Il necessario savoir faire per sopravvivere al capitalismo
Disordinare l'edificio del potere
Autore
dalla mentalità filosofica radicata nel pragmatismo americano e
dall'atteggiamento critico proprio degli etnografi - perché «un'idea deve
confrontarsi con l'esperienza reale, altrimenti diventa una pura astrazione» -,
Richard Sennett è il sociologo contemporaneo che ha offerto strumenti
indispensabili per comprendere le conseguenze del capitalismo sulla vita
quotidiana e i deficit sociali prodotti dall'erosione del «capitalismo
sociale», dimostrando che il capitalismo flessibile conduce al disordine, dando
vita a «forme culturali che celebrano il cambiamento personale ma non il
progresso collettivo» e, allo stesso tempo, a forme di potere ancora più
opache. Di fronte a questa opacità, suggerisce Sennett, non dovremmo mai
stancarci di elaborare strategie per rendere leggibile e visibile la figura che
incarna l'autorità pubblica, smascherando le sue illusioni attraverso l'uso
dell'immaginazione. Dopo tutto, «il difficile, scomodo, e spesso amaro compito
della democrazia» è proprio questo: introdurre un «disordine intenzionale
dentro l'edificio del potere».
Alla fine de «La cultura del
nuovo capitalismo», lei scrive che l'abilità artigianale è un valore «che
potrebbe fare da contrappeso alla cultura del nuovo capitalismo», ma aggiunge
che immaginarla «in termini di policy rappresenta la sfida più radicale».
Potremmo leggere il suo ultimo libro, L'uomo artigiano, anche come un tentativo
di affrontare questa sfida?
In parte è così, dal momento che dietro la questione centrale, relativa a cosa
significhi acquisire delle capacità, sviluppare le competenze espresse nel
lavoro, diventare capaci di fare bene qualcosa, c'è la convinzione che nel
momento in cui rispondiamo a questo interrogativo comprendiamo anche che tipo
di istituzioni dovremmo edificare per rendere possibile quell'acquisizione.
Dunque, se è vero che in questo testo, per una precisa convinzione, non ho
voluto presentare alcuna policy esplicita, se non in senso molto generale, è
altrettanto vero che L'uomo artigiano è un contributo che propongo alla sua
definizione. Infatti, se non riusciamo a capire cosa si intende la promozione
tra «le persone comuni» della possibilità di dare forma ed esprimere le proprie
capacità non potremmo inventare gli strumenti che permettano loro di farlo.
Tradotto in questioni di attualità politica, il programma di Obama per la
creazione di nuovi posti di lavoro si avvicina a ciò che intendo: bisogna fare
in modo non solo che la gente torni a lavorare, ma che torni a farlo in un modo
che gli consenta di dispiegare le proprie abilità.
Ne L'uomo artigiano lei ricorda un
incontro, avvenuto nel 1962, con Hannah Arendt - convinta «che le persone che
fabbricano cose di solito non capiscono quello che fanno» -, mentre nella parte
conclusiva sostiene che l'intento del libro «era quello di salvare l'animal
laborans dalla svalutazione di cui lo aveva fatto segno» la sua maestra.
Cosa c'è di sbagliato nella distinzione arendtiana tra «homo faber», colui
che si chiede «perché», e «homo laborans», colui che si chiede semplicemente
«come»?
Si tratta di una distinzione da cui discendono conseguenze disastrose, e che
non ha fondamento. Quando tentiamo di risolvere un problema concreto, ad
esempio una macchina che non funziona, pensiamo sempre criticamente, senza che
si dia alcuna distinzione effettiva tra il «come» e il «perché». Allo stesso
modo, quando ci chiediamo perché una cosa è così come è, che si tratti di un
oggetto fisico o di un processo sociale, dobbiamo comprendere in che modo effettivamente
funziona.
