Il passato messo in scena.
L´accelerazione generalizzata dei ritmi di vita e il bisogno di ricambio continuo non consentono più alle cose d´invecchiare. Noi produciamo macerie, non rovine».
«Più che indicarci il senso della storia, le rovine ci consentono di provare il sentimento di un tempo puro, quasi indefinito. Esse, infatti, pur facendo riferimento ad un passato storico, si presentano come un frammento di tempo immobile, sottratto ad ogni divenire.» Al tema delle rovine l´antropologo Marc Augé ha dedicato un affascinante saggio intitolato Rovine e macerie (Bollati Boringhieri), in cui s´interroga sul loro significato simbolico e temporale: «Le rovine contribuiscono alla spettacolarizzazione del mondo. Sono un luogo ridotto a spettacolo, di fronte al quale rimaniamo affascinati dall´immagine del tempo cristallizzata in uno spazio definito. Le rovine sono sempre una ricostruzione, una messinscena che produce un paesaggio diverso da quello originario, proponendone un uso inedito. Insomma, quello delle rovine non è un paesaggio storico, ma solo un´immagine irrigidita del tempo. Le rovine più che un non luogo, sono un falso luogo».
In che modo le macerie diventano rovine?
«È il nostro sguardo che le rende tali. Soprattutto in un paese come l´Italia,
ricchissimo di vestigia del passato, sono le scelte degli uomini che
valorizzano un sito archeologico invece di un altro, trasformando le pietre
emerse dall´oblio in rovine dotate di un significato culturale. Senza il nostro
lavoro di valorizzazione, i resti del passato rimarrebbero semplici macerie. Le
rovine nascono da un intervento umano che modella uno spazio ad uso del
presente. Naturalmente, può anche accadere l´inverso. Le rovine possono
ridiventare macerie, come è accaduto a Pompei. D´altronde, le rovine sono
fragili, hanno bisogno di cure e attenzioni. Sul piano simbolico, le rovine che
ritornano ad essere macerie, sono un segno della nostra incapacità di prenderci
cura del passato, ma anche una conferma di quell´impressione di degrado
generalizzato oggi molto diffusa».
Le rovine possono avere una funzione
pedagogica?
«Più che altro, l´uso e la valorizzazione delle rovine contiene spesso
un´intenzione politica, che sfrutta l´immagine del passato per finalità molto
contemporanee. Ad esempio, attraverso le rovine prende corpo l´ideologia della
continuità e del radicamento, anche perché quasi sempre le rovine sono
letteralmente strappate alla terra, come delle radici».
Gli edifici di oggi saranno le rovine del futuro?
«Non penso che la storia futura produrrà nuove rovine. Non ne avrà più il
tempo. Gli edifici costruiti oggi non sono concepiti per durare. Non appena
invecchiano, vengono demoliti e sostituiti da nuove costruzioni. Il ritmo delle
ricostruzioni è ormai diventato troppo veloce perché un edificio abbia il tempo
di trasformarsi in rovina. L´accelerazione generalizzata dei ritmi di vita e il
bisogno di ricambio continuo non consentono più alle cose d´invecchiare. Noi
produciamo macerie, non rovine».
Una società che non produce rovine è
schiava del presente?
«Probabilmente sì. Quella che si va delineando è una società che non avrà più
bisogno di memoria, vera o falsa che sia. Farà a meno della
spettacolarizzazione del passato, poiché vivrà in un presente assoluto dominato
dalle immagini, dove le nuove Disneyland si faranno carico di riprodurre
integralmente i monumenti andati persi. Un po´ come a Las Vegas. Noi siamo gli
ultimi figli della cultura classica che ha prodotto un vero e proprio culto del
passato. Oggi però viviamo in una società che non pensa più che dal passato si
possano trarre utili lezioni».
Repubblica 11.11.10

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