Il giorno che scoprimmo le gambe
I due più celebri cacciatori di fossili si incontrano a New York: “Ecco come siamo diventati umani”
Siamo tutti africani e nessuno lo mette in dubbio. Sappiamo anche che l’Homo
Sapiens - la nostra specie che sta per allargarsi a sette miliardi di individui
- è comparso 200 mila anni fa, in un altopiano tra Etiopia e Sud Africa, ma non
riusciamo a capire perché ci abbia messo così tanto a uscire dal continente
originario, intorno a 60 mila anni fa, quando è migrato verso Medio Oriente,
Asia, Europa. Che differenza c’era tra i primi Sapiens - decisamente pigri - e
i nipotini, animati da un inestinguibile spirito d’avventura?
Famosi per una memorabile litigata, 30 anni fa, quando erano aggressivi come i
remoti Sapiens colonizzatori, Richard Leakey e Donald Johanson si sono
incontrati di nuovo, al Museo di storia naturale di New York: ma stavolta - era
il 5 maggio - i due grandi della paleoantropologia, sebbene appesantiti
dall’età, erano rilassati, inclini alle battute e a reciproche cortesie. «E’
una serata storica, anzi preistorica!», ha scherzato Johanson e Leakey, con una
benda sulla fronte, ha mormorato con un ghigno: «Vi assicuro che è il lavoro di
un medico, non di un collega!».
Fedeli allo spirito riconciliatorio dell’evento, non si sono stancati di
condannare «l’arroganza dei vecchi studiosi eurocentrici» e hanno ripetutamente
evocato «l’umiltà che il genere umano deve dimostrare verso la natura»,
svelando l’immensità del lavoro che grava sui loro team e sui giovani che
vorranno imitarne le imprese.
Quanto siamo diversi dalle scimmie e perché abbiamo avuto
tanto successo? Domande più impegnative è difficile immaginarne e aspettano
risposte convincenti.
La vecchia controversia da specialisti, intanto, è evaporata. A Leakey, lo
scopritore del «Turkana boy», un Erectus di 1.5 milioni di anni, e a Johanson,
che ha portato alla luce «Lucy», un Australopithecus ancora più antico (di 3.2
milioni), non interessa più bisticciare in pubblico sulle posizioni di un paio
di mucchietti di ossa fossili nel frustrante albero dell’evoluzione che
periodicamente si arricchisce di nuovi rami. «Quando atterrai a Nairobi, nel
‘70, erano state censite solo cinque specie del nostro genus Homo e tre di
Australopithecus - ha raccontato Johanson -. Ora le cose sono diventate più
complicate». E Leakey gli ha dato ragione, spiegando che la questione che oggi
li lega al di là delle rivalità professionali e che riesce ad appassionare
anche un turista in gita in Africa è la nascita del bipedismo: «Mia madre,
Mary, scoprì nel 1978, in
Tanzania, le impronte fossili di due ominidi risalenti a 3.6 milioni di anni.
Forse erano una coppia di Australopithecus in luna di miele - ha aggiunto
ammiccando - o una madre con il suo piccolo». Di certo, camminavano su due
gambe, e bene.
Questa capacità - ha aggiunto Johanson - è probabilmente l’enigma degli enigmi:
rappresenta la rivoluzione senza la quale non saremmo diventati umani e che
continua a essere retrodatata. Le prime tracce risalgono a 6 milioni di anni
fa, ma la stima è controversa. Emblema del giallo è l’Ardipithecus ramidus,
datato 4.4 milioni di anni: le ricostruzioni virtuali dello scheletro
dimostrano che sugli alberi camminava, anziché appendersi, e che a terra poteva
stare eretto.
«Quando abbiamo iniziato a spostarci sulle gambe - ha osservato Leakey - sono
cambiati anche i rapporti sociali e i legami tra individui. Quegli ominidi non
sarebbero riusciti a sopravvivere, se non avessero trasformato il loro modo di
agire e comportarsi». Devono essere sbocciate idee inedite e archetipi di
sentimenti. «E’ stato un travagliato tunnel evoluzionistico», ha specificato
Johanson, in cui tanti elementi si sono intrecciati, dal bipedismo, appunto,
alla crescita del cervello e all’ideazione di utensili, fino all’altro
straordinario e misterioso salto: «Il pensiero simbolico». Se i primi Sapiens,
gli «antenati», erano silenziosi, i «pronipoti», che lasciarono l’Africa -
sostiene Leakey dovevano possedere un linguaggio sofisticato, oltre che la
propensione a decorarsi il corpo e a usare le rocce come lavagne per schizzi e
disegni.
I due ex nemici si sono quindi detti d’accordo sul fatto che nuove scoperte -
inevitabilmente emozionanti - sono prossime: c’è da riempire lo spazio compreso
tra 2.4 e 3 milioni di anni fa, quando è comparso il genere Homo di cui siamo
gli ultimi discendenti, e un altro più remoto, in cui ominidi e scimmie si sono
separati, prendendo strade divergenti. «Poi è arrivato l’Australopithecus, un
adattamento di enorme impatto che tuttavia - ha ammonito Johanson - non è
andato da nessuna parte ed è scomparso, come molti ominidi che l’hanno seguito.
E’ un messaggio importante: l’evoluzione non è stata una marcia lineare dai
primati agli angeli». Lanciando uno sguardo indietro, è evidente che le
estinzioni hanno prevalso sui successi (i «processi di speciazione») e non ci
sono segni che il futuro sarà diverso. Leakey e Johanson l’hanno ricordato a un
entusiasta pubblico d’élite, diverso da quello standard americano, in cui
quattro su 10 considerano Charles Darwin un ciarlatano e allo scopritore di
Lucy fanno domande così: «Ma lei ha mai trovato qualcos’altro?».
La Stampa TuttoScienze 18.5.11

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