Il presidente delle promesse mancate
«L’incapacità di questo governo a mantenere le promesse è strutturale e irreversibile».
L’articolista del New York Times dipingeva in questi
giorni la situazione italiana con i colori cupi dell’emergenza rifiuti e la
collegava alla politica personalistica del presidente del Consiglio: «Ancora
una volta il Signor Berlusconi ha detto che risolverà il problema. Ma questa
volta le cose sono diverse: pochi lo credono». La caduta della fiducia è il
fatto contro il quale il presidente delle promesse deve fare i conti. E non
può ben sperare dopo aver per anni insistito a tranquillizzare e imbonire
promettendo di fare tutto lui, e di farlo senza perdite di tempo, anche a
costo di azzerare i controlli. La promessa del fare celere partorisce il
nulla, o meglio, partorisce una piramide di piccoli e grandi privilegiati che
vivono all’ombra di quegli azzeramenti delle regole, e che però non riescono
più a fare da cuscino tra il vertice e una massa sempre più grande di delusi
e miseri.
Le promesse hanno poco peso e vengono presto dimenticate quando riguardano
questioni che non incidono direttamente sul vivere quotidiano. Farle in
campagna elettorale è il mestiere dei politici. Ma è un’arte, non può essere
una burla; le promesse devono essere calibrate alle reali condizioni sociali
ed economiche. Anche le promesse elettorali devono avere un carattere
"possibile" e in questo senso realistico; solo così non sono
scambiate per frottole e servono a cementare la fiducia. Promesse credibili,
non promesse semplicemente: questa differenza si manifesta quando gli impegni
non mantenuti riguardano questioni pressanti della vita quotidiana, come lo
smaltimento dei rifiuti o la disoccupazione.
L’incapacità di questo governo a mantenere le promesse è strutturale e
irreversibile. Non è un incidente di percorso dovuto alla malevolenza dei
giornali, alle "persecuzioni" della magistratura, alla presenza di
comunisti in Parlamento. È un’incapacità strutturale perché sono troppi e
troppo pesanti i problemi personali che assorbono il tempo e le energie del
presidente del Consiglio e lo tengono lontano dal governo del paese. Un uomo
d’affari pensa, giustamente, ai suoi affari e usa tutte le competenze e i
mezzi che ha (e che la legge gli consente) per farli al meglio. Ma fare bene
gli affari degli altri per l’interesse degli altri è una cosa molto più
complicata – e soprattutto non riesce spontanea. La politica è un servizio
benché debba saper trattare, mediare e fare compromessi. La ragione
strategica è finalizzata al perseguimento di un "interesse" che non
direttamente di chi lo rappresenta, e soprattutto non è calcolabile in
termini di cash return. Ecco perché il profeta delle belle promesse finisce
fatalmente per essere un impostore che racconta fole agli occhi dei molti che
hanno avuto fiducia in lui.
Berlusconi, spiega un intervistato al giornalista del New York Times, ci ha
insegnato che si può comprare tutto, ma in effetti così non è; lui non può
comprare la fiducia tradita e nemmeno un modo celere per risolvere
l’emergenza rifiuti in Campania. A due anni e mezzo dalla sua ultima vittoria
elettorale, le sole cose per le quali ha operato quotidianamente sono state
le sue proprie: «È entrato in politica per risolvere le sue grane». Questo
spiega perché una maggioranza numericamente così forte non è riuscita a
produrre nulla di positivo. Le altre notizie, quelle che ancora in questi
giorni ritornano a riempire le prime pagine dei giornali, quelle dei
baccanali e dell’uso festaiolo delle ragazze (anche minorenni), sono una
costante di questo governo dei fallimenti. Una costante sempre più insopportabile
non solo per i naturali sentimenti di repulsione che provoca, ma soprattutto
per le forme di abuso di potere alle quali fatalmente si accompagna.
Ma giunti a questi livelli di degrado delle istituzioni, è il buon senso che
ci fa trarre le giuste conclusioni. La politica ha tutti i dati per formulare
il suo giudizio politico e fare il suo mestiere con competenza e coraggio;
per imporre un fermo e interrompere questo insopportabile degrado della vita
pubblica. Ci sono allo stato attuale tutti gli elementi per formulare un
giudizio ragionevole e obiettivo che distingua tra ciò che è scandalo da
rotocalco e ciò che compromette l’ordine istituzionale: questo governo
danneggia il nostro paese. Lo danneggia sotto molti aspetti, per parlare dei
quali un articolo non è sufficiente. Uno a caso: la sua immagine all’estero è
al di là del raccontabile e rischia di trascinare con se l’immagine
dell’intero paese, di tutti noi. Le tentazioni liberticide del governo contro
la stampa invitano a pensare che a minare la credibilità del nostro paese
siano i giornalisti: come se la conoscenza sia colpevole! Ma rovesciare le
carte e imbavagliare l’opinione pubblica è un’impresa disperata e volta
all’insuccesso, soprattutto quando una società si trova a dover fare i conti
con una crisi economica e istituzionale enorme.
Poiché non può non restare senza eco nella mente dei cittadini il fatto che
la condizione di privilegio di pochi (e di chi governa prima di tutto) debba
essere pagata con manovre aggiuntive alla finanziaria, licenziamenti,
decurtazione drammatica dei servizi e demolizione studiata della scuola
pubblica: per avere tutto questo vengono richiesti sacrifici. Quanto costa il
governo Berlusconi agli italiani? Se non sono gli scandali sarà il vaso colmo
di una politica fallimentare, ingiusta e senza visioni a scuotere l’opinione
pubblica.

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