Il golpe puritano di Pisanu e Veltroni
Come uscire da una situazione in cui il Paese è diviso in tre parti e la terza è composta da chi ha perduto ogni interesse ad occuparsi di questo problema?
Le notizie della settimana sono queste:
1. Berlusconi ha dichiarato alla stampa estera che alla fine della legislatura
nel maggio del 2013 non si candiderà più come capo del governo ma resterà
leader del suo partito.
2. Ventiquattro Paesi dell'Unione europea su ventisette hanno respinto la
richiesta italiana di accogliere gli immigrati sbarcati sulle nostre coste. A
fianco dell'Italia sono rimaste Malta e la Grecia.
3. Il piano economico e finanziario preparato da Tremonti per
il prossimo biennio prevede una crescita del Pil dall'1 all'1,6 per cento. La
disoccupazione e la pressione fiscale resteranno ferme sulle posizioni attuali.
Il debito pubblico si è nel frattempo attestato al 120 per cento e non
diminuirà fino al 2014.
4. La guerra contro i giudici deve proseguire a ritmo serrato: dopo la
prescrizione breve sarà la volta della legge sulle intercettazioni e comincerà
l'iter parlamentare della riforma generale della giustizia.
Come si vede, il panorama politico è al tempo stesso agitato e immobile.
Diciamo che è il tremito d'un organismo paralizzato e dura così da due anni.
La prospettiva, almeno per quanto riguarda l'economia e l'immigrazione, è che
si andrà avanti così per altri due anni.
Il governatore della Banca d'Italia avverte che in queste condizioni ci
vorranno cinque anni per uscire dalla crisi attuale.
Per poterne uscire nel 2013 sarebbe necessaria una crescita del Pil del 2 per
cento in ciascuno dei due anni: obiettivo possibile ma soltanto con una politica
economica diversa da quella attuale.
Chi viaggia all'estero e incontra persone di altri Paesi con le quali ha
rapporti di amicizia o di affari, riferisce la domanda che gli viene fatta in
ogni occasione: perché Berlusconi è ancora al governo e riscuote ancora la
maggioranza relativa dei consensi? Il viaggiatore non sa rispondere.
La stessa domanda ce la poniamo da tempo anche noi, sebbene essa si sia
notevolmente ridotta negli ultimi mesi.
Ridotta, ma ancora consistente nel Paese e in Parlamento.
Come si spiega?
La risposta è contenuta in due diverse narrazioni di quanto accade in Italia,
inconciliabili tra loro. Il Paese è dunque irrimediabilmente spaccato in due
parti che non comunicano?
In realtà il Paese è diviso in tre parti e la terza è composta da chi ha
perduto ogni interesse ad occuparsi di questo problema. La situazione è dunque
terribilmente seria: stasi economica, isolamento in Europa, Paese diviso in tre
parti quantitativamente equivalenti. Una palude, con i miasmi e i malanni
d'ogni palude. Di qui una seconda domanda: come uscirne?
* * *
Pisanu e Veltroni hanno indicato un modo: un nuovo governo sostenuto da tutti
coloro che in Parlamento e nel Paese vedono i rischi di questo agitatissimo
immobilismo e decidono di uscirne unendo le forze per riscrivere insieme le
regole provocando una "discontinuità" rispetto a quanto finora è
accaduto.
La parola "discontinuità" significa politicamente una rottura con la
situazione attuale. Che l'abbia pronunciata Veltroni non è una notizia ma che
l'abbia scritta e firmata Pisanu, senatore del Pdl e presidente della
Commissione antimafia, questa sì, è una notizia. Nel lessico dei seguaci
dell'"Amor nostro" probabilmente sarà definita un "golpe" o
almeno un para-golpe o un proto-golpe. Non Badoglio, ma Pisanu.
Che cosa ne pensano i poteri forti? Che cosa ne pensa la Chiesa? Ci vuole una
premessa, per quanto ovvia, in questi tempi di vistosa confusione lessicale: la
discontinuità non può aver luogo senza che emerga una maggioranza parlamentare
diversa da quella attuale. E un'altra premessa: qualora quella nuova
maggioranza emergesse, spetterebbe al presidente della Repubblica decidere se
dar luogo ad un nuovo governo senza por fine alla legislatura oppure consultare
il corpo elettorale.
