il 'Giorno della Memoria'
Intervento del Prof. Claudio Magris alla cerimonia di celebrazione del 'Giorno della Memoria' Palazzo del Quirinale, 27 gennaio 2009
Nel 1943, dal treno che lo sta portando ad Auschwitz, Aron
Lieukant trova il modo di inviare una lettera ai figli, Berthe e Simon, in cui
raccomanda loro di non bere bevande ghiacciate quando sono sudati. Memoria
significa ricordare, come un bene inestimabile che aiuta tutti noi a vivere e
ad affrontare il male, parole come queste. Esse - come molte altre di tante
altre vittime della Shoah, integre nonostante l'orrore - ci dicono che la Shoah non è solo una storia
di vittime, ma anche di eroi, morti in modo orribile ma umanamente da signori e
da vincitori.
Sei milioni di storie simili e ognuna irripetibile, scolpite per l'eternità. Il
modo più giusto di onorare quei morti e i pochi sopravvissuti sarebbe
ricordarli uno per uno, ognuno eterno, protagonista di una Storia Sacra. Aron
Lieukant - simbolo di tanti altri come lui - ridà senso alla vita, all'umanità
negata dalle inaudite atrocità del Lager e della soluzione finale, le quali
potrebbero facilmente indurci a credere che l'intera creazione o almeno l'intera
storia dell'uomo siano un non-senso e farci rimpiangere che la vita, per
volontà di Dio o capriccio di molecole, abbia avuto inizio.
Olocausto
Rispetto a Lieukant e a quelli come lui, il Terzo Reich appare non solo atroce,
ma anche un'enfasi miserabile, una pagliacciata sanguinosa che si voleva e si
annunciava millenaria ed è durata dodici anni, meno del mio scaldabagno. Una
figura che lo rappresenta adeguatamente potrebbe essere quel guardiano nazista
in un Lager in Polonia particolarmente sadico che, quando sta per venire ucciso
dai deportati in rivolta, li supplica:
"Signori, vi prego, lasciatemi vivere", chiamando così
"signori" coloro che sino a poco prima, inermi, egli torturava.
"Sputa almeno in faccia agli assassini", esorta Leon Weliczker nel
ghetto di Varsavia. Talvolta un po' di saliva sul viso di un boia basta a
lavare lo sterco dalla faccia del mondo.
Lo schiaffo, materiale o morale, del debole allo strapotente carnefice è una
grande lezione. Fra gli stereotipi razzisti c'era pure quello dell'ebreo
strisciante e imbelle e difficilmente i nazisti avrebbero pensato che potesse
succedere qualcosa come ad esempio - ma non soltanto - l'insurrezione del
ghetto di Varsavia, che un ghetto potesse divenire un campo di battaglia da
conquistare palmo a palmo, a fatica.
L' ebreo, per il loro razzismo omicida, era non solo un essere pericoloso e
velenoso da sopprimere, ma anche un debole, alla cui eliminazione - come nel
caso dei minorati - collaborare con la pretesa natura, secondo un' ideologia
eugenetica della selezione naturale che ancor oggi riserpeggia in varie forme.
La Shoah è stata non solo ebraica, ma universale; l'abiezione dell'odio e del
disprezzo per gli ebrei mostra l'infamia e l'imbecillità di odiare e
disprezzare qualsiasi comunità umana. Una Shoah è sempre possibile, è sempre
dovunque in agguato, contro chiunque; celebrando il 25 gennaio 2007 il Giorno
della Memoria, il Presidente Giorgio Napolitano citava le parole di Primo Levi:
"Pochi paesi possono essere garantiti da una futura marea di violenza
generata da intolleranza, da libidine di potere, da ragioni economiche, da
fanatismo religioso o politico, da attriti razziali".
Ogni popolo disprezzato rialza prima o dopo la testa; gli ebrei che hanno
affrontato la Shoah
e fondato Israele dovrebbero insegnare, per sempre, a non disprezzare nessuno,
persona o popolo, perché ogni persona o popolo disprezzato e umiliato dà, prima
o dopo, a chiunque una lezione di dignità e di coraggio. Chi è troppo sicuro di
vincere sempre, dice il grande scrittore ebreo Manès Sperber, rischia di
diventare facilmente un "cocu de la victoire", un cornuto della
vittoria.
Ogni forma di antisemitismo - anche quello impalpabile, latente, materialmente
inoffensivo - è grave non solo per la viltà morale e la stupidità che esso
dimostra, ma anche e soprattutto perché contribuisce a fecondare, a concimare,
come uno sterco, il terreno in cui può nascere e prosperare Auschwitz. Il
nazismo aveva voluto distruggere l'ebraismo diasporico, una delle grandi
civiltà della storia del mondo, tanto più grande quanto più diffusa oltre ogni
frontiera, universale perché capace di restare se stessa divenendo pure altra,
arricchita da altre culture e capace di arricchirle.
Una delle tante distorsioni alla base dell'antisemitismo è la presunta e
rinfacciata estraneità dell'ebreo - come se Disraeli, non per questo meno
ebreo, non fosse anzitutto uno dei grandi uomini politici dell'impero
britannico; come se Heine, così profondamente radicato nell'ebraismo, non
avesse espresso, come gli riconosceva Bismarck, la più profonda anima tedesca
nei suoi Lieder, rivelandosi così uno dei più tedeschi fra i poeti tedeschi.
Come se Primo Levi non fosse uno dei più grandi scrittori italiani. Furono
spesso le leggi razziali a costringere molti ebrei - come ricorda Cesare Cases
- che prima si sentivano soprattutto tranquillamente italiani, a confrontarsi
con la loro peculiarità.
L'ebraismo diasporico è sopravvissuto alla più terribile delle persecuzioni,
dimostrando un'indistruttibile vitalità radicata in valori che trascendono il
tempo, in una sacralità della vita che per secoli aveva affermato, anche nei
momenti più tremendi, gli essenziali legami umani, la gioia di vivere, di amare
e di godere, l'amore per il riso e la festa, quello humour che si rivolge pure
a Dio con l'irriverente confidenza del figlio, così sicuro dell'amore e della
fiducia del Padre da potergli anche tirare la barba e ricordargli il ritardo
nell'adempimento di tante sue promesse; quell'umorismo e quel riso che erano
espressione della religiosità vissuta in tutta la persona e inducevano un santo
chassidico, un maestro dell'ebraismo orientale, a dire che, certo, l'uomo viene
dalla polvere ed è destinato alla polvere, ma nell'intervallo può bersi qualche
buon bicchierino.
Anche per questo la dibattuta domanda su cosa significhi essere ebreo ha potuto
divenire una delle espressioni più forti per porre la domanda su cosa
significhi essere uomo. Credo sia accaduto a molti altri quello che è accaduto
a me, ovvero di ritrovarmi, quasi di identificarmi in questo spirito
dell'ebraismo, scoprendovi quasi uno specchio di me stesso, della mia vita e
della ricerca del suo significato.
La Shoah è la prova più terribile che ogni delitto è anche autolesionista, un
suicidio, la distruzione di una parte di se stessi. Il Male è anzitutto
stupido. I milioni di morti della Shoah sono anche un esercito di caduti che ha
contribuito, involontariamente ma in misura determinante, a salvare la libertà
nel mondo. Lo sterminio nazista non è stato solo un immane crimine, ma anche un
delirante suicidio.
Il patriottismo e anche il nazionalismo tedesco erano diffusi fra gli ebrei di
Germania, che si sentivano spesso portatori della cultura tedesca - specie
nell'Europa centro-orientale - e avevano combattuto con passione per la loro
patria tedesca nel primo conflitto mondiale, come indica l'alto numero di croci
di guerra loro assegnate. La grandezza della Germania si fondava pure sulla
simbiosi ebraico-tedesca e il nazismo, distruggendola, ha distrutto la centralità
politico-culturale della Germania in Europa.
Olocausto
Neppure il nazismo è riuscito sempre a sradicare l'amore ebraico per la Germania, talora
paradossalmente tinto d'orgoglio. Si potrebbero citare molti esempi, come quel
professor Kraus, deportato a Terežin dove muore a ottantaquattro anni e dove si
ostina, fino alla morte, a tenere ai ragazzi deportati e morituri come lui
corsi di letteratura su Lessing, Schiller, Goethe, citando a memoria
lunghissimi brani del Faust, per trasmettere loro l'amore per quella
letteratura.
Così il fratello del grande studioso di mistica ebraica Gershom Scholem,
anch'egli in gioventù convinto ammiratore della Germania di Lessing e di Goethe
e riuscito a scampare allo sterminio, diceva tanti anni più tardi, in Israele,
a chi lo provocava chiedendogli se era ancora di quell'opinione: "Certo.
Non crederete mica che un Hitler qualunque possa farmi cambiare idea".
