Il giornalismo davanti a un incrocio
Quel che un giornale non può fare, è telefonare alla persona su cui s’indaga e intimidirla, promettendo di non agire in cambio di qualcosa. In tal caso non è inchiesta ma ricatto, seguito semmai da vendetta.
Se apocalisse significa letteralmente ritiro del velo che
copre le cose, quella che viviamo in Italia è l’apocalisse del giornalismo: è
giornalismo denudato, svelato. È giornalismo che si trova davanti a un
incrocio: se si fa forte, rinasce e ritrova lettori; se si compiace del proprio
ruolo di golem della politica, perde i lettori per il semplice motivo che non
ha mai pensato a loro. Diciamo subito che il male oltrepassa la piccola storia
del Giornale di Sallusti e Feltri, nonostante la piccola storia sia tutt’altro
che irrilevante: se la redazione è stata perquisita come fosse un covo di
banditi, è perché da tempo il quotidiano si conduce in modo tale da suscitare
sospetti, apprensione.
I suoi vertici orchestrano campagne di distruzione che colpiscono uno dopo
l’altro chiunque osi criticare i proprietari della testata (la famiglia
Berlusconi, il cui capo è premier): prima vennero le calunnie contro Veronica
Lario, poi contro Dino Boffo direttore dell’Avvenire, poi per mesi contro Fini,
adesso contro il presidente della Confindustria Emma Marcegaglia. Il male
oltrepