Il libro sacro che inventa la parola di Dio. Il Corano che nessuno in Italia conosce
Esce una nuova traduzione con commento del testo che è alla base dell´Islam e che contiene il messaggio rivelato da Allah a Maometto. Molte le sorprese di questa edizione
Gli italiani non leggono Il Corano. Le traduzioni italiane sono poche e
cattive: i commenti non sono migliori. La traduzione di Ida Zilio-Grandi, che
esce in questi giorni, è bellissima (Il Corano, a cura di Alberto Ventura,
Mondadori, collezione Islamica, pagg. LXXII-912, euro 20,00): dal principio
alla fine mantiene il tono giusto, quella semplicità sublime, con cui Maometto
ha evocato la voce di Dio. Tutto il libro è eccellente: l´introduzione di
Alberto Ventura, di squisita intelligenza, e i commenti di Mohammad Ali
Amir-Moezzi, Alberto Ventura, Mohyddin Yahia, Ida Zilio-Grandi sono ampli e
scrupolosi. Tra i commentatori, due appartengono alla tradizione islamica,
sebbene vivano ed insegnino a Parigi; e questo conferisce al loro testo una
qualità di maggiore vicinanza al libro sacro, senza offendere mai il rispetto
per la verità scientifica. A partire da ora, dunque, gli italiani potranno
leggere Il Corano, abbandonandosi a quell´onda solenne e tumultuosa. Credo che
le sorprese saranno moltissime.
Il Corano è un singolarissimo libro sacro. Discorre di sé, si interpreta, si
analizza, si descrive, dubita di sé, si esalta, con una eloquenza che non viene
mai meno. Parla delle proprie origini. Il Corano non è soltanto il volume che
oggi teniamo nelle mani, e nemmeno le fibre e le foglie d´albero sulle quali
Maometto e i suoi amici incisero la rivelazione, ma è innanzi tutto il proprio
archetipo celeste. Prima che il tempo avesse inizio, Dio incise le proprie
parole, in caratteri di luce, su una materia incorruttibile.
Questa tavola è custodita: cioè sta al riparo di ogni minaccia di alterazione;
non muterà né si deformerà mai, immutabile come i veri libri.
Mentre Il Corano stava lassù, fermissimo e invisibile, oltre il settimo cielo,
cioè prossimo a Dio, cominciava la sua lenta ed incessante discesa, che da
principio comprese la Torà
e i Vangeli. La Torà
e i Vangeli non sono Il Corano, ma lo contengono in potenza, e come in enigma.
Il Corano comprende la Torà
e i Vangeli, perché è il libro del ricordo: richiama innumerevoli luoghi della
Bibbia ed esalta i profeti ebraici: ciò che là è racconto diventa qui
predicazione divina; e viene interpretato, chiarito, confermato. «Il seme
produce un germoglio che poi si rafforza, si irrobustisce e si alza saldo sul
gambo».
Poi Il Corano si sposta verso il futuro e la fine. Comprende l´ultima ora, che
verrà all´improvviso come nei Vangeli, e anzi è già avvenuta, nelle pagine di
Maometto, dove echeggia il boato della tromba celeste, il cielo si spacca,
rosso come cuoio lucidato, le stelle si offuscano, i monti sono rimossi, i mari
ribollono, e le donne gravide abortiscono. Appaiono «i giardini alle cui ombre
scorrono i fiumi», dove i fedeli resteranno in eterno: il Paradiso, che è il
leitmotiv musicale del grande testo. Così Il Corano è sia il primo libro inciso
nella luce prima dei tempi, sia l´ultimo libro, che noi leggiamo mentre
crediamo di abitare nel presente. Niente, a rigore, potrebbe essere scritto
dopo Il Corano: o infiniti commenti, chiose, analisi e interpretazioni,
contenuti dentro Il Corano come il gheriglio dentro la noce.
* * *
Questo archetipo celeste, questa "tavola
custodita", Dio la fece discendere su Maometto: sebbene fosse un uomo,
nient´altro che un uomo, capace di mancanze e di errori. Come disse Aisha,
l´ultima delle sue mogli, «la natura di Maometto era intera Il Corano». Dio gli
rivelò tutto il libro nel corso di un´unica notte, detta "la notte del
destino". Poi, via via che gli anni passavano, ripeté la sua rivelazione
nel tempo, sotto la forma di versetti comunicati - soffio dopo soffio, tocco dopo
tocco - durante ventitré anni.
Se usiamo le parole dei moderni, Maometto compì un´impresa prodigiosa, alla
quale si rifiutarono sempre gli ebrei e i cristiani. I Vangeli non sono la
trascrizione diretta delle parole di Gesù: sono immensamente più discreti,
perché si accontentano di raccogliere le tradizioni, che avevano trascritto e
ricordato le sue parole. Maometto, invece, ha inventato la parola di Dio, senza
alcun timore di compiere un atto empio. Ha trasformato la sua voce umana in una
voce dettata dal cielo. Così ora sentiamo, attraverso di lui, la parola di Dio,
letta, proclamata, predicata ad alta voce. La sentiamo mentre si rivolge in
primo luogo a Maometto, il suo "servo", il suo intermediario, e poi a
tutti gli uomini, fedeli o miscredenti. La sentiamo vicinissima, come
risuonasse, accanto a noi, sulla terra, nel tempo presente. Ne sentiamo il
suono, il ritmo, il timbro, il calore, il movimento. Questo è il primo,
straordinario effetto del Corano: sopratutto su lettori non musulmani, o che
non hanno sensibilità religiosa.