Senza i milioni della Shoah, senza le leggi di Norimberga, il nazismo sarebbe
durato più a lungo, chissà quanto, per il male di tutta l'umanità. Gli ebrei
hanno pagato per la salvezza del mondo più di tutti, per tutti. In questo
senso, forse solo in questo senso, vale la definizione di "popolo
eletto", che tanto irritava Croce - forse giustamente, nonostante alcune sue
espressioni brutalmente fuori posto, su cui si è soffermato Roberto Finzi,
poiché è ragionevole pensare che non esistano popoli prediletti né rifiutati.
Ma è certo che con nessun altro popolo come con quello ebraico abbiamo tutti
contratto un debito così alto.
La Shoah è uno spartiacque, dopo il quale il mondo non è più come prima e non
lo si può pensare come prima. Il senso e l'ordine delle cose, il rapporto tra
progresso e barbarie, il significato dell'umano, sono passati anch'essi
attraverso i forni crematori. Dopo Auschwitz, ha scritto Adorno, è impossibile
scrivere poesie; se vogliamo vivere, dobbiamo smentire questa sentenza, che
infatti è stata smentita pure da poeti che hanno vissuto quell'orrore
irrappresentabile, ma è impossibile scrivere poesie senza fare i conti con quel
divieto, senza assumere nella poesia il peso di quella svolta mostruosa.
Naturalmente non basta condannare e aborrire. Occorre capire come e perché la Shoah ha potuto aver luogo.
Anche la Shoah
esige la comprensione storica e la storia, come sappiamo, non è né giustiziera
né giustificatrice, bensì è - o dovrebbe essere - intelligenza delle cose. Ma
con ciò si pone una contraddizione, in quanto la Shoah si è trasformata da
storia criminosa a evento metafisico, a male assoluto, e rifiuta di essere
compresa, superata in quel giudizio storico che è, diceva Croce, "oltre il
rogo" e dunque più sereno che furente.
Ma è possibile guardare alla Shoah con la serenità dello storico "oltre il
rogo"? Non significherebbe smussarla, relativizzarla, ridurne l' orrore?
D'altronde è angoscioso che la
Shoah possa paralizzare per sempre ogni giudizio storico,
"trascendere" la
Storia - come afferma Wiesel - e dunque, in qualche modo,
sconfiggere l'umana capacità di fare i conti con tutta la propria realtà, di
cui si è artefici, vittime, complici, responsabili. Ma come è possibile
inquadrarla storicamente e contemporaneamente mantenere il senso della sua
assolutezza?
La Shoah non è
l'unica inaccettabile infamia della storia. Altre infami violenze - i gulag, la
tratta dei neri, molte altre - hanno fatto anche più vittime. Popoli interi
sono periti nei secoli in violenze indicibili e sono scomparsi nell'oblio,
cancellati perfino dalla memoria, periti senza avere la possibilità o la forza
di far giungere a noi il grido della loro sofferenza, senza che noi ne abbiamo
consapevolezza o memoria.
Chi ricorda Trucanini, l'ultima tasmana, l'ultima rappresentante dell'estinto e
sterminato popolo aborigeno della Tasmania, che, morendo nel 1876, chiese che
il suo scheletro non venisse esposto al Tasmanian Museum come quello di una
specie animale estinta, come invece avvenne, dal 1878 al 1947? Chi parla dei
centocinquantamila morti in Guatemala negli ultimi trent'anni, 80% per mano
dell'esercito e 20% per mano della guerriglia, secondo la recente denuncia del
vescovo di San Marcos, Alvaro Ramazzini Imeri?
A questi milioni di oscuri di ieri dell'altro ieri di oggi dobbiamo altrettanta
attenzione e memoria in quanto sono esposti all'ulteriore violenza dell'oblio,
contro cui dobbiamo lottare. Della pietra rifiutata dai costruttori, sta
scritto nell'Antico Testamento, il Signore farà la pietra angolare della sua
casa. Questa pietra giace - ieri, oggi - nascosta, sepolta sotto le rovine e i
rifiuti.
Essa va ritrovata e custodita con amore e rispetto. La memoria è il senso della
coralità di tutti gli uomini, anche di quelli in quel momento non visibili, che
essa rende presenti; per questo la memoria ha un valore sacro ed è, nella
tradizione ebraica, uno dei più profondi attributi di Dio. Il terribile primato
ebraico della sofferenza non è il suo monopolio; la Shoah, scrive Sofsky, ci
ricorda che quando c'è terrore esso alla fine colpisce tutta l'umanità.
Anche se altri stermini sono stati numericamente più vasti, la Shoah è un vertice
dell'orrore per la simbiosi di barbarie e razionalità scientifica, di selvaggio
e di tecnocratico, di arcaicità e modernità che è alla sua base. Inoltre, essa
è l'unico caso in cui lo sterminio non sia stato il risultato collaterale di
violenze sfruttamenti brutalità repressioni terrori, bensì un fine
esplicitamente e intenzionalmente, scientificamente, programmato e voluto.
