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deserto rosso

Il nuovo Muro si chiama economia

Dallo scoppio della crisi del credito, la globalizzazione non ha fatto che perdere colpi, anche se pochi se ne sono accorti.

 

 

La scorsa settimana abbiamo assistito alle celebrazioni del ventennale della caduta del Muro di Berlino, un evento che segna l’inizio della globalizzazione. Nonostante le feste, questa ricorrenza arriva in un momento di grande ripensamento. Dallo scoppio della crisi del credito, la globalizzazione non ha fatto che perdere colpi, anche se pochi se ne sono accorti.

AlG20dei ministri delle finanze tenutosi a Saint Andrew, in Scozia, il primo ministro britannico, GordonBrown, haproposto l’introduzione di una tassa sulle banche per ripagare il contribuente delle centinaia di miliardi di dollari iniettati nel sistema bancario, ma gli americani gli hanno risposto picche: Wall Street non si tocca, ecco in sintesi il motivo del loro rifiuto. Quest’estate Pechino ha riagganciato lo Yuan al dollaro e subito dopo gli americani hanno imposto una serie di dazi sui prodotti cinesi, l’ultimo, proprio questa settimana, colpisce l’importazione di pneumatici. America, Europa e molti Paesi asiatici fanno da coro al Fondo Monetario che vorrebbe che lo Yuan si apprezzasse per aiutare la ripresa economica del pianeta, ma il capo dell’ufficio studi della Banca Mondiale, Justin Yifu Lin, un cinese, sostiene esattamente il contrario. Questa manovra, sostiene, finirebbe per tagliare le gambe all’anemica ripresa dei consumi americani facendo gravitare i prezzi dei prodotti cinesi. E non aiuterebbe neppure la bilancia commerciale statunitense perché l’America esporta in Cina beni che non produce più in patria.

In Europa la solidarietà all’interno dell’Unione Europea è ai minimi storici. Nessuno perdona ad Angela Merkel di aver rifiutato, lo scorso anno, di partecipare al salvataggio congiunto delle banche, orchestrato dall’Unione Europea, per paura che i soldi fossero “mal utilizzati”. Il movimento no-global cresce proprio tra chi la globalizzazione la celebra tutti i giorni: tra i rappresentanti di quelle nazioni che pochi giorni fa hanno festeggiato a Berlino, davanti alla porta di Brandeburgo, il suo ventesimo compleanno. E non bisogna credere che faccia nascere solo screzi e ripicche, ultimamente tesse anche nuove e inaspettate alleanze.

 La scorsa settimana Russia e Germania, riavvicinatesi durante la crisi in Georgia, hanno firmato un accordo per costruire un gasdotto che viaggerà lungo le acque territoriali russe, finlandesi, svedesi e danesi fino alle coste della Germania. Il North Stream, il ruscello nordico, questo il nome dato al contratto, vuole evitare di usufruire degli Stati del Baltico e della Polonia, che guarda caso sono membri dell’Unione Europea. Sebbene questo percorso sia più breve, la Merkel e Putin l’hanno scartato perché si fidano poco di queste nazioni, un tempo ubicate oltre-cortina.  

Meglio non rischiare che per un motivo o per un altro chiudano i rubinetti dell’energia, questo, molto probabilmente, il ragionamento dei due, specialmente nell’ottica di un ritorno della politica americana dello scudo nucleare contro l’Iran. E pare proprio che agli americani questa nuova alleanza tra Germania e Russia, un accordo che il Wall Street Journal ha già ribattezzato il “Gasdotto Ribbentrop-Molotov”, non piaccia affatto. La decisone della General Motors – di proprietà ormai dello Stato – di non vendere l’Opel al consorzio sostenuto dalla Merkel e costituito dalla canadese Magna e dalla banca russa Sberbank, pare sia motivata dal timore che la tecnologia americana e tedesca finisca nelle fabbriche di automobili russe. Che dire di questi eventi? Sembra proprio che a vent’anni di distanza chi l’ha buttato giù si stia dando da fare per ricostruire un nuovo muro di Berlino.

Loretta Napoleoni, economista e scrittrice Il testo è tratto da un intervento al programma «Plusvalore» della Radio Svizzera Italiana

 

 http://www.unita.it    17 novembre 2009

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