Il male oscuro
Lo psichiatra Binswanger racconta un caso clinico: è la drammatica storia di una ragazza anoressica e dei tanti tentativi di cura
Ludwig Binswanger, nato in Svizzera nel 1881, è una delle figure più
significative della psicologia e della psichiatria moderna. Da un lato, era
amico e collaboratore di Breuer, di Bleuler e di Freud, che inviavano malati
nella sua clinica di Kreuzlingen: dall´altro, per tutta la vita lesse e meditò
profondamente i libri di Husserl e di Heidegger. Tutto ciò che scrisse è
imbevuto di questa doppia influenza: psicologia analitica e filosofia
esistenziale si intrecciano e si fondono, entrano ognuna nel campo dell´altra,
provocando ambiguità e sottigliezze. Qualche volta, le sottigliezze sono
troppe; e ci troviamo smarriti in un linguaggio cifrato. Ma i suoi "casi
clinici" sono bellissimi, specie quelli raccolti nel 1957 nel volume
Schizofrenia: vi è attenzione, scrupolo, morbidezza, talento narrativo e una
specie di disperato azzardo, che lo porta dovunque alla ricerca della verità
che si nasconde. Il principale di questi testi è Il caso Ellen West, appena
pubblicato da Einaudi a cura di Stefano Mistura (traduzione di Carlo Mainoldi,
p. LVII-205, euro 18).
Ellen West apparteneva a una famiglia ebraica, nutrita di ansia, depressione e
angoscia, dove abbondavano i suicidi. Quando Binswanger la interrogò a
Kreuzlingen, Ellen aveva dimenticato i suoi primi dieci anni di vita. Tutto era
avvolto in una oscurità quasi completa: o emergeva soltanto il suo istinto di
negazione: «Questo nido non è un nido»: «Questo latte non è latte», ripeteva da
bambina. Aspirava a qualcosa di straordinario; "Aut Caesar aut
nihil". Voleva la gloria, la tensione, la violenza. A vent´anni immaginò
di conoscere la felicità. Ma, subito dopo, fu assalita da una crisi
profondissima e cadde nell´apatia. «Tutto per me si equivale, sono
completamente indifferente, – scrisse – non conosco sentimenti di gioia e
nemmeno di angoscia». «Io sto di fronte a me stessa come di fronte a una
straniera». Le sembrava di camminare su una costa marina vertiginosa, in un
difficile equilibrio sopra le rocce; e poi di sprofondare sempre più in basso,
sempre più in basso. Attorno a lei, c´era il vuoto: la miseria dell´anima le
sedeva accanto: gli uccelli tacevano e fuggivano: se apriva bocca, i fiori
appassivano: dovunque, spettri erano in agguato; e il mondo diventava a poco a
poco una tomba.
Quando compì ventitre anni, venne violentemente assalita dal timore di
diventare grassa. «Mi sento ingrassare, diceva, ne tremo di paura, vivo in una
condizione di panico». Pensava esclusivamente a dimagrire: a trentadue anni era
uno scheletro; e avrebbe voluto morire, come l´uccello a cui il canto si spegne
nel pieno della gioia canora, o consumarsi selvaggiamente nel proprio fuoco.
«Quando vedo i cibi, e cerco di portarli alla bocca, tutto si chiude nel mio
petto, e mi fa soffocare e mi brucia». Ma il suo desiderio era doppio. Il
desiderio di dimagrire era un aspetto del suo desiderio di allargarsi, di
estendersi e di dilatarsi. Aveva l´ossessione del pane: vagava di continuo
intorno al pane chiuso nella credenza: nella sua mente, nel sonno e nella
veglia, non c´era posto per nessun altro pensiero; non poteva concentrarsi né
nel lavoro né nella lettura. Pensava di essere diventata come un assassino, che
ha continuamente davanti agli occhi l´immagine dell´uomo che ha ucciso, ed è
irresistibilmente attratto dal luogo del delitto. Così era combattuta: la brama
di divorare contro la brama di assottigliarsi; e restava spossata, esausta,
coperta di sudore, con le membra doloranti.