Nel 1994, quando la Lega
decise di ritirarsi dal governo passando all'opposizione dopo appena cinque
mesi di esperimento, la legislatura continuò fino al '96.
L'ossessione del ribaltone ancora non c'era per la semplice ragione che
costituzionalmente il cambiamento di alleanza da parte di un gruppo
parlamentare è pienamente legittimo e rientra nella normale dialettica
democratica. Del resto in questa legislatura di ribaltoni ne sono già avvenuti
parecchi: Fini è stato cacciato dal Pdl ed ha formato un partito che si è
dissociato dalla politica del governo; alcuni parlamentari che l'avevano
seguito hanno poi cambiato opinione tornando nel partito d'origine; altri
parlamentari eletti con partiti di opposizione hanno varcato la soglia e sono
passati con la maggioranza.
Nessuno ha invocato la fine della legislatura per questo motivo.
* * *
Esaurite le premesse procediamo con l'analisi delle forze in campo. Gli
imprenditori, i rappresentanti dei lavoratori, la gerarchia cattolica, i
movimenti ecclesiali, l'opinione laica, gli interessi e i sentimenti del Nord,
gli interessi e i sentimenti del Centro-Sud.
La Confindustria
reclama da tempo una politica orientata verso la crescita della domanda,
dell'occupazione, degli investimenti e dei consumi. Tanto più urgente in una
fase di crescente inflazione globale, di aumento del tasso di interesse e di un
tasso di cambio dell'euro che penalizza fortemente le esportazioni.
Negli ultimi tempi questa posizione della Confindustria si è radicalizzata, con
l'adesione pressoché unanime delle imprese grandi, medie e piccole. Queste
ultime finora avevano considerato con favore e speranza le promesse
berlusconiane, ma negli ultimi tempi le speranze sono appassite e il favore è
venuto meno.
Analoghi mutamenti sono avvenuti nell'ampio settore delle costruzioni (Ance) e
nelle organizzazioni dei commercianti e degli artigiani. Gli interessi di
queste categorie sono penalizzati dalla politica del rigore senza crescita. Ciò
non vuole necessariamente significare che le intenzioni di voto di queste
categorie siano cambiate; la paura dei "comunisti" e degli immigrati
gioca in favore della continuità politica e non della discontinuità. Ma quando
è leso l'interesse, la tenuta ideologica diventa friabile e può favorire il
mutamento delle intenzioni di voto soprattutto in favore dell'astensionismo.
Per quanto riguarda le forze del lavoro, il ragionamento è analogo salvo
l'assenza di elementi ideologici. Sono molti i lavoratori e i pensionati che
passarono da sinistra a destra nelle scorse occasioni elettorali, sedotti dalle
promesse e dalle capacità seduttive di quella vera e propria macchina di voti
che è il Grande Comunicatore. Ma il problema dei "comunisti" per loro
non si pone e quello della sicurezza anti-immigrazione ha un peso assai minore
rispetto ad altri ceti. Il problema dei lavoratori è il lavoro. Se manca o si
devalorizza gli effetti prima o poi si vedono e infatti cominciano a vedersi.
Il Sud è terra incognita per un motivo evidente: è la parte del Paese
socialmente meno strutturata. La classe dirigente locale è sempre stata
"ballerina", il lavoro difetta, l'iniziativa imprenditoriale è
scarsa, il credito di difficile accesso, le infrastrutture sono miserevoli e i
trasporti ancora peggio.
Dove manca il radicamento degli interessi suppliscono radicamenti alternativi:
la clientela, le organizzazioni malavitose. Aumenta l'emotività e
contemporaneamente l'indifferenza politica. Il combinato di questi elementi
rende appunto incognita la risposta politica meridionale anche se l'opinione
pubblica strutturata (quel poco che esiste) è particolarmente reattiva allo
sradicamento sociale e quindi molto sensibile all'etica pubblica. Può sembrare
un paradosso ma è proprio nell'ambiente sociale più degradato che il desiderio
di un'etica pubblica più rigorosa ed un salto di qualità nell'efficienza e
nell'innovazione si manifestano con maggiore intensità.
