Il mondo senza nome dei nuovi barbari
La mutazione che porta a una nuova civiltà. Una cosa è l'insorgere di modelli radicalmente innovativi e irrispettosi della tradizione, un'altra è il fisiologico disfarsi di una civiltà nell'ignoranza, nell'oblio, nella stanchezza e nel narcotico dei consumi.
Caro Eugenio Scalfari, vedo con soddisfazione che tutt'e
due, pur di generazioni e radici diverse, abbiamo la stessa istintiva
convinzione: è in corso una mutazione che non può essere spiegata con il
normale affinarsi di una civiltà, ma sembra essere, più radicalmente, il
tramonto di una civiltà e, forse, la nascita di un'altra. Bene. Non tutti hanno
la stessa lucida convinzione e, secondo me, su questo abbiamo ragione noi.
Poi però le cose si ingarbugliano. E lo fanno su un punto che è fondamentale, e
su cui ho visto molti irrigidirsi, proprio sulla base di quelle osservazioni
che tu lucidamente raccogli e sintetizzi. E il punto è: barbarie e
imbarbarimento (per usare le due categorie che usi tu, e che mi sembrano
chiarissime).
Io quando penso ai barbari penso a gente come Larry Page e Sergey Brin (i due
inventori di Google: avevano vent'anni e non avevano mai letto Flaubert) o
Steve Jobs (tutto il mondo Apple e la tecnologia touch, tipicamente infantile)
o Jimmy Wales (fondatore di Wikipedia, l'enciclopedia on line che ha
ufficializzato il primato della velocità sull'esattezza). Quando penso agli
imbarbariti penso, a costo di sembrare snob, alle folle che riempiono i centri
commerciali o al pubblico dei reality show. Il fatto che i secondi usino
abitualmente le tecnologie inventate dai primi non deve confondere le cose. Si
tratta di due fenomeni diversi: né l'eventualità che Steve Jobs adori i reality
show deve indurci a fare confusione.
Quando penso ai barbari penso a Diderot e D'Alembert (apparivano come barbari
all'élite intellettuale dell'ancien régime) e quando penso agli imbarbariti
penso al cascame di aristocratici che mentre nasceva l'Illuminismo ripetevano a
vuoto i riti di un privilegio e di una ricchezza che in realtà non avevano più
le energie per motivare e difendere. Quando penso ai barbari penso a Mozart (il
Don Giovanni sembrò piuttosto barbaro all'Imperatore che lo pagò) e quando
penso agli imbarbariti penso alle signorine aristocratiche che strimpellavano
ottusamente sonatine di Salieri nei loro saloni cadenti. Voglio dire che una
cosa è l'insorgere di modelli radicalmente innovativi e irrispettosi della
tradizione, un'altra è il fisiologico disfarsi di una civiltà nell'ignoranza,
nell'oblio, nella stanchezza e nel narcotico dei consumi. Di solito le grandi
mutazioni scattano esattamente quando scattano simultaneamente i due fenomeni,
e in modo spesso inestricabile. Da una parte una certa civiltà marcisce,
dall'altra una nuova civiltà insorge (anche nel senso di ribellione). E' lo
spettacolo davanti a cui ci troviamo adesso: ma bisogna stare molto attenti a
isolare, all'interno di un unico grande movimento, le due forze opposte che
stanno lavorando.
L'imbarbarimento, di per sé, a me non risulta così interessante. Mi sembra un
decorso fisiologico, già visto innumerevoli volte in passato, e oggi forse solo
accelerato o reso più evidente dal moltiplicarsi delle informazioni e dalla
abilità dei mercanti. Anche nel piccolo cortiletto della nostra Italia, assisto
naturalmente allo sfarinarsi di una certa statura civile, di una certa tensione
morale e di una certa tenuta culturale: ma mi chiedo se era poi tanto meglio
l'Italia anni Cinquanta-Sessanta, dove una minoranza assoluta di persone
coltivava un vivere alto e nobile ma la stragrande maggioranza degli italiani
nemmeno aveva accesso ai consumi culturali, era sostanzialmente disinformata e
quanto ai principi morali si doveva fare andar bene la predica in parrocchia.