Il Corano non obbedisce mai ad una struttura logica: non segna un percorso
continuo e rettilineo. Esso è vagabondo, errabondo, labirintico. Procede ad
onde, a balzi: avanza, si ritrae, si sposta, si contraddice, ritorna, arretra,
accumula; questa struttura così discontinua è il segno, forse, del suo
carattere intenzionalmente sacro. Dio, dice stupendamente, Maometto, «scaglia
la verità»: non vuole farla conoscere o spiegarla, ma la scaglia come si può
scagliare un fulmine, o la erutta e la fa esplodere come un vulcano. Tutto vi è
frattura, intermittenza, abisso, formula apocalittica. Oppure Dio segue il
metodo opposto: si ripete e torna a ripetersi. Quante volte ci parla dei fiumi
del Paradiso. Quante volte ci dice: «Egli è colui che mi ha creato e mi guida.
Egli è colui che mi nutre e mi disseta e quando mi ammalo mi guarisce. Egli è
colui che mi fa morire e poi mi risuscita».
Qualche volta, Il Corano è chiarissimo e - dice Maometto - porta alla luce ciò
che stava celato nella Bibbia, nei Vangeli e nelle tradizioni apocrife. È
facile e semplice. Qualche volta, al contrario, è oscuro e misterioso: Maometto
parla dei «rotoli di pergamena che fate vedere e in gran parte tenete
nascosti». In ogni caso, Il Corano rifiuta di spiegarsi. Quando Maometto veniva
interrogato sul suo significato, rispondeva: «Dio ha detto qui ciò che ha
voluto dire». Con qualche eccezione, il tono è sempre lo stesso: anche dove
parla di questioni giuridiche o di eventi politici, Il Corano raggiunge un tono
sublime che lo Pseudo-Longino avrebbe ammirato: «la sublime lingua di verità».
Questa lingua ha un effetto fisico-ipnotico fortissimo: tanto che, come dice un
passo, la pelle di chi lo ascolta «si raggrinza e poi si raddolcisce».
Il Corano che noi leggiamo e sopratutto ascoltiamo, non è il vero Corano:
quello che, alle origini del mondo, è stato scritto sulla tavola custodita. La
parola di Dio, che è divenuta "linguaggio e suoni articolati", è
stata avvolta da un tenuissimo e oscurissimo velo. Per scoprire "lo
spirito e il significato profondo", che anima quei suoni e quei segni,
dobbiamo risalire al mondo celeste, verso la tavola custodita. Questa
operazione è insieme necessaria e impossibile: può compierla solo Dio, perché
Lui solo sa cogliere nella sua essenza la "parola puramente
interiore" che costituisce il cuore del libro. Così ogni lettura, che
facciamo del Corano, anche quest´ultima che compiamo aiutati da una buonissima
traduzione e da un buonissimo commentario, è un fallimento. Il Corano resta
incomprensibile all´occhio e all´orecchio umani.
* * *
Questo libro incomprensibile ruota attorno a un Dio
egualmente incomprensibile. Dio è unico: "è colui che basta a sé
stesso"; non ha eguali, né secondi, né compagni, né figli, né associati,
né ministri. Non ha alcun bisogno degli uomini, delle loro opere, delle loro
preghiere, e del mondo di animali e piante che ha foggiato. «Se non li avessi
creati - Egli disse - non ne avrei alcun danno: ora che li ho creati, se non
faranno quello che ho prescritto loro, e se non eseguono i miei ordini, non me
ne viene alcun detrimento e, se obbediscono ai miei ordini, non me ne viene
alcuna utilità». «Se volessi - Egli insiste - vi farei sparire, e vi
sostituirei con chi voglio». Ciò che è tipico del mondo islamico è appunto
questa ebbrezza, questa vertigine di unità, dalle quali sono nate meravigliose
pagine teologiche e mistiche. Col suo concetto di Trinità alla quale si è
aggiunta la divinità di Maria, il Cristianesimo è infinitamente più complicato.
Anche il Divino e l´Uno, per noi, sono molteplici.
Siccome è unico, Dio è onnipresente, onnisciente, onnipossente. Comprende in sé
tutte le opposizioni e le antitesi: il giorno e la notte, il morto e il vivo,
il bene e il male. Quindi sa tutto per natura e per esperienza. «Egli conosce
quel che è sulla terra e quel che è nel mare, non cade foglia senza che egli
non voglia, e non c´è granello nelle tenebre della terra, nulla di umido o di
secco che non si è registrato in un libro». Non c´è segreto che egli non
conosca: quelli delle coscienze, del passato, dell´avvenire e dell´invisibile.
