Il paradosso del Sultano
Questa dequalificazione estrema del valore delle persone deve offendere e fare reagire.
"Chiediamo insieme le dimissioni di Berlusconi".
Con questo slogan le donne rompono il silenzio. E lo fanno in massa a Milano
come a New York. Invitano gli uomini a schierarsi con loro, perché tutte e
tutti sono stanchi dei continui attacchi alla Costituzione, alla giustizia,
alla libera informazione e alla dignità delle donne e degli uomini. Stanchi
degli abusi, dell´illegalità, del servilismo che contraddistinguono questa
maggioranza. Soprattutto, le donne che manifestano dissipano ogni dubbio
sull´insidiosa distinzione tra "donne reprobe" e "donne
serie" che è stata da più parti ripetuta in queste settimane di protesta
contro gli abusi contestati al premier. Questa distinzione è sbagliata. È il
segno di una reale impotenza della cultura dell´opposizione etico-politica al
regime del sultanato. È figlia dei paradossi che hanno segnato il successo
egemonico di Berlusconi, costruito a partire dagli anni ´70 su
un´interpretazione estrema, ma non opposta, della cultura individualista
nell´età dei diritti. Mettere in moto una contestazione politica efficace
quando l´oggetto è l´uso dei diritti è difficile ed insidioso. Su questa
difficoltà e su questa insidia riposa tanto il successo di Berlusconi quanto la
debolezza dell´opposizione. Vediamo di mettere in luce due di questi paradossi,
quello legato alla morale trasgressiva e quello legato alla libertà.
Per tradizione, la cultura dell´opposizione di sinistra è stata cultura della
trasgressione. Lo è stata per necessità, poiché la lotta per i diritti
demolisce i sistemi gerarchici di potere. Lo è stata per il carattere peculiare
della libertà, che alimenta il pensiero critico rispetto all´opinione dominante
sui costumi e sui valori. In questo senso la cultura d´opposizione è stata ed è
trasgressiva. In aggiunta, vi è l´aspetto generazionale poiché i movimenti per
i diritti civili sono anche portatori di svecchiamento culturale e politico. E
poi, questi movimenti si traducono in richiesta di eguaglianza di rispetto e
quindi riscrivono i ruoli famigliari e sociali: giovani e donne sono stati e
sono alleati naturali nelle lotte per la libertà. Negli anni del dopoguerra
alla cultura morale dell´anti-autoritarismo è corrisposto un modello di vita
libero e trasgressivo: le relazioni sentimentali e sessuali nel mondo variegato
della sinistra, istituzionale o di movimento, erano tutto fuorchè tradizionali.
La libertá sessuale non è stata soltanto una conseguenza possibile di diritti
conclamati, ma prima ancora un modo di vivere l´intimitá con l´altro e con la
sessualitá. Insomma, la cultura di chi ha lottato per i diritti civili è stata
una cultura della trasgressione e dell´opposizione insieme.
Il paradosso dell´Italia di oggi è che il premier occupa lo spazio della
trasgressione, costringendo l´opposizione nel ruolo impossibile del
conservatorismo. Ecco perché la distinzione tra donne brave e donne reprobe è
segno di un atteggiamento che incarta e sconvolge la nostra cultura liberale e
democratica. Si tratta di una distinzione che non dovremmo fare, non soltanto
per non cadere nella trappola tesa dal premier. C´è una ragione ulteriore:
difendere i diritti, volere i diritti significa necessariamente credere che
ciascuno sia autonomo e responsabile delle proprie scelte, piacevoli o
spiacevoli che siano, e che di quelle scelte non debba rendere conto a nessuno,
se non alla legge se e quando viola i diritti altrui (qui sta la vera ragione della
critica ai comportamenti del premier). Ora, che una persona risponda o no alla
propria coscienza è un fatto che alla cultura dei diritti non interessa
direttamente, anche se i liberali si augurano che ciascuno sia in grado di
avere una coscienza individuale che faccia da sentinella (e magari impostano la
vita famigliare ed educativa perché questa coscienza venga formata). Dopo di
che, come ciascuno o ciascuna di noi usa quei diritti di libertá sono fatti che
non riguardano nessuno. E se l´opinione pubblica critica i nostri comportamenti
e le nostre abitudini sessuali, noi siamo legittimati a reagire con una
contro-opinione.
Ma la distinzione tra donne reprobe e donne brave scompagina proprio questa
cultura dei diritti poiché sembra dire che le donne devono essere rispettate
nella misura in cui esse usano "bene" i loro diritti. Ovviamente,
questo discorso non riguarda le minori: poiché la responsabilità giuridica è
una componente essenziale del godimento dei diritti ed è legata all´età adulta stabilita
dalla legge. Ma nel caso di persone adulte, di donne adulte, l´uso che esse
fanno della loro vita non è un fatto che può diventare oggetto di critica da
parte dell´opinione pubblica e politica. La cultura dei diritti non ha nulla a
che fare con la gogna nè con la distinzione tra donne brave e donne reprobe.
I paradossi che questo presidente del Consiglio provoca sono quindi dei più
spinosi, perché la sua mania (che è un problema serissimo, non perché disturba
la morale ordinaria, ma per l´alta funzione che egli esercita) è il frutto
estremo del rovesciamento del giudizio pubblico in giudizio privato. Il
paradosso è che il trasgressivismo malato di chi ci governa induce i critici a
flirtare con la tentazione di discriminare le donne in ragione dei loro comportamenti.
Le centinaia di giovani donne che hanno preso regali e soldi dal presidente non
sono il bersaglio: non si devono mettere alcune donne contro altre, anche
perché è proprio questo l´esito studiato della politica del leader.
È certo difficile che si crei empatia tra le donne che lavorano e le donne che
mettono il loro corpo a servizio; ma la sorgente della difficoltà va
individuata con correttezza. La nostra attenzione critica dovrebbe essere
rivolta non alle donne per la loro condotta, ma alle politiche dei governi che
la destra ha in questi anni messo in moto con l´obiettivo esplicito di
indebolire i diritti associati al lavoro e di dissociare infine il lavoro dalla
dignità per identificarlo con un pugno di soldi a qualunque costo o addirittura
con il dono (e questo non vale solo per le donne che vanno ad Arcore come la
vicenda Fiat insegna). Questa dequalificazione estrema del valore delle persone
deve offendere e fare reagire. Essa è il vero problema, in quanto abbassa le
aspettative delle donne e degli uomini e, quel che è peggio, confonde il
giudizio sulle responsabilità e le colpe. L´obiettivo critico non sono le donne
giovani e belle che frequentano le case del premier. L´obietto è il premier, la
sua illegalità e le politiche sociali del suo governo. L´obiettivo è il
messaggio che trasmette da decenni ogni giorno. A tutto questo bisogna reagire,
insieme, e dire basta.
La Repubblica, 13 febbraio 2011

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