Non so. Ma comunque non riesco a preoccuparmi più di tanto.
La barbarie, invece, nel senso di Page, Brin e Jobs, quella mi affascina, e
quella sì mi sembra degna di essere compresa. Ti cito loro tre, ma se solo
sfogli, ad esempio, Wired ti accorgi che c'è tutto un iceberg sommerso di gente
come loro, solo più nascosta, o meno geniale, o semplicemente non americana
(per non arrivare, semplicemente, ai nostri figli, che sono in tutto e per
tutto barbari).
Lì lo spettacolo è affascinante: sono persone a cui non manca l'intelligenza,
che crede sinceramente di costruire un mondo migliore per i propri figli, che
coltiva una certa idea di bellezza, che non disprezza affatto il passato, che
domina le tecniche e che sostanzialmente ha una matrice umanistico-scientifica:
eppure, nel momento di disegnare il futuro, se non addirittura il presente, non
fa uso di strumenti che vengono dalla tradizione e fonda il loro ragionare e il
loro fare su principi affatto nuovi che, alle volte, ottengono perfino
l'effetto collaterale di distruggere, alla radice, interi patrimoni di sapere e
di sensibilità che giacciono nel patrimonio condiviso dell'attuale civiltà. Di
fronte a questo, io vedo lo sforzo immane di ricostruire un nuovo umanesimo a
partire da premesse diverse, evidentemente più adatte al mondo com'è oggi: e
cerco di capire: con fatica, ma cerco di capire. Cercando di non spaventarmi.
Quel che mi sembra di aver capito è che quella forma di barbarie genera
inevitabilmente imbarbarimento ma anche, e simultaneamente, ricostruzione, e
civiltà. Non potrebbe essere diversamente. D'altronde non giudichiamo il
romanticismo dall'orrore delle poesiole romantiche che scrivono i
quattordicenni, o dalla musica stucchevolmente romantica che decora film
penosi, e nemmeno dalle lettere sdolcinate di una ragazzina francese del 1840
che si innamora dell'avvocatucolo del paese: giudichiamo il romanticismo a
partire da Chopin, se mai, da Schelling, da una certa collettiva e fantastica
iniziazione all'infinito, dalla scoperta collettiva di certi sentimenti, ecc,
ecc. E allora perché dovremmo giudicare Steve Jobs dai messaggi sgrammaticati
che la gente si scambia sui suoi Iphone? Perché non ci arrendiamo all'idea che
l'imbarbarimento è una sorta di scarico chimico che la fabbrica del futuro non
può fare a meno di produrre? Simili rifiuti li ha prodotti l'Illuminismo, e
prima di allora l'Umanesimo, e prima di allora l'idea imperiale di Roma, e
prima di allora...
Così mi viene istintivo non farmi distrarre dall'imbarbarimento, e di studiare
la barbarie. E studiandola ho finito per arrivare a questo crocevia della
profondità. Come ho anche scritto nell'articolo, è un punto abbastanza
scioccante e non riesco a scriverne senza il timore di colpire a morte qualcosa
di preziosissimo. E sono anche sicuro che tra un po' di anni sarò in grado di
scriverne meglio, con più precisione e più consapevolezza: ma intanto faccio
tesoro di questa certezza intuitiva: il sistema di pensiero dei barbari
sopprime il luogo e il mito della profondità.
Non elimina il senso, ma lo ridistribuisce su un campo aperto che solo per
comodità definiamo ancora superficialità, ma che in realtà è una dimensione per
cui non abbiamo ancora nomi, e che comunque ha poco a che fare con la
superficialità intesa come limite, come soglia inattraversata del senso delle
cose, come facciata semplicistica del mondo. In un certo senso potrei dire che
il mondo di pensiero in cui si muove Steve Jobs (e mio figlio, 11 anni) sta a
quello in cui siamo cresciuti noi due come il firmamento di Copernico sta a
quello di Tolomeo (peraltro erano inesatti entrambi); o come Emma Bovary sta ad
Andromaca.
