Il Pd, la fede, una nuova cultura politica
Oltre pragmatismo e secolarizzazione distruttiva
Esiste una questione di prima grandezza nella politica del
nostro tempo: quella del confronto con la fede religiosa. Si riferisce al
necessario rinnovamento della cultura politica, anche per le forze
progressiste, e al fatto che esso si incontra con la laicità e con i diritti.
Di fronte a noi vi è il compito di contribuire a realizzare un nuovo umanesimo,
che comprenda e liberi la persona nella molteplice ricchezza delle sue
dimensioni.
L’Occidente ha collocato la persona in una dimensione esclusivamente
materialistica, cancellando ogni riferimento al trascendente e attribuendo
legittimità solo alla sfera – pur fondamentale – dei fenomeni empiricamente
dimostrabili. Ma Il senso della vita non risiede esclusivamente in essi: ci
incalzano le domande sulla sua origine ultima e su un futuro dopo la morte. La
risposta a queste domande non è una sola: né può essere imposta dall’autorità
dello Stato. È affidata alla nostra libertà e responsabilità. La libertà
religiosa è parte integrante della libertà.
Nella società deve essere garantito il pluralismo delle fedi e delle culture
non religiose, senza discriminazioni, in una comune ricerca di fondamenti e
azioni che aiutino la persona a realizzarsi, a vivere con dignità. Serve perciò
ben altro che la libertà di culto: è il processo di secolarizzazione che deve
essere affrontato in termini nuovi. La società di domani non può fondarsi sulla
semplice riammissione delle fedi religiose nella dimensione della modernità,
dopo che per una fase non breve erano state ritenute sopravvivenze arcaiche.
Vorrei che il mio partito, il Pd, sentisse come suo l’obiettivo di superare una
secolarizzazione distruttiva, che ha emarginato le fedi religiose: in questo
sta una delle sue ragioni fondative. Non è il più il tempo del semplice
pragmatismo quotidiano. Una forza progressista deve sapersi misurare anche su
"pensieri lunghi", su obiettivi collocati alla linea dell’orizzonte,
in grado di dar ragione delle politiche quotidiane. La secolarizzazione, e qui
mi collego alla riflessione di Jürgen Habermas, non comporta la scomparsa della
dimensione religiosa, bensì una ridefinizione dei confini e degli ambiti di
intervento delle istituzioni religiose e di quelle civili. Per questo non sono
una soluzione né lo Stato etico – e recentemente è stato Papa Benedetto XVI ha
ricordarci perché uno Stato etico non può darsi – né una laicità che si fondi
sulla riduzione della fede a fatto privato anziché sulla necessaria distinzione
e autonomia tra Stato e confessioni religiose.
Un nuovo umanesimo può essere costruito solo attraverso un dialogo e un
incontro tra credenti e diversamente credenti. La centralità da assegnare alla
persona e alla sua dignità rappresenta un terreno fondamentale di condivisione
tra una forza progressista e le fedi religiose, il cristianesimo in primo
luogo. È in questo quadro che è richiesto a tutti coraggio: nel mondo
cattolico, a chi fatica a coniugare il valore della vita con quelli della
libertà e della responsabilità; nel mondo laico, a chi fatica a concepire il
valore della libertà, se non nell’ambito di quella cultura dei diritti,
separata da un altrettanto forte ancoraggio ai doveri, egemone negli anni
Settanta, ma incapace di parlare alla società di oggi. Non soltanto, prese a sé
stanti, le tradizioni della sinistra socialista o del cattolicesimo democratico
sono ormai insufficienti a costruire una nuova cultura politica: lo è ancor più
quella radicale.
Se si assume questo punto di valutazione riconosco che come Pd dobbiamo ancora
compiere passi significativi: ma la consapevolezza che questa ricerca sia
necessaria è presente. Per questo, la via giusta non è quella di una politica
cinica sui valori ma disposta a concedere alle confessioni religiose una
"vigilanza suprema" sulle leggi di natura etica in cambio di sostegni
elettorali e dell’utilizzazione di principi di fede come assi identitari. Né
quella di coinvolgere la Chiesa
in uno schieramento, magari strumentalizzandola. La via giusta è quella
di un reciproco rispetto e autonomia, del confronto sulle grandi sfide aperte
davanti all’umanità.
La positiva laicità dello Stato è, nei nostri tempi, l’unica garanzia per la
stessa libertà della Chiesa e di ogni confessione religiosa.
http://www.avvenire.it 26 Febbraio 2010

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