Il neoambientalismo italiano
Imprimere alla battaglia ambientale un'accelerazione sia culturale che politica
In un suo recente articolo (il manifesto, 7
novembre) Guido Viale ci invita a «cambiare dal basso». Provo a mettermi il
più direttamente possibile sulla sua lunghezza d'onda. Da più di quattro anni
dirigo, coordino, assisto (la varietà delle prestazioni dipende dai gusti e
dalle circostanze) una singolare organizzazione, che si è denominata: Rete
dei Comitati per la difesa del territorio (da due anni divenuta anche
Associazione, regolarmente «registrata» come tale). Sulla singolarità di tale
organizzazione conviene soffermarsi un momento, perché ne deriva tutto il
resto del ragionamento.
La Rete nasce
dalla scelta spontanea e volontaria di un certo numero di Comitati di base,
legati a loro volta all'identità di alcune battaglie locali (locali, ma non
necessariamente di limitate dimensioni: basti pensare a casi come il
sottoattraversamento Tav di Firenze o l'Autostrada tirrenica), di federarsi
stabilmente in una sorta di mappa organizzata delle esperienze e delle
strategie. La costituzione della Rete ha favorito l'incontro dei Comitati con
alcune volonterose forze intellettuali, che ne rappresentano al tempo stesso
la struttura di servizio e un luogo di originale elaborazione strategica. I due
momenti non sono minimamente dissociabili; e non si rapportano fra loro in
una specie di nuova gerarchia del potere (spesso, infatti, l'elaborazione
strategica nasce in corso d'opera all'interno anche di un singolo Comitato,
magari particolarmente avvertito). La
Rete dei Comitati, intesa e praticata in questa forma, è
ciò che noi siamo abituati a definire «neoambientalismo italiano», per
distinguerlo dall'esperienza storica (per carità, positivissima) di altre
associazioni ambientaliste più centralizzate e gerarchizzate.
La Rete è nata
ed diffusa prevalentemente in Toscana, ma ha agganci e rapporti con
situazioni liguri, venete, umbre, marchigiane, romane, laziali. Dialoga con
le altre Associazioni (Italia nostra, Legambiente, Wwf), di volta in volta
incontrandosi e distinguendosi. Ha rapporti eccellenti con il Fai.
Recentemente ha aperto un canale di confronto e di scambio con un altro
movimento, diverso ma consimile, «Stop al consumo di territorio», presente a
sua volta soprattutto in Piemonte e Lombardia (ma anche altrove). Ma
esperienze di Comitati sono attive in Italia ovunque. Anzi, più esattamente,
ce ne sono in giro centinaia, di dimensioni che vanno dal microscopico ai
supermassimi (NoTav di Val di Susa). Confinano o talvolta s'integrano con
altre esperienze analoghe (Forum dell'acqua); invadono autorevolmente il
campo istituzionale (lista «Per un'altra città», ben insediata nel Consiglio
comunale di Firenze).
Insomma, i Comitati per la difesa del territorio, variamente organizzati e
coordinati, sono una forma nuova di concepire e vivere la democrazia
italiana. Anche per il solo fatto di esserci, appunto. Ma qualche
ragionamento ulteriore può essere fatto. Gli ostacoli al cambiamento dal
basso - per tornare all'indicazione di Viale - sono, a giudicare dalle mia
esperienza, variabili e molteplici, ma tre sempre e ovunque risaltano. Sono:
1) Il conflitto inesauribile e insanabile, piccolo o grande che sia, con i
poteri forti dell'economia, della speculazione e dello sfruttamento, che si
manifestano in mille modi, da quello dichiaratamente delinquenziale a quello
puttanescamente istituzionale; 2) la debolezza della risposta ad parte di una
larga parte dell'opinione pubblica, e della maggior parte dei grandi mezzi di
uno stravolto e magari morente (ma tuttora micidiale) modello di sviluppo
(ancora Viale); 3) la pressoché totale sordità nei confronti di queste
tematiche da parte di tutte (ripeto per brevità: tutte, ma potrei anche
specificare) le forze politiche di livello nazionale. Il primo dovrebbe essere
il nemico naturale di ogni difesa del territorio, della conservazione dei
beni culturali, più in generale di una buona qualità della vita. Gli altri
due, invece, nemici occasionali, episodici e dunque potenzialmente
recuperabili: ma come? Ma quando?
Perché questi due obiettivi, che sono decisivi, si concretizzino e si
avvicinino, bisogna secondo noi (qui esprimo il parere collettivo della Rete)
imprimere alla battaglia ambientale un'accelerazione sia culturale che
politica (il binomio qui è meno formale che altrove). Tale battaglia ruota
sempre di più intorno alla nozione di «bene comune» (mi permetto di
richiamare a tal proposito un mio articolo apparso nel dicembre 2008 su la Repubblica): le
eredità culturali e artistiche, l'ambiente, il paesaggio, vanno intesi alla
lettera, al pari dell'aria e dell'acqua, come patrimonio inalienabile delle
generazioni umane presenti e anche, o forse soprattutto, future (si vedano,
anche, gli studi e le proposte legislative elaborati in varie fasi da Stefano
Rodotà). Su questo fondamento, una volta acquisito e diffuso, si possono
basare una nuova cultura e una nuova politica, intese anch'esse nel senso più
vasto.
In una recente riunione (Roma, 6 novembre) del Consiglio scientifico di cui la Rete si è dotata e della sua
Giunta (illustrati, l'uno e l'altra, dalla presenza di molti dei più
prestigiosi studiosi e specialisti del settore), sono state assunte due
iniziative che si muovono nel senso predetto. La prima è la convocazione di
una Conferenza nazionale dei Comitati che si occupano ovunque di difesa del
territorio: l'obiettivo potrebbe esser quello di creare, non una Rete
nazionale, ma una Rete di Reti, coerentemente con lo spirito del
neoambientalismo, che non prevede, né in loco né fuori, rapporti gerarchici
di direzione. La seconda è l'avvio della preparazione d'un grande Convegno,
anch'esso nazionale, tematizzato su quello che potremmo sinteticamente
definire: «Il disastro Italia», nel quale convogliare, in termini sia
analitici sia di denuncia sia di progettualità propositiva, la grande risorsa
intellettuale dei Comitati, accompagnata e intrecciata con quella dei molti
studiosi e specialisti che l'hanno accompagnata, e che speriamo sia destinata
a rafforzarsi ancor di più nel prossimo futuro.
Crescere dal basso dunque si può, ma solo se si contestualizzano e si
organizzano, su di un orizzonte strategico più vasto, gli innumerevoli
focolai locali. Il «salto di scala» è necessario perché ognuno di essi
acquisti forza, allargando intorno a sé il consenso popolare e premendo in
maniera decisamente più autorevole sulle forze politiche, locali e nazionali:
cambiandone anche, cammin facendo, la natura. Mentre si studiano i modi per
far fuori il cadavere di Berlusconi, e al tempo stesso si aprono le grandi
manovre per assicurare la perpetuazione indefinita del berlusconismo,
potrebbe essere questa una delle strade più serie e responsabili per
garantire, insieme con la salvezza imprescindibile del territorio italiano,
anche un salto in avanti di tutta la nostra democrazia.
Il manifesto, 17 novembre 2010

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