Nulla, mai, gli è nascosto. Sebbene il suo linguaggio preferisca l´immenso, ha
uno sguardo microscopico e molecolare: non gli sfugge il peso di una formica,
né quello di un granello di polvere, o di un granello di senape, o di una
tarma, o la pellicina del nocciolo di un dattero, perché nel minimo si cela il
mistero. In qualsiasi momento del tempo, Egli ci spia: non è mai assente; non
si distrae dall´osservare; e in qualunque situazione ci troviamo, Egli assiste
a ciò che facciamo, diciamo e pensiamo. Se è dappertutto, vive anche nei corpi:
a tratti è visibilmente antropomorfo; e noi abbiamo violenti rapporti fisici
con lui, perché dobbiamo afferrarci tutti alle sue funi. Dunque Dio abita anche
il male: ciò che fa Iblis, l´angelo della Tenebra, esce dalle sue mani.
Quando foggia la terra, la fantasia di Dio è immensamente creativa e feconda. È
la Provvidenza.
Rende stabili le terre, dispone i fiumi per irrigarle, dà
loro cime montagnose, divide i mari con una barriera, manda i venti a portare
le voci, fa discendere la pioggia per gli uomini, gli armenti, il frumento,
l´ulivo, le palme, le viti, i melograni. Tutto è fresco, fertile e luminoso,
come nei primi capitoli della Genesi. Se vuole creare una cosa, Dio pronuncia
lo stesso Fiat della Bibbia. Oltre alla terra, crea altri mondi e altre città,
che stanno ai piedi della smeraldina montagna di Qaf. Crea quelle cose
trasparenti e stranissime che sono le ombre. E, se nella Bibbia, la creazione
prende una fine, qui è continua: Dio può prolungarla e rinnovarla e
moltiplicarla, perché - per Lui - nulla è difficile e definitivo.
Tutto ciò che noi vediamo è una immagine di Dio. La sterminata regione dei
corpi, gli alberi, gli uomini, le luci, le ombre sono sembianze del suo unico
volto. Dio è il chiostro dove si rifugia il monaco cristiano, il tempio dove
vengono venerati gli idoli, il prato dove brucano le gazzelle, la Ka´ba dove si prostra il
pellegrino, le Tavole dove è stata scritta la legge mosaica, Il Corano ispirato
a Maometto. Ma il Dio islamico non si è incarnato come Gesù. Egli è soltanto
entrato nelle forme create, come l´immagine entra e si riflette dentro lo
specchio. Chi contempla le cose, non contempla la luce divina: la scorge
deformata e trasformata, come la luce che penetra in un filtro di vetro
colorato viene tinta dal giallo e dal rosso. Il nostro mondo è l´ombra rispetto
alla persona, la figura specchiata rispetto all´immagine, il frutto rispetto
all´albero. Così il credente, che si slancia verso le forme create per
conoscere Dio, incontra la delusione: giacché il mondo è un velo che ci
nasconde il suo volto. Non sappiamo se ce lo nasconde perché è un velo troppo
spesso: o perché la manifestazione di Dio è così intensa, la rivelazione così
luminosa da accecare i nostri occhi. Sebbene Dio si manifesti in tutte le cose,
Egli è nascosto ed assente e noi seguiamo invano la sua rivelazione.
Il Corano comincia: «Nel nome di Dio, il Clemente». Clemente non è un
aggettivo, un attributo del nome di Dio, ma un suo sinonimo. Dio e Clemente
significano esattamente la stessa cosa. Così, se sfogliamo Il Corano, lo
scorgiamo donare, senza badare a meriti umani (che non esistono), o a una
qualsivoglia giustizia, ma obbedendo soltanto alla propria volontà e al proprio
capriccio. Come sappiamo, Egli è l´Unico, che contiene in sé tutte le qualità;
e quindi non dobbiamo meravigliarci se, sia pure in modo indiretto, egli compia
il Male. Induce i miscredenti a farlo: "Dio ha sigillato loro il cuore e
l´udito, e sui loro occhi c´è un velo", che li rende ciechi. Se qualcuno
possiede "una malattia del cuore", Dio non la cura e non la mitiga,
ma la accresce. Qualche volta travia, induce in errore, insidia, tende
tranelli, trama inganni: come Zeus, il grande ingannatore della religione
greca.
Travolto da questa forza divina troppo grande, l´uomo si copre di peccati, di
cui è innocente. Eppure, egli ne è colpevole. Dio vuole appunto questo: un
mondo tessuto di peccati e di peccatori, che gli permetta l´atto divino del
Perdono. Ibrahim, un asceta, girava attorno alla Ka´ba: presso la porta del
santuario si fermò e disse: «Mio Signore, preservami dal peccato, affinché io
non mi ribelli al tuo desiderio». Una voce che proveniva dal cuore della Ka´ba
gli sussurrò: «O Ibrahim, mi chiedi di preservarti dal peccato. Tutti i miei
servitori mi chiedono questo. Ma, se ti preservassi dal peccato, voi sareste
privati della mia misericordia. Se tutti gli uomini fossero innocenti, a chi
accorderei la mia grazia?».
Repubblica 18.10.10

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