Il modello europeo alla prova della crisi
I problemi di bilancio dell´Europa nascononon dalle conseguenze automaticamente prodotte dall´impoverimento delle società sulle finanze pubbliche.
Decisamente, l´Europa sprofonda nella dottrina. Ed è per
questo che sulla scena mondiale non riesce più a mantenere il proprio rango,
rimanendo sempre più indietro rispetto al resto del mondo. Ultima a uscire
dalla crisi globale, non si rende conto che in tal modo perde progressivamente
la propria ragion d´essere agli occhi delle sue popolazioni. In questo senso,
l´Europa è sconfitta due volte, all´esterno e all´interno, per la sua duplice
inadempienza al proprio progetto fondatore.
A chi si chiede se ci si possa fidare del mercato, l´Europa politica risponde
mettendo in dubbio la possibilità di dar fiducia ai governi; e si ingegna a
inventare regole per limitare il loro potere sui mercati. In questi giorni, nei
circoli europei non si parla d´altro che di sorveglianza, controlli e sanzioni.
E di nuove sorveglianze, con contorno di nuove sanzioni. Sorvegliare e punire:
è a questo che si riduce l´ambizione europea per uscire dalla crisi. La quale
ultima sembra peraltro arrivata a proposito per salvare un patto di stabilità
ormai screditato, convincendo della sua utilità anche i più refrattari. Eppure,
troppe volte sono state le disfunzioni dei mercati a spingere sull´orlo
dell´abisso le società, mentre solo eccezionalmente gli errori dei governi
(democratici) ne hanno interrotto i progressi.
I problemi di bilancio dell´Europa nascono non tanto dall´azione discrezionale
dei governi, quanto dalle conseguenze automaticamente prodotte dall´impoverimento
delle società sulle finanze pubbliche. Certo, c´è stato anche il figliol
prodigo, nonché dissimulatore (la
Grecia), ma il suo comportamento è radicalmente cambiato; e
al suo ritorno all´ovile europeo gli è stata riservata un´accoglienza che è poco
definire fredda. Altri Paesi hanno fatto meno storie col proprio figliol
prodigo di turno, benché assai più cresciuto – ovviamente in termini di Pil (la California). Chi può,
allora, rassicurarci per il futuro: i mercati o piuttosto la politica, che finora
è riuscita a evitare il naufragio?
Gli eventi estremi ci insegnano molto su noi stessi, purché li si voglia
decifrare. C´è però da chiedersi se davvero lo vogliamo. Peraltro, basta
prescindere per un attimo da una visione eurocentrica per rendersi conto che
nel mondo industrializzato l´orizzonte dei bilanci si presenta ancora più
fosco: debito e deficit sono ovunque più elevati che nell´Ue. Una volta tanto –
per parafrasare Montaigne – «il cavallo del vicino non è più bello del mio».
Ma soprattutto, il baccano sollevato in Europa sui problemi di bilancio
contrasta in maniera clamorosa col silenzio intorno a una rivoluzione
dell´ordine politico che ormai determina il nostro comune destino. Se mai
occorresse una prova dell´efficacia della politica, della sua capacità di far
fronte alle disfunzioni dei mercati, è la politica monetaria a fornirla: una
dimostrazione che non è in alcun modo dovuta al caso. Un´istituzione federale
preposta al più potente strumento di politica economica è necessariamente
politica, nel senso nobile del termine; e non può esimersi dalle sue
responsabilità rifugiandosi dietro i manuali di buona gestione monetaria,
neppure invocando il pretesto dei vincoli imposti dai trattati. Essa ha la
capacità di decidere, di agire e di reagire in tempo reale, precisamente in
quanto è federale. In tempi di crisi ha dunque una pesante responsabilità, che
è tenuta ad assumersi pienamente, soprattutto quando gli altri ingranaggi della
«governance europea» appaiono paralizzati. Non è legata da alcun vincolo di
unanimità, e le sue decisioni possono anche contrastare con quanto auspicato
dal più potente del suoi membri, il governatore della Bundesbank – tanto per
non far nomi. Ecco perché la politica monetaria è stata, è, e continuerà ad
essere «non convenzionale» – un eufemismo col quale si designano gli strappi
alla dottrina – nel momento stesso in cui la politica di bilancio raddoppia la
dose in fatto di rigida obbedienza dottrinale. C´è un divario abissale tra le
decisioni prese in nome dell´interesse generale europeo, e quelle messe a
punto, al termine di infinite disquisizioni, nell´intento di punire i cattivi
alunni, quali che siano i loro costi per l´interesse generale.
Insomma, un esperimento di laboratorio, che ci insegna fino a che punto un evento
imprevisto può gettare una cruda luce sugli esiti dei processi decisionali,
sottolineandone sia l´efficacia, sia al contrario gli effetti paralizzanti. La Bce si è assunta pienamente le
proprie responsabilità politiche in nome del federalismo europeo, e ha cercato
di preservare, in barba alle sue divergenze dottrinali, il bene comune europeo.
Il Consiglio europeo, dove ciascuno è invitato a giocare al rialzo in fatto di
false virtù, sta per dilapidarlo. I programmi di austerità che inopportunamente
impone non rendono attraente il volto dell´Europa, e mettono a repentaglio non
solo la crescita – vale a dire l´occupazione – ma anche quanto resta della
coesione europea.
Traduzione di Elisabetta Horvat
| 29 Ottobre 2010

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