Il paradosso dell’identità
Manifesto per vivere in una società aperta
Da termine filosofico e matematico per designare l´eguaglianza di qualcosa con
se stessa il termine identità è passato a indicare una forma di appartenenza
collettiva ancorata a fattori naturali (il sangue, la razza, il territorio) o
simbolici (la nazione, il popolo, la classe sociale). Ci si può meravigliare
che esistano persone, per altri versi ragionevoli e sensate, che credano a
favole come l´"eredità di sangue" o l´autoctonia di un popolo, che si
inventino la discendenza incontaminata da un determinato ceppo etnico o la
sacralità dell´acqua di un fiume. Eppure, si tratta di fenomeni da non
sottovalutare e da non considerare semplicemente folkloristici e ridicoli.
Si potrebbe obiettare - come hanno notoriamente mostrato eminenti storici - che
la maggior parte delle memorie ufficiali e delle tradizioni è non solo
inventata, ma molto più recente di quanto voglia far credere. Tuttavia, le
invenzioni e i miti, per quanto bizzarri, quando mettono radici, diventano
parte integrante delle forme di vita, delle idee e dei sentimenti delle
persone. (...) Bisogna capire a quali esigenze obbedisce il bisogno di
identità, perché esso sia inaggirabile in tutti i gruppi umani e negli stessi
individui, perché abbia tale durata e perché si declini in molteplici forme,
più o meno accettabili. Da epoche immemorabili tutte le comunità umane cercano
di mantenere la loro coesione nello spazio e nel tempo mediante la separazione
dei propri componenti dagli "altri". La formazione del
"noi" esige rigorosi meccanismi di esclusione più o meno conclamati
e, generalmente, di attribuzione a se stessi di qualche primato o diritto. La
xenofobia rappresenta il risvolto più rozzo ed elementare della compattezza di
gruppi e comunità che si sentono o si vogliono diversi dagli altri e che
intendono manifestare per suo tramite la propria determinazione ad essere se
stesse. Essa è l´espressione di un forte bisogno di identità, spesso non
negoziabile.
Sebbene si manifesti attraverso un´ampia gamma di sfumature, nella sua dinamica
di inclusione/esclusione, l´identità è sempre intrinsecamente conflittuale.
Realmente o simbolicamente, circoscrive chi è dentro una determinata area e
respinge gli altri. Eppure, per non soffocare nel proprio isolamento, ciascuna
società deve lasciare aperte alcune porte, prevedere dei meccanismi opposti e
complementari di inclusione dell´alterità. Lo straniero è così, insieme, ponte
verso l´alterità e corruttore della compattezza dei costumi di una determinata
comunità.
Per orientarsi e capire, occorre distinguere tre tipi di identità. La prima si
esprime in una specie di formula matematica "A=A": l´italiano è
italiano e basta, il rumeno è rumeno è basta. Tale definizione naturalistica, auto-referenziale
e immutabile, è la più viscerale ed ottusa, incapace di accettare confronti tra
la propria e le altre comunità, di cui non vede letteralmente i pregi, ma che
anzi sminuisce e disprezza. Essa fa costantemente appello alle radici, quasi che
gli uomini siano piante, legati al suolo in cui nascono o, come credevano gli
ateniesi antichi, quasi siano sbucati dal suolo come funghi.
In generale, più una società diventa insicura di se stessa, più vengono meno i
supporti laici della politica. In tal modo, più si produce una specie di
malattia del ricambio sociale, che si materializza nel rifiuto di assorbire
l´alterità, e più si proiettano sullo straniero, che magari proviene da popoli
di antica civiltà, le immagini del selvaggio, del nemico pericoloso. Certo i
vincoli di appartenenza sono necessari a ogni gruppo umano e a ogni individuo,
ma non sono naturali (come potremmo sopravvivere se non sapessimo chi siamo?):
sono stati costruiti e sono continuamente da costruire, perché l´identità è un
cantiere aperto. Per questo la nostra identità non può più essere quella che
auspicava Alessandro Manzoni, nel Marzo 1821, per l´Italia ancora da unire:
"Una d´arme, di lingua, d´altare,/ Di memorie, di sangue e di cor".
Oggi alcuni di questi fattori non sono più richiesti, tranne la
"lingua", anche per motivi pratici, e, possibilmente, il
"cor", l´Intimo sentimento di appartenenza. La religione,
soprattutto, non rappresenta più un fattore discriminante per ottenere la piena
cittadinanza e non caratterizza (o non dovrebbe più caratterizzare) l´intera
persona come soltanto "mussulmano" o "cristiano".
Il secondo modello si basa sulla santificazione dell´esistente per cui, quello
che si è divenuti attraverso tutta la storia ha valore positivo e merita di
essere esaltato. Si pensi al Proletkult sovietico degli anni Venti: il
proletario è buono, bravo, bello. Si dimenticano così le ferite, le
umiliazioni, le forme di oppressione, le deformazioni che la storia ha prodotto
sulle persone. Lo stesso è accaduto nel proto-femminismo: la donna è da
santificare così come è divenuta. Anche qui si trascura quanto dicevano, in
maniera opposta, Nietzsche e Adorno. Secondo Nietzsche, quando si va da una
donna, non bisogna dimenticare la frusta. Al che Adorno, giustamente, osservava
che la donna è già il risultato della frusta.
Il terzo tipo di identità, quello che preferisco e propongo, è rappresentato da
un´identità simile ad una corda da intrecciare: più fili ci sono, più
l´identità individuale e collettiva si esalta. Bisogna avere accortezza e
pazienza politica nell´inserire nel tessuto sociale individui e gruppi finora
esclusi, perché al di fuori dell´integrazione non esistono realisticamente
altre strade praticabili. Integrazione non vuol dire assimilazione, rendere gli
altri simili a noi, ma non vuol dire nemmeno lasciarli in ghetti, in zone prive
di ogni nessun contatto con la popolazione locale. Dobbiamo ridurre lo
strabismo, che diventa sempre più forte, tra l´idea che la globalizzazione sia
un processo che cancella le differenze e l´esaltazione delle differenze stesse.
Il grande paradosso odierno è, appunto, che quanto più il mondo tende ad
allargarsi e ad integrarsi, tanto più sembra che a queste aperture si reagisca
con chiusure dettate dalla paura e dall´egoismo, con la rinascita di piccole
patrie.
Repubblica 22.6.11

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