Il presepe ungherese
Storie di vita vissuta - Napoli 1978
All’Orientale alla fine degli anni settanta, il titolare
della cattedra d’ungherese era il prof Laszlo Toth, un signore anziano, un
gentiluomo d’altri tempi.
Possedeva una cultura classica profonda, a tratti pignola, unita ad un amore
infinito per la letteratura ungherese.
Aveva studiato in Italia tra le due guerre e quando, a guerra ormai finita, un
carro armato sovietico - secondo lui in modo deliberato - aveva distrutto un
prugno del suo orto, decise di tornare a Roma dove aveva parecchi amici. Il suo
non è stato un gesto marcatamente politico; benché fosse di idee moderate
legate alla tradizione democristiana, era semplicemente una persona mite che
non riusciva a tollerare gesti di inutile distruzione, specialmente dopo anni
pieni di dolore e di morte. Voleva rimanere in Italia solo il tempo necessario
per vedere quale futuro si prospettava per l’Ungheria dopo il trattato di pace.
Gli accordi di Yalta, pur mettendo l’Ungheria nella zona d’influenza sovietica,
avevano previsto l’indipendenza ed elezioni democratiche, dunque lo spiraglio
verso uno sviluppo autonomo non era ancora del tutto sbarrato.
Nel 1948 però, quando il governo del fronte popolare rivolse un ultimatum agli
ungheresi residenti all’estero di rientrare in patria, Toth, memore ancora di
quello stupido gesto del soldato sovietico e perplesso dai racconti di altri
fuoriusciti, decise di rimanere a Roma. La sua permanenza dunque divenne esilio
a tutti gli effetti.
Amava l’Ungheria con la disperazione degli esuli e cercava di sublimare la
nostalgia con l’impegno culturale: aveva insegnato con competenza e dedizione a
centinai di studenti italiani. Una delle sue discepole è stata Marinella
d’Alessandro, traduttrice virtuosa e sensibile dei capolavori di Marai, ma la
lista completa sarebbe lunga.
Odiava i comunisti. La rivolta del ’56 non fece altro che aggravare il suo
astio perciò si era sempre rifiutato di riconoscere che il consolidamento
portato avanti da Kadar avesse cambiato profondamente il paese.
Per gli emigrati è importante rinnovare quotidianamente la scelta dolorosa
dell’esilio volontario, perciò preferiscono frequentare gente che vive la
stessa sofferenza, infatti, anche Toth guardava con diffidenza chiunque
arrivasse da oltrecortina senza essere dissidente, o contestatore del
socialismo reale.
Era diffidente anche nei miei confronti finché il suo libro autobiografico non
causò una svolta inaspettata nei nostri rapporti.
Lessi quel libro con curiosità, ma anche
con la superficialità dei giovani e non colsi nelle feroci ed esagerate
critiche del socialismo reale il suo disperato amore per l’Ungheria. Negli anni
settanta Toth continuava a parlare dello stalinismo, continuava ad odiare un
mondo che non esisteva più. Le mie osservazioni sui cambiamenti, sulle cose
buone che si stavano realizzando non servirono a fargli cambiare idea, anzi,
guastarono ulteriormente il nostro già non idilliaco rapporto.
Poi passai il libro a mia nonna, che non solo era coetanea del professore, ma
ambedue avevano fatto il liceo nella stessa città, a Gyor.
Nell’autobiografia, il professore dedicò un tenerissimo e pudico capitolo al
suo primo amore, indicando solo le iniziali della signorina in questione: I. O.
Non voleva “compromettere” nemmeno da distanza geografica e
del tempo la dolcissima ragazza dei suoi sogni giovanili.
Però la compromise lo stesso.
Ormai posso violare le regole della privacy, ormai tutti i protagonisti di
questa storia sono morti da decenni: forse sola ora, oltre i 50, posso
immaginare l’emozione della ormai quasi ottantenne Ildiko Osztovich, lontana
cugina di mia nonna, quando lesse il libro che nonna le spedì con l’espresso
raccomandato.
Quando raccontai al prof l’accaduto diventò rosso per la gioia mista a
vergogna. Lui, che anche dopo 40 anni vissuti all’estero parlava un ungherese
perfetto, di più, un ungherese splendido, quella volta riuscì solo a
balbettare.
- Come ? Lei è imparentata con gli Osztovich? Dio mio che mondo…-
E incredulo scosse la testa.
Da questo episodio in poi i nostri rapporti migliorarono sensibilmente. Lui
smise di considerarmi solo una specie di pronipote comunista di Attila e io
cercai ad essere più diplomatica parlandogli della “mia” Ungheria.
Dopo la laurea, rimasi all’Orientale nella fragile qualifica dello “schiavottello”,
così continuavamo a vederci spesso. Poi ad un certo punto smise di venire, i
viaggi da Roma diventarono sempre più pesanti per un uomo della sua età e poi
non gli piaceva molto il nuovo assistente rampante che da lì a poco avrebbe
occupato il suo posto, più per le sue “giuste” conoscenze che per meriti
accademici.
Poi il prof si ammalò e intorno a Natale l’andai trovarlo nella sua bella casa
di Roma, tappezzata di libri. Era diventato ancor più piccolo, ancor più
fragile e il suo sguardo sempre acuto ed intelligente aveva assunto una nuova
luce fatta di dolcezza.
- Come sta professore?
- Abbastanza bene signora, visto le circostanze. Certo, sotto Natale la
nostalgia torna più prepotente. Lo sa cosa mi manca? Il presepio…. non quello
napoletano…ma quello di legno, quello portatile che noi ancora bambini usavamo
a portare in giro per le case la sera del 24 di dicembre. Ma di queste cose lei
sicuramente non ne sa niente.
- Come no, professore? Anche i miei amici portavano in giro per le case il
presepio di legno, inscenando

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