Ho voluto molto bene ad Hannah Arendt, e la mia è una polemica che investe
soltanto la dimensione intellettuale, certo non quella personale. Ritengo che
sia del tutto sbagliata la sua idea che per capire quel che stiamo facendo dobbiamo
ritrarci dalle azioni pratiche, anziché indugiarvi. Dietro questa distinzione
c'è poi una rilevante questione filosofica: quella di Hannah Arendt è una
nozione molto «greca», che sembra avvicinarsi alla concezione del piacere
inteso come sospensione dell'interesse; all'idea cioè che si debba riflettere
senza essere mossi dall'urgenza di agire per la propria sopravvivenza. Per
tutte queste ragioni credo che sia una distinzione falsa e insieme idealistica,
che non «tiene»: possiamo capire il «perché» soltanto quando guardiamo anche al
«come»; la tecnica infatti è una diversa forma di teoria, e teoria e pratica
sono elementi inseparabili.
Ne L'uomo artigiano lei scrive che «le capacità che il corpo possiede di
conformare oggetti fisici sono le medesime capacità a cui attingiamo nelle
relazioni sociali». Quali sono le conseguenze politiche che derivano dall'idea
che ci sia «un continuum tra l'organico e il sociale»?
Le rispondo partendo da un esempio. Nel XVIII secolo persone come Thomas
Jefferson sostenevano che i lavoratori dotati di capacità tecniche potessero
essere i cittadini migliori. Credevano cioè che coloro che facevano esperienza
e dovevano affrontare difficoltà, che sapevano istituire relazioni tra la
soluzione dei problemi e l'individuazione di nuovi problemi, che conoscevano le
strategie da adottare per ovviare alla «resistenza» che gli oggetti oppongono
alla risoluzione dei problemi, insomma che coloro che possedevano tutte le
abilità necessarie a un buon processo lavorativo fossero individui in grado di
esercitare la capacità di giudizio politico. Potevano cioè valutare la realtà
politica molto più profondamente di quanti erano invece irretiti dalle
ideologie o ancorati al peso della tradizione. L'esperienza maturata nel campo
del lavoro era così collegata alla capacità di giudicare e riflettere sul
tessuto politico. Una lezione che abbiamo dimenticata.
Il marxismo avrebbe potuto e dovuto elaborarla, ma non l'ha fatto. Quando vedo
persone come Silvio Berlusconi mi viene da pensare a ciò che sosteneva Diderot,
per il quale la situazione politica viene deteriorandosi quando le persone
smettono di guardare al proprio lavoro come a uno strumento per misurare le
proprie affermazioni come personae.
Il contemporaneo personalismo politico può essere ricondotto a una delle idee
dimenticate dell'Illuminismo: l'idea cioè che le esperienze che confluiscono
nelle capacità artigianali di costruire oggetti concreti possano orientare la
dimensione politica. Da qui la rimozione del realismo inteso come capacità di
sapere ciò che è possibile e ciò che non lo è, facendo però in modo che le cose
possibili accadano. Credo fortemente nell'Illuminismo come progetto; per questo
sono convinto che per recuperare e ristabilire il senso della realtà dovremmo
concentrarci sulla capacità di fare un buon lavoro, sulla virtù dell'esercizio.
E i cittadini, dal canto loro, dovrebbero capire da sé che i criteri da
adottare nelle scelte dei loro rappresentanti politici non risiedono nel
presunto fascino, bellezza, simpatia che hanno. La politica ha perso contatto
con il lavoro inteso in senso qualitativo.
Riprendendo le note riflessioni di
Max Weber sulla «gabbia d'acciaio», lei ha indagato la differenza tra le
vecchie istituzioni civili ed economiche, modellate sulla struttura piramidale
dell'esercito, che richiedevano l'obbedienza all'autorità ma allo stesso tempo
promuovevano l'inclusione sociale, e quelle attuali, basate sulla rottura tra
potere e autorità e sull'esclusione. In che termini sostiene «che la
"gabbia d'acciaio" era tanto una prigione quanto una casa»?
Una delle idee dominanti del neoliberalismo, da sempre connotato in senso
anti-burocratico, era quella, divenuta particolarmente pervasiva negli anni
Novanta, che le istituzioni e la burocrazia fossero una cosa morta, da cui le
persone avrebbero dovuto essere liberate. Io ho cercato di sottoporre ad
analisi, criticandola, quest'idea che la burocrazia sia destinata
inevitabilmente a imprigionare le persone: non era così e non è così neanche
oggi. Direi infatti che, per poter pensare alle condizioni in cui vivono e in
cui potrebbero vivere, gli individui hanno bisogno di strutture sociali.
