsi con la
Natura era ritenuta al contempo inane, implausibile e
sacrilega. In verità, come ha mostrato il grande filosofo russo Mikhail
Bakhtin, le elevate catene montuose e gli sconfinati mari hanno indotto fin da
tempi immemorabili un «timore cosmico» che nella prospettiva di Bakhtin
costituiva l´origine di ogni fede religiosa.
L´idea di ri-produrre la Natura
allo scopo di costringerla a servire meglio le comodità degli uomini (idea
audace, insolente, presuntuosa e per molti blasfema) è nata assieme alla
modernità. La svolta moderna nella storia umana è stata equivalente, nella sua
essenza, a un progetto di ricambio manageriale, ossia l´intenzione di assumere la Natura, creata da Dio
benché lasciata dopo la
Creazione alle sue proprie vicende, sotto la gestione degli
uomini, per assoggettarne l´attività al controllo, alla progettazione e alla
programmazione da parte degli uomini.
Come ha sinteticamente affermato Francesco Bacone, uno degli araldi di maggiore
spicco dello spirito moderno, per comandare alla Natura occorre obbedirle. Il
presupposto implicito che rendeva questa ingiunzione tanto convincente quanto
attraente era che, una volta che gli uomini di sapere, ossia i praticanti della
scienza emergente, avessero stilato un inventario delle ferree regole che
guidavano i processi naturali, gli uomini avrebbero imparato a volgere tali
regole a proprio vantaggio: cioè a ottenere, in modo regolare e invariabile,
effetti positivi per il loro benessere, impedendo e prevenendo quelli dannosi e
indesiderabili. Gli uomini comanderanno alla Natura obbedendo alle sue leggi:
era questo in realtà ciò che voleva dire Bacone. Voltaire portò l´ingiunzione
baconiana alla sua conclusione logica dichiarando che il segreto delle arti è
di correggere la Natura.
Per la mentalità moderna tutto ciò che sta nel mondo è lungi
dall´essere perfetto e quindi può essere reso migliore. Niente è tanto buono da
non poter beneficiare di un´ulteriore correzione: cosa ancor più importante,
tutto agogna a venire corretto. Del resto non esiste niente che, in linea di
principio, gli uomini non possano correggere, prima o poi, se si armano della
conoscenza appropriata, degli strumenti giusti e di sufficiente determinazione.
Alla fine del Settecento a questo incessante sforzo di correzione è stato dato
il nome di "cultura". Esso rivendicava in questo modo come proprio
archetipo le antichissime pratiche dei coltivatori e degli allevatori, sebbene
esse potessero apparire limitate nelle loro ambizioni, quando le si accostava
alla grandiosità mozzafiato del progetto moderno. "Natura" (cioè la
condizione che non è frutto di scelta umana) e "cultura" (cioè tutto ciò
che gli esseri umani erano capaci di fare per adeguarsi meglio ai propri
bisogni e desideri) erano l´una contrapposta all´altra. Tuttavia la loro linea
di separazione veniva considerata eminentemente flessibile e soggetta a
spostarsi: si riteneva infatti che il progresso della scienza e del know-how
umano fosse destinato ad ampliare il dominio della cultura, riducendo al
contempo con regolarità il volume delle cose e degli eventi che opponevano
resistenza all´intelligenza, all´astuzia e all´inventiva degli uomini.
