Il mio dissenso
L’amara strigliata di una delle protagoniste della nostra storia politica.
Non è un incidente se il manifesto, che si definisce ancora
«quotidiano comunista», ha elegantemente glissato sul ventesimo anniversario
del 1989; non per distrazione, ci strillano da vent'anni che la distruzione del
muro di Berlino segnava la fine del comunismo, «utopia criminale». Noi su
quella «utopia» ambiziosa eravamo nati, ed eravamo stati i primi a denunciare
nella sinistra che con essa avevano chiuso da un pezzo i «socialismi reali». Li
denunciavamo nell'avversione del partito comunista e nella scarsa attenzione
delle cancellerie e della stampa democratiche. Il movimento del '68 ne aveva
avuto un'intuizione, ma non il tempo né la preparazione per andare oltre.
Avevamo aggiunto che almeno dalla crisi del 1974 l'egemonia
dell'occidente non mirava più alla messa a morte del comunismo, ma a quella del
compromesso socialdemocratico nella sua veste keynesiana. Questo ammetteva che
il conflitto tra capitale e lavoro era intrinseco al sistema e per evitare
involuzioni fasciste occorreva garantire il lavoro dipendente e una parte
consistente di beni pubblici.
Se no anche la società europea sarebbe andata, nell'ipotesi migliore, a quella
che non Lenin ma Hannah Arendt aveva definito un'americanizzazione fondata
sulla libertà politica e la schiavitù sociale. Non è fin risibile, tutt'al più
dipietresco, battersi contro le derive autoritarie e presidenzialiste di
Berlusconi, e non solo, quando dalla metà degli anni settanta sono tornate a
risuonare come novità le trombe di Von Hajek, la correzione rooseveltiana è
stata definita, anche dalla nuova sinistra, statalista dunque fascistizzante, e
sul «meno stato più mercato» nonché «la crisi fiscale dello stato sociale» si
divagava anche sulle nostre pagine, mentre l'Unione europea si avviava con una
liberalizzazione dopo l'altra?
E come si poteva non chiedersi, alla luce di questo esito, perché il gigantesco
tentativo del 1917 era finito così? L'errore era cominciato quando, perché,
dove? Stava in Stalin, in Lenin, in Marx? Cioè nella ipotesi stessa che fosse
possibile una società libera non sovradeterminata dalla proprietà e dal mercato?
Eppure, dopo la prima rivista del manifesto, i primi anni del giornale e i
convegni del 1978 e del 1981, non ce lo chiedemmo più. Possiamo darci tutte le
giustificazioni, per prima la difficoltà a sopravvivere come testata, ma era
una resa non confessata all'egemonia della destra, del neoliberismo, dunque dei
neocon negli Usa, e della Commissione in Europa.
Malamente nascosta dall'esorcismo: sono problemi del novecento, oggi sono
superati dalle nuove realtà e dalle soggettività delle nuove generazioni. Come
se le une e le altre ne avessero risolta almeno una. Come se oggi il presidente
degli Usa, Barack Obama, non vedesse dimezzata dalle lobbies e dai poteri
sistemici che pesano sul suo stesso partito, la sua riforma sanitaria, non
fosse inchiodato in Medioriente e riuscisse a eliminare una sola delle pratiche
che hanno dato origine alla crisi finanziaria del 2008.
La sinistra è a pezzi e noi non stiamo meglio. Né come finanze, né come peso
nell'opinione, né fra di noi. «Isoletta socialista», senza padroni, non ci
troviamo di fronte a qualcosa che avevamo già intravisto nei socialismi reali:
produttività scarsa, demotivazione, fine di un progetto comune, ciascuno per
sé, insofferenza verso gli altri? Quando ho lasciato la redazione nel 1993, battuta
dall'assemblea la proposta di applicare una piccola dose di Marx anche a noi
stessi, ho sperato che le cose ci avrebbero fatto crescere, che occorreva calma
e pazienza. Il 10 novembre mi sono finite tutte e due. Datevi una mossa.
da il manifesto, 12 novembre 2009

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