Non ci sono meno stelle nel cielo di Copernico, né meno amore nella vita di
Emma Bovary: ma sono il cielo e l'amore di un'umanità nuova, che lavorava con
principi diversi, partiva da premesse inaspettate e andava ad abitare un
paesaggio della mente e del cuore fino a quel momento vietato. Non c'erano
nemmeno i nomi, in un primo momento, per pronunciare quel mondo nuovo: non
abbiamo un nome noi adesso, per pronunciare l'asse su cui il senso è andato a
disporsi, una volta sfarinata la dialettica di profondità e superficialità.
Tu dici: non diresti queste cose se tu, ancora, non fossi in grado di pensare e
dire la profondità. E' un'obbiezione che mi fanno in molti. Ed è molto logica.
Ma a me rivela soprattutto quanto siamo già avanti nella strada, virtuosa,
della barbarie. In realtà solo gente molto barbara può giudicare profondo il
mio modo di pensare o scrivere: solo trent'anni fa sarebbe parso umiliante che
si discettasse di cose del genere con questo livello di approssimazione, con un
simile tipo di linguaggio, su uno strumento vile come un giornale, e lasciando
parlare uno scrittore di successo. Solo quarant'anni fa questi dibattiti di
idee si facevano nelle accademie, e li facevano i filosofi, gli antropologi, i
sociologi. Come mai adesso loro tacciono, smarriti, e noi,
scrittori-giornalisti, ci troviamo bene o male ad accompagnare la riflessione
collettiva su temi così importanti su carta che l'indomani involtola l'insalata
o su riviste che ci mettono in copertina tutti belli ritoccati, manco fossimo
degli attori? Non lo senti lo stridio di qualcosa che non va? Non ti sembra che
qualcosa che era nel profondo è risalito fino in superficie, per diventare
domanda pronunciabile, e lì l'abbiamo incontrata noi, perché lì eravamo, già da
un sacco di tempo, in superficie, non la superficie degli idioti, la superficie
che è il luogo del senso, il luogo scelto da questo mondo per il senso? Non
pretendo di convincerti, ma se ti devo dire sinceramente quel che penso è che
la tua obbiezione andrebbe rovesciata: più di quanto tu non immagini, tu ti
muovi in modo barbaro, hai il talento dei barbari, hai un'istintiva
comprensione di dove scorre la corrente forte del senso, e per questo dialoghi
con me, e non alzi semplicemente le spalle, pensando che dico cose
superficiali. E la gente ti legge, e ti capisce, perché gli racconti la stessa
ansia che hanno anche loro, cioè quella di poter essere barbari senza
imbarbarire. E' il problema dei più, oggi, il problema della gente di buona
volontà. Sentono di essere ormai oltre una certa civiltà, ma non vogliono
essere peggiori. In un certo senso, tu, io, e tutti loro, mi sembriamo davvero
il Kublai Khan timoroso delle Città Invisibili. Era di stirpe mongola, lui: era
esattamente un barbaro che era sceso a distruggere l'altissima ed eterna
civiltà cinese e se ne era appropriato. Seduto sul trono, di fronte a un
mercante (non a un filosofo), formula la domanda: com'è il mio impero? Non
aveva una risposta, e la cercava.
Per cui, certo, la nostra battaglia è contro l'imbarbarimento: non penso di
aver fatto una sola cosa, nella mia vita professionale, senza pensare, anche,
ad arginare un certo imbarbarimento. Credo che la stessa cosa si possa dire di
te. Ma per quanto mi riguarda, altrettanto importante mi pare non scambiare
questa battaglia con una dannosa resistenza alla barbarie, intesa come
intrusione del radicalmente nuovo, come forza della mutazione, e come
metamorfosi ultima dell'intelligenza. Pur con una certa fatica, mi sforzo di
non confondere le due cose, e nemmeno la certezza di sbagliarmi spesso riesce a
farmi disamorare di questo compito, e di questo piacere.
la Repubblica 21/09/2010

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