Ovviamente qui non è possibile analizzare in un discorso le origini, le cause,
le dinamiche dell'antisemitismo, anche perché, se la Shoah è opera del nazismo, a
renderla possibile è stata pure una lunga storia dell'antisemitismo, differente
a seconda delle epoche, dei contesti e delle tradizioni nazionali.
"L'archivio antiebraico", come lo ha chiamato Simon Levi Sullam, è ricco
delle voci più svariate e degli stereotipi più contradditori, di elementi
economici come religiosi, di volgare materialismo razzista e di pacchiano
spiritualismo esoterico-aristocratico.
Certo, a facilitare l'esplosione finale della violenza è stata la sua crescita
progressiva, in una serie di passi successivi, alcuni, all'inizio, perfino
modesti ancorché sempre intollerabili, che inducevano a illudersi che ogni
stadio fosse l'ultimo gradino della violenza e delle discriminazioni, inducendo
così a un quietismo rassegnato nei confronti di quello che ci si illudeva fosse
un male minore. In questo meccanismo di esitazione e autoinganno può insinuarsi
un'altra componente, un razzismo per così dire moderato, che aborre
sinceramente la violenza fisica nei confronti di un gruppo, ma non s'indigna
veramente per vessazioni minori.
Olocausto
Anche questo atteggiamento è un humus che aiuta la barbarie a prosperare e a
crescere passo a passo. È innegabile - lo ha sottolineato ad esempio Giovanni
Miccoli - che l'atteggiamento di gran parte degli italiani o, da un altro punto
di vista, della Chiesa cattolica rispetto all'antisemitismo sia stato
qualitativamente diverso di fronte alle persecutorie leggi razziali e allo
sterminio vero e proprio messo in atto, che ha risvegliato molte coscienze
prima dormienti, passive dinanzi al male e d'improvviso invece capaci di
resistergli, di sfidarlo per aiutare coloro al cui vilipendio prima avevano
assistito con un dissenso tanto più debole.
Il male è un'insidiosa ambiguità; all'inizio si insinua in situazioni complesse
e sfumate, che smussano a priori la resistenza, come accadde, ad esempio, con
la cacciata dei professori ebrei dall'università. Per resistere al male e per
rischiare, in questa resistenza, anche grandi sacrifici personali quando non
addirittura la morte, un individuo che non sia un eroe (e nessuno è tenuto ad
esserlo) ha bisogno di sentirsi inserito in un ordine di valori, condiviso da
altri, che lo protegge dalla paura e dall'impulso di cedere e di fuggire e lo
aiuta a stare al suo posto nella battaglia.
L'anagrafe non mi ha messo dinanzi a questa prova e non posso sapere come mi
sarei comportato. Un tempo pensavo che, se fossi vissuto all'epoca delle leggi
razziali, mi sarei comportato con dignità. Ora non ne sono più sicuro e questo
non ha a che vedere con una più realistica valutazione del mio modestissimo
coraggio, sul quale non mi sono mai fatto illusioni. È che, fino ad alcuni anni
fa, ci si sentiva, illusoriamente o no, parte di un mondo permeato da una cultura
in cui era indiscutibile che, indipendentemente dal fatto di essere intrepidi o
tremebondi, certe cose semplicemente non si fanno.
È questa coscienza condivisa che conferisce all'individuo la forza di non fare
quelle cose, di non sentirsi solo né patetico se in questa sua resistenza va
incontro a dei guai. Oggi, in un clima culturale in cui tutto viene messo sullo
stesso piano come le opinioni contrapposte e affiancate nei giornali, sembra
più difficile, dinanzi alla violenza e all'ingiustizia, dire di no; salvare
l'anima o, se questo è pretendere troppo, almeno non perdere la faccia.
A questo allentamento dei valori contribuisce uno strisciante revisionismo
malinteso. Non il giusto, doveroso revisionismo che corregge errori e
falsificazioni, riconosce le ragioni dei vinti, denuncia le colpe commesse
dalla propria parte - in questo caso, dalla Resistenza - accomuna nella pietà e
nel rispetto i caduti di ogni schiera. Un mio carissimo cugino è morto a
diciotto anni combattendo volontario nelle brigate di Salò.
