Il paradosso dell´opposizione
Il paradosso che attanaglia e quasi immobilizza l´opposizione politica è quello di dover giustificare al paese di esistere, e soprattutto di esistere anche fuori del Parlamento.
Il paradosso che attanaglia e quasi immobilizza l´opposizione politica è quello di dover giustificare al paese di esistere, e soprattutto di esistere anche fuori del Parlamento.
Da questo paradosso ne spunta immancabilmente un altro, quello di pensare (anche a sinistra) che le manifestazioni di dissenso che i cittadini mettono in atto direttamente siano un fatto eccezionale che abbia anch´esso bisogno di giustificazione.
Sembra che non ci si renda conto che in una democrazia costituzionale l´opposizione non è un ospite, ma un co-gestore della casa comune.
Come la maggioranza politica ha i propri strumenti - quelli del potere positivo di fare le leggi, dopo (è sperabile) il confronto con l´opposizione, così l´opposizione ha e può avvalersi di tutti gli strumenti che la costituzione le garantisce per far sentire la propria voce, criticare il lavoro del governo e, possibilmente, bloccarlo.
L´azione di protesta e di bloccaggio è altrettanto sacrosanta di quella del governo.
Per esempio: la distruzione sistematica della nostra scuola dell´obbligo è un fatto così rilevante e grave che l´opposizione ha il dovere di fare quanto è in suo potere per bloccarla. Non lo fa per se stessa ma per l´intero Paese. E se non è il partito di opposizione che si prende carico di fare questo lavoro di bloccaggio, allora saranno i cittadini.
Poiché è chiaro che eleggendo i rappresentanti perché facciano le leggi ordinarie noi non deleghiamo mai il potere di giudicare; ce lo teniamo e lo usiamo per influenzare indirettamente il parlamento e il governo.
L´opposizione che il ministro Gelmini è riuscita a costruire (poiché la rivolta contro la sua rovinosa proposta di riforma non è partita dal Pd ma da chi è direttamente toccato dalla distruzione della scuola pubblica: insegnanti, genitori e studenti) è un segno straordinario della vivacità della società democratica, la quale non ha bisogno di chiedere il permesso di far sentire la propria voce, ma la usa perché questo fa parte del potere dei cittadini sovrani.
Il linguaggio dell´opposizione ha uno stile necessariamente complesso e composito: quello della caparbia attività parlamentare, quello della denuncia sui mezzi di informazione (ma come è possibile se la maggioranza ha il monopolio dei mezzi privati e pubblici?), quello delle petizioni e della raccolta di firme per proposte referendarie, quello delle manifestazioni.
La piazza è parte di questo linguaggio politico legittimo; non è simbolo di populismo ma di esercizio di libertà politica. Un simbolo che rivela la natura stessa del governo democratico, il quale vive immancabilmente di una tensione permanente tra la dimensione del potere costituito o istituzionale (politica attuata) e la dimensione del potere in formazione o extra-istituzionale (politica attuante)
Merita ricordare come in quello che gli storici sono concordi nel considerare il primo documento della democrazia moderna, il documento dei livellatori inglesi del 1649, fossero elencati sia i desiderata democratici (il suffragio e la rappresentanza elettiva) sia le loro potenziali deviazioni e perversioni, come a voler mettere i cittadini in guardia dal pensare che avere un governo legittimato dal consenso dei governati equivalesse ad avere democrazia.
La non coincidenza tra istituzioni e democrazia è stata da allora il più robusto filo conduttore che ha unito la storia politica della democratizzazione nei paesi occidentali, tanto che non è irragionevole pensare alla democrazia come a un ordine politico che si regge su un disaccordo permanente tra legittimità e fiducia, volontà e giudizio.
Questa è la premessa dalla quale discende la conclusione che riformismo e piazza non sono necessariamente una strana coppia, per usare le parole di Edmondo Berselli sulla Repubblica di qualche giorno fa. E la stessa alternativa tra riformismo e populismo puó essere fuorviante, perché la radicalità che da mesi si invoca (alcuni di noi invocano) non è di tipo populistico (il populismo è un´anomalia della democrazia rappresentativa).
L´idealità (o l´ideologia) della sinistra è quello che è e che deve essere: difesa delle eguali libertá e della giustizia sociale dei cittadini e condizioni di tolleranza verso i diversi (cittadini e non) che rendano la vita sociale sicura per tutti. Dare a questi principi irrinunciabili un linguaggio convincente, incalzante e soprattutto autorevole: questo è quello che manca all´opposizione. Continuo a pensare che il problema dell´opposizione sia un problema di leadership. Del resto, se davvero si pensa che sia necessario adottare la strategia del populismo, allora si dovrà immancabilmente porre il problema di avere leaders autorevoli che siano capaci di conquistare consensi larghi.
La parola carisma fa tremare i polsi a molti di noi, tuttavia è un fatto che un movimento politico che voglia estendere il proprio consenso oltre il proprio bacino di potenziali elettori deve riuscire ad essere molto convincente senza stravolgere i proprio principi. Barack Obama vincerà le elezioni americane senza aver avuto bisogno di usare l´arma del populismo (questo è il messaggio forse più straordinario che ci viene dalla sua campagna elettorale) e perché è in grado di esprimere anche tra i repubblicani un senso di autorevolezza, di grande forza di determinazione e di lavoro sistematico.
Egli ha messo in moto una macchina politica che non ha nulla di improvvisato e che quasi assomiglia a un partito di vecchio stampo. Diversamente lo slogan "we can" sarebbe stato veramente rischioso. Obama ha dimostrato che "we can" ha senso se chi lo dice trasmette davvero l´impressione di potere. Questo è quanto dovremmo imparare dall´esperienza americana: l´opposizione democratica ha dovuto attraversare il deserto impiegando un decennio prima di trovare una via d´uscita dal tunnel (e un leader capace di convincere che la rinascita era possibile).
Per preparare questo risultato occorre un lavoro sistematico e un partito che faccia davvero lavoro politico tra la gente - per ripetere Berselli, occorre "la schietta radicalità di parlare di cose vere" e, aggiungo, occorre far camminare questa radicalitá su gambe strutturate e non solo mediatiche.
Un lavoro di incalzo, di denuncia e di bloccaggio che non lasci respiro alla maggioranza e in tutti i luoghi dove le scelte della maggioranza fanno sentire le loro pesanti conseguenze. Ma prima di tutto, occorre smettere di pensare di dover giustificare di esistere e di parlare nei linguaggi e nelle forme che la carta costituzionale ci garantisce.
http://www.repubblica.it - 31 ottobre 2008

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