Altrimenti avviene quel che abbiamo visto accadere con l'ascesa e la caduta dei
mercati finanziari: un mercato non strutturato, basato sulla mera competitività
tra individui, segue inevitabilmente le regole dell'irrazionalità, che
producono comportamenti reciprocamente distruttivi, dai quali escono tutti
perdenti.
In una struttura più burocratica, all'interno della quale le persone sanno quel
che ci si aspetta che facciano e in cui le regole sono negoziate ed
«equilibrate» attraverso il coinvolgimento di un ampio numero di persone, si
possono ottenere invece comportamenti più razionali nell'organizzazione
generale; piuttosto che il caos, si daranno limitazioni e permessi, attraverso
il lavoro con gli altri potrà essere realizzato un network di conoscenze, si
potrà attingere a serbatoi di risorse diverse, dando vita a nuove forme di
collaborazione.
Certo, la burocrazia può diventare rigida, ma basta riflettere sull'assetto
burocratico dei paesi scandinavi per accorgerci che quel pericolo può essere
evitato orientando diversamente le strutture. Nel caso scandinavo, infatti,
servono a strutturare l'esperienza, non sono un dominio che garantisce il
mantenimento dei privilegi.
Lei ha sempre prestato molta
attenzione a quella che definisce come «libertà narrativa», la capacità cioè
dei singoli di modellare e interpretare attivamente la propria esperienza, di
riconoscere un continuum biografico. Perché ritiene che l'organizzazione del
lavoro nelle economie capitalistiche ostacoli l'esercizio di questa libertà?
Con le mie ricerche, penso per esempio a quelle confluite in Rispetto, ho
verificato che l'organizzazione del lavoro del capitalismo flessibile rende
difficile pensare strategicamente in una prospettiva temporale di lungo
termine. Per i lavoratori «flessibili», la maggiore sofferenza sembra essere
legata proprio alla difficoltà di dare forma a una narrazione strategicamente
orientata, di definire una storia, di riconoscere una «trama» nelle cose che
fanno così come di individuare un obiettivo riconoscibile da raggiungere. È una
sofferenza perché quando non abbiamo obiettivi a lungo termine, quando non
sappiamo cosa dovremmo e potremmo fare, diventiamo estremamente vulnerabili nei
confronti dell'urgenza del momento e degli altri.
Questo ci riporta a quello che dicevamo poco fa, perché la burocrazia potrebbe
aiutarci nella ricerca di un senso da attribuire alle nostre narrazioni.
Potrebbe offrirci delle coordinate per rendere più trasparente ai nostri occhi
ciò che vogliamo, ciò che possiamo ottenere, la «lontananza» verso cui
orientare i nostri sforzi. D'altronde ciò vale anche per le imprese, che
potrebbero ottenere livelli di produttività più alti se solo sapessero
opportunamente orientare la propria burocrazia.
La vita urbana è un altro dei suoi
interessi più evidenti, e in un saggio ha sostenuto che il capitalismo
flessibile ha sulla città precisamente gli stessi effetti che produce nei luoghi
di lavoro. Ci può spiegare meglio cosa intende?
L'influenza del capitalismo flessibile sulla città si traduce nell'aumento
della segregazione, della differenziazione, nella tendenza alla
iper-semplificazione. In queste condizioni i cittadini trovano estremamente
complicato comprendere quali siano le cose su cui si deve negoziare nel
contatto quotidiano e nelle esperienze con gli «stranieri». L'ambigua
complessità che si crea nelle forma urbane di vita sociale fa inoltre diminuire
il coinvolgimento reciproco e l'interesse per l'ambiente circostante.
Mi sono interrogato spesso sui modi attraverso i quali è possibile evitare
tutto ciò, su come contrastare questa tendenza alla «purificazione», alla
segregazione. La pianificazione urbanistica potrebbe essere uno strumento. Ma
questo è un altro discorso.
"Il Manifesto", 17 gennaio 2009

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