Magris
Lo ricordo con tanto affetto e non mi passa per la testa di ritenermi migliore
di lui, solo perché non ho avuto la possibilità, anche per l'età, di commettere
il suo errore, che non diminuisce il mio commosso ricordo di lui, ma che resta
oggettivamente un errore, perché se la parte per la quale egli ha combattuto ed
è morto avesse vinto, il mondo sarebbe diventato Auschwitz. Questa chiara
coscienza dei valori non esclude la pietà e non impedisce il dialogo, ma anzi
lo rende reale, onesto e non equivoco.
L'antisemitismo, che oggi vediamo con sgomento di nuovo all' opera, sia pur in
sordina, può avere molte facce, anche molti nomi. Può chiamarsi antisionismo,
quando nega allo Stato di Israele il diritto di esistere o ne auspica la
distruzione, il che è ben diverso dal criticare, a torto o a ragione, l'una o
l'altra politica dell'uno o dell'altro governo israeliano, suscettibile di
critica o di consenso come ogni governo di ogni paese.
Lo stesso termine è ambiguo, perché presuppone una categoria razzial-zoologica,
dai connotati metastorici; confesso di non sapere bene cosa significhi che io,
ad esempio, sia ariano, mi troverei in difficoltà ancora maggiore a indicare
con precisione i camiti e ad attribuire loro virtù o vizi eterni come le Idee
platoniche; so che anche gli arabi sono semiti e che un generico disprezzo o
odio nei loro confronti è antisemitismo bello e buono, perché Ismaele è figlio
di Abramo. Certo, come dice un verso di Brecht, il grembo che produsse mostri
quali l' antisemitismo è ancor fecondo.
Dopo l'antisemitismo - ha scritto Egon Schwarz, il saggista viennese di
famiglia ebraica che riuscì a lasciare Vienna subito dopo l'Anschluss - la cosa
peggiore è il filosemitismo. Il filosemitismo è infatti sospetto; può indicare
una cattiva coscienza o la preoccupazione di nasconderla, agli altri o a se
stessi; suona talora stridulamente come una excusatio non petita, una affannata
ostentazione di sentimenti buoni o politicamente corretti. Il filosemitismo
rivela spesso insicurezza e imbarazzo nei confronti degli ebrei e può coprire
un represso e livido antisemitismo.
Per quel che concerne Israele, chi considera la sua esistenza come una minaccia
alla pace è indubbiamente antisemita e va bollato e combattuto. Altra cosa è il
giudizio sulla politica dell' uno o dell' altro governo israeliano; giudizio
che può essere contestato, ma che non per questo è lecito considerare
espressione di antisemitismo, anche perché Israele, come ogni Stato, non può
essere identificato tout-court con la politica dei suoi governi. Per questo
pure Pier Vincenzo Mengaldo - il cui volume La vendetta è il perdono è una
summa di tutta la letteratura sulla Shoah - ha auspicato, come avevo scritto
anch' io, di "tener sempre distinta la Shoah dalle questioni che riguardano lo Stato
d'Israele".
Siamo qui, oggi, per ricordare la
Shoah tramite uno dei più grandi valori trasmessi dalla
civiltà ebraica, la
Memoria. Essa non è il passato, bensì l'eterno presente di
tutto ciò che ha senso e valore: l'amore, la preghiera, l'amicizia, la
sofferenza, la felicità. Tutto ciò che ha senso "fa parte della storia del
cosmo", per citare un passo di Singer; ciò che è soltanto funzionale
sparisce nell'oblio, appena esaurita la sua funzione, ma tutte le cose
essenziali sono nell'eternità del loro presente. Shakespeare è, non era, un
poeta.
Memoria significa pure rapporto con la propria identità e consapevolezza - ma
non stolta e feroce idolatria - di quest'ultima. La memoria è anche una
garanzia di libertà; non a caso le dittature cercano di cancellare la memoria
storica, di alterarla o distruggerla del tutto. Le tirannidi la deformano, i
nazionalismi la falsificano e la violentano, il totalitarismo soft di tanti
mezzi di comunicazione la cancella, con una insidiosa violenza che scava paurosi
abissi fra le generazioni.
La memoria ebraica può parlare a nome di tutte le vittime del mondo e della
storia.. La memoria guarda avanti; si porta con sé il passato, ma per salvarlo,
come si raccolgono i feriti e i caduti rimasti indietro, per portarlo in quella
patria, in quella casa natale che ognuno, dice Bloch, il filosofo dell'utopia e
della speranza che nutrì il suo pensiero sociale e rivoluzionario con lo
spirito dei Profeti biblici, crede nella sua nostalgia di vedere nell'infanzia
e che si trova invece in un futuro liberato, alla fine del viaggio.
http://www.quirinale.it/Discorsi/Discorso.asp?id=37816

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