Il primo anno di Obama e un mondo antiamericano
Il sogno americano rischia di generare mostri. Ma il sonno europeo, che nello scorso secolo di mostri ne generò a sufficienza, non è alternativa decente.
Nel 2001 Bill Clinton consegnò a George W. Bush un mondo americano. Nel 2009 Barack Obama ereditò da Bush un mondo post-americano. Nel 2017 - se avrà completato due mandati - Obama vorrebbe evitare al successore l' incubo di un mondo anti-americano. Concertando con le potenze emergenti un nuovo equilibrio, centrato sull' America prima inter pares. Un po' più pari degli altri.
Un modo gentile, benevolo, suasivo per ristabilire l' egemonia a stelle e strisce. (...) E per strappare così gli Stati Uniti d' America alla dolente condizione in cui ha contribuito a precipitarli il suo predecessore: il numero uno, certo, ma non più il leader. Da superpotenza unica a superpotenza solitaria. Assai meno dominante di quanto sia mai stata dal 1945 a oggi. (...) Un impero indebitato fino al collo con i suoi competitori cessa di esser tale. Per definizione, l' impero è sovraordinato a qualsiasi altro attore. Non è nel sistema, è il sistema. L' America ereditata da Obama non è più il sistema ma non ha ancora stabilito se e come rientrare nel sistema. Non è il sistema perché non può proteggere i propri interessi senza curare quelli dei propri creditori/concorrenti. Cinesi e asiatici in testa. Rilutta a rientrarvi perché non si accetta come nazione normale, una fra le altre, solo più potente di tutte.
L' incubo del mondo anti-americano può essere esorcizzato solo rinunciando a perseguire il miraggio del nuovo secolo americano. Sia pure nella versione obamiana soft, che rinnega a parole- meno nei fatti - il muscoloso solipsismo di Bush. Il prezzo della «leadership tra pari» è la rinuncia all' eccezionalismo. Al nazionalismo internazionalista, ieri motore oggi eversore della potenza Usa. (...) Il declino dell' egemonia americana e il sorgere di nuove/antiche stelle asiatiche, lontanissime dall' Italia e dall' Europa per cultura e interessi, non promette bene per noi. In attesa dell' improbabile ordine poliarchico su scala mondiale, l' accentuata anarchia planetaria ci colpisce più di altri. Perché più di altri abbiamo bevuto le omelie sulle magnifiche e progressive sorti del pianeta globale. Sul «mondo piatto», omologato ai nostri valori, sulla fine della storia e sulla morte degli Stati. Traendone un sentimento di beata irresponsabilità.
Caduto il Muro di Berlino, abbiamo immaginato che gli interessi nazionali fossero un relitto del passato, giurato sul tramonto delle frontiere, postulato la nascita di un' Europa potenza civile, anticipatrice dei destini universali. Vent' anni dopo, i massimi protagonisti della scena mondiale sono Stati nazionali, fieri di esserlo. Le frontiere proliferano, disegnando dozzine di nuovi Stati o staterelli, patrimoniali più che nazionali. L' Europa non solo non è soggetto, ha cessato di essere progetto. Figuriamoci potenza, civile o incivile. Peggio, continua ad aggrapparsi alla gonna di mamma America, in tutt' altre faccende affaccendata. Ciascun paese europeo s' illude di disporre di un canale privilegiato con Washington. Come ai tempi della guerra fredda. Abbiamo sprecato vent'anni e rischiamo di sprecarne altrettanti. Mentre le decisioni sul mondo, e su di noi, vengono discusse ed eventualmente prese altrove. Senza o contro di noi. (...) Eppure solo l' Europa potrebbe aiutare l' America a inclinare verso quella moderazione geopolitica e ideologica che può rallentarne il declino, forse fermarlo.
Il concerto delle potenze mondiali sarebbe meno improbabile se i principali paesi europei reagissero alla malinconia dell' emarginazione infine costruendo l' Europa sovrana. Dotata della legittimazione democratica, delle risorse materiali - economiche e militari - dell' influenza culturale e delle ambizioni necessarie ad affiancare gli Stati Uniti nell' imperfetta gestione degli affari globali, insieme al «resto emergente». Per Washington sarebbe il miglior partner possibile, se davvero volesse emanciparsi dal dogma intenibile del burden sharing senza power sharing con cui ha contribuito ad annichilire l' Alleanza Atlantica, non traendone alcun profitto. Le stelle restanti, dalla Cina alla Russia e al Brasile, troverebbero nell' Europa potenza responsabile e consapevole dei propri limiti una garanzia di equilibrio. Utopia? Probabile. Ma è almeno altrettanto utopico immaginare che questa nostra parte di mondo possa assistere serenamente al proprio declino, quasi che pace, benessere e libertà fossero rendite eterne che la Provvidenza ci ha voluto elargire. Il sogno americano rischia di generare mostri. Ma il sonno europeo, che nello scorso secolo di mostri ne generò a sufficienza, non è alternativa decente.
http://www.repubblica.it 02 febbraio 2010

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