Oggi, diversi secoli dopo, i tempi sono maturi per arrischiare quanto meno una
valutazione provvisoria, un "bilancio di carriera" di quest´ambizione
moderna di dominio della Natura. Le sensazioni che un tale bilancio susciterà
saranno a dir poco contraddittorie. Da una parte è lusinghiero per
l´intelligenza, l´acume e la laboriosità degli uomini, dato che la nostra
capacità di sfruttare le ricchezze della Natura e volgerle a nostro vantaggio
(si legga: di utilizzarle per aumentare la nostra opulenza e comodità) è
cresciuta enormemente, superando di gran lunga i sogni di Bacone. Dall´altra,
tuttavia, siamo ormai giunti pericolosamente vicini alla linea d´arrivo dei
progressi sostenibili e plausibili. Quanto più ci avviciniamo a tale linea,
tanto più diveniamo consapevoli della sua differenza radicale rispetto allo
"stato ultimo" di perfezione che Bacone e Voltaire avevano
immaginato. La presunta serie infinita di battaglie vinte contro la resistenza
della Natura ci ha portati davanti alla prospettiva (alcuni dicono:
l´imminenza) di perdere la guerra. Anzi forse, intossicati per aver vinto
questa lunga striscia di battaglie, abbiamo già raggiunto il punto di non
ritorno, che in questo caso significa che la sconfitta definitiva è ormai
divenuta una conclusione inevitabile e irrevocabile. […]
Più o meno una dozzina di anni fa due chimici di spicco dell´atmosfera, Paul
Crutzen e Eugene Stoermer, si sono resi conto che l´epoca geologica nella quale
si presumeva che vivessimo, quella nota con il nome di "Olocene", era
in ogni caso passata e che siamo entrati viceversa in un´epoca diversa della
storia, nella quale le condizioni planetarie sono plasmate dalle attività di
origine culturale della specie umana più che da qualsiasi forza naturale (per
esempio, in fattorie e altri luoghi selezionati da esseri umani si piantano
molti più alberi di quanti crescano nelle "foreste naturali". Negli
ultimi due secoli gli uomini hanno "sciolto" e rilasciato
nell´atmosfera un volume di carbon fossile che la Natura aveva impiegato
centinaia di milioni di anni per legare e ammassare). Crutzen e Stoermer hanno
suggerito che questa nuova epoca meriti il nome di «Antropocene», ossia «la
recente epoca dell´uomo». Ci sono voluti alcuni anni perché il resto
dell´establishment scientifico prestasse dapprima riluttante attenzione, e in
seguito ammettesse con crescente adesione la verità dell´intuizione di
Crutzen-Stoermer… «Attribuire una data precisa all´inizio dell´Antropocene»,
dicono Crutzen e Stoermer, «pare assai arbitrario, tuttavia proponiamo l´ultima
parte del diciottesimo secolo (…). Scegliamo questa data perché, nel corso
degli ultimi due secoli, gli effetti globali delle attività umane sono divenuti
chiaramente notevoli. Questo è il periodo nel quale i dati recuperati dai nuclei
dei ghiacciai mostrano l´inizio di una crescita nella concentrazione
atmosferica di diversi "gas serra" (…). Una tale data d´inizio
coincide anche con l´invenzione del motore a scoppio da parte di James Watt,
nel 1784…».
Il messaggio trasmesso dagli studi di Crutzen e dei suoi collaboratori e
seguaci dice che è molto tardi, ma non ancora troppo tardi, per cambiare la
direzione di tendenza dell´Antropocene e del culturale-che-si-fa-naturale. La
distruzione del pianeta non è (quanto meno finora) assolutamente una
conclusione inevitabile. I nostri nuovi saperi e il nostro impressionante
potere tecnico possono ancora venire reimpiegati per rendere il pianeta meno,
non più, vulnerabile, e per innalzare, invece che per diminuire, la qualità
della vita. Quel messaggio va inteso come un segnale d´allarme e una chiamata
alle armi. Il punto è, tuttavia, che non si deve oltrepassare il punto in cui
la chiamata alle armi si trasforma in una campana a morto…Come suggerisce il
termine stesso "Antropocene", l´agire umano è divenuto una forza
critica nel determinare il destino di un sempre più ampio spettro di sistemi
biofisici. Una conseguenza di questo spartiacque è che qualsiasi tentativo di
spiegare la condotta o di prevenire il futuro delle condizioni di vita sul pianeta
deve partire rivolgendosi all´agire umano culturalmente connotato. Come sempre,
quanto più grande è la vittoria (in questo caso, della cultura sulla natura),
tanto più grandi sono le responsabilità che ne conseguono.
Il nostro futuro è ancora in bilico, così come le opzioni aperte a tutti noi
che lo abbiamo a cuore. La giuria, come si suol dire, è ancora riunita. Ma
ormai è ora di rientrare con il verdetto. Quanto più a lungo la giuria resta
riunita, tanto più grande sarà la probabilità che sia costretta a scappare
dalla camera di consiglio perché sono finite le bibite fresche…
Traduzione di Daniele Francesconi
Repubblica 17.9.11

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