Non dobbiamo credere che il suo caso fosse una semplice forma di anoressia. Con
le sue forze scatenate, andò molto più lontano: penetrò nella tragedia
fondamentale del corpo, la sua apparenza, la sua sostanza, il suo rapporto con
gli altri esseri umani e il resto del mondo. Si rivoltava contro la propria
corporeità: ma questa rivolta aveva la conseguenza di far emergere la
corporeità in primo piano, come se non ci fosse nient´altro né in lei né
altrove. Si mascherava dietro la vergogna, cercando di nascondere agli occhi e
agli orecchi tutto ciò che era visibile e udibile. Più tentava di celarsi, più
era visibile, dava nell´occhio, o cercava drammaticamente di dare nell´occhio.
Era lì, sempre, davanti agli sguardi di tutti.
Col passare dei mesi e degli anni, Ellen West si costruì un immenso campo di
prigionia: una Siberia di solo ghiaccio; e desiderava la morte con lo stesso
ardore con cui un soldato prigioniero tra i ghiacci desidera ritrovare la
patria; «Io sono in Siberia – ripeteva: il mio cuore è una morsa di ghiaccio».
Si sollevavano mura, sia pure lievi come l´aria ed il vetro. E, sulle mura,
c´erano folle di nemici. Dovunque si voltasse, un uomo con la spada sguainata
le impediva di fuggire. Le sembrava di essere su un palcoscenico. Cercava
scampo, ma qualche oscuro nemico le si parava davanti. Se si precipitava verso
la seconda, la terza, la quarta uscita del palcoscenico, trovava ogni volta un
muro oscuro di cartone o di sasso. Non le restava che stramazzare su sé stessa,
incapace di qualsiasi fuga. Viveva chiusa in un globo di vetro. Vedeva gli
uomini attraverso una paratia trasparente, e le loro voci le giungevano fioche
e attutite. Si sforzava di arrivare sino a loro, protendendo le braccia verso di
loro, ma le mani continuavano ad urtare contro le opache pareti di vetro.
Verso la fine di marzo del 1921, dopo quasi tre mesi di soggiorno nella clinica
di Kreuzlingen, Ellen West chiese di venire dimessa. Ludwig Binswanger era
incerto: non ignorava quali rischi incombessero sulla sua fragilissima malata.
Poi decise. Il 31 marzo 1921, Ellen West ritornò a casa, insieme al marito.
Dapprima si sentì incapace di vivere. I vecchi sintomi si ripresentarono. Era
prostrata. Tre giorni dopo, quasi all´improvviso, la sua vita si trasformò. Si
alzò: fece la prima colazione con burro e zucchero; e a mezzogiorno – per la
prima volta dopo tredici anni – si sentì soddisfatta, nutrita e placata. A
merenda, mangiò cioccolatini e uova di pasqua. Il cibo le dava gioia, rinforzava
le sue energie, alimentava il suo amore, nutriva le sue speranze, illuminava il
suo intelletto. Dopo aver passeggiato col marito, lesse poesie di Rilke e di
Storm, di Goethe e di Tennyson; e rise percorrendo il primo capitolo delle
Avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain.
La durezza, la violenza, la caparbietà, la furia, lo spirito di negazione, il
senso di solitudine e di prigionia, il carcere di pietra e di vetro, l´odio del
corpo, il disgusto e la fame – tutto ciò che aveva reso la sua vita un inferno
– scomparvero. Il mondo le svelò, dopo tanti anni, il suo volto festoso e
leggero, che lei aveva appena intravisto. La sera, senza che nulla lasciasse
prevedere la sua decisione, senza dubbi e incertezze, prese una dose mortale di
veleno. Poi scrisse una lettera al marito: gli domandava perdono, lo
ringraziava per il suo amore, lo pregava di non piangere, e infine gli spiegava
che qualsiasi lotta ulteriore contro il male sarebbe stata inutile. Tutto era
finito: ma lei si sentiva finalmente libera. La mattina del 5 aprile Ellen West
morì. «Apparve allora, come mai nella sua vita, serena e felice e in pace con
sé stessa». Possiamo dire che Ellen West fu sopraffatta dal veleno della morte?
Non è certo: la morte, anche la morte volontaria, può essere un compimento, una
liberazione, una pienezza.
Repubblica 17.3.11

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