Questa apparente contraddizione va guardata con particolare cura dalle forze
politiche che puntano sulla discontinuità.
* * *
Il Nord invece non è terra incognita. Gli interessi sono ben radicati ed anche
l'ideologia. Il nordismo è ormai un modo di pensare e di sentire che accomuna
le genti della grande pianura dove scorre il Po, la stella cometa che ha la sua
testa tra Varese Milano e Bergamo e la coda luminosa che s'irradia fino a Udine
e Treviso da un lato e Mantova Ferrara e Rimini dall'altro, fino alle
propaggini della costa adriatica marchigiana. Ci sono differenze e rivalità in
questa ampia superficie che produce il sessanta per cento del reddito nazionale
e ospita il quaranta per cento della popolazione, ma coincidono le priorità:
libera impresa, regole al minimo livello, investimenti pubblici e
infrastrutture come prima scelta dello Stato, Comuni e Regioni fiscalmente e
istituzionalmente autonome, ricchezza reinvestita sul territorio, immigrazione
condizionata all'offerta di lavoro.
La Lega costituisce il cemento e fornisce l'ideologia, ma non è esportabile,
perciò la sua compromissione con il governo nazionale non è popolare. La
condizione ideale del leghismo è il federalismo inteso come confederazione.
Il nordismo confederato rappresenta una metà degli abitanti di quei territori e
molto meno della metà dei giovani. I giovani sono sempre più cosmopoliti e
sempre meno attratti dalle patrie, grandi o piccole che siano.
Non amano la ghettizzazione né le tradizioni. Vogliono successo, ricchezza,
competizione e cultura. Sono propulsivi e dinamici. Il mito di Pontida non è
cosa loro, Bossi e Calderoli non sono i loro punti di riferimento. Forse il
Berlusconi giovane sì, quello di oggi non più o sempre meno.
Se si aggiunge che la Chiesa
è entrata nell'ordine di idee che la palude attuale non sia giovevole né ai
suoi valori né ai suoi interessi, il quadro complessivo sembrerebbe favorevole
ad un'evoluzione che privilegi la discontinuità rispetto al presente e
pericolante assetto. Ma a questa salutare evoluzione fa ostacolo una difficoltà
non da poco ed è una natura molto diffusa nella nostra gente. Francesco De
Sanctis ne parla a lungo in un suo saggio e definisce quella natura come l'uomo
del Guicciardini perché fu appunto lo storico fiorentino che meglio di tutti ne
fece il racconto. Lo fece nelle "Historiae fiorentinae" e nei
"Ricordi". Ma valeva ancora, quel racconto, tre secoli dopo, quando
ne parlava De Sanctis nelle sue lezioni all'Università di Napoli. Purtroppo
vale ancora oggi.
"Mancava la forza morale; supplì l'intrigo, l'astuzia, la simulazione, la
doppiezza. Ciascuno pensava al proprio particulare sì che nella tempesta comune
naufragarono tutti. La consuetudine nostra non comportava che s'implicassi
nella lotta tra i principi, ma attendesse a schierarsi, ricompagnandosi con chi
vinceva secondo le occasioni e le necessità. Noi abbiamo bisogno di
intrattenerci con ognuno dè potenti e mai fare offesa ad alcun principe
grande".
E il De Sanctis così conclude questa lunga citazione guicciardiniana: "Non
c'è spettacolo più miserevole di tanta impotenza e fiacchezza in tanta
saviezza. La razza italiana non è ancora sanata da questo marchio che ne
impedisce la storia. L'uomo del Guicciardini lo incontri ancora ad ogni passo;
ci impedisce la via se non avremo la forza di ucciderlo nella nostra
coscienza".
È un obiettivo da puritani? Oppure la condizione necessaria per far vivere una
società moderna dove libertà e giustizia siano equilibrate e consentano di
affermarsi al merito onestamente guadagnato?
http://www.repubblica.it (17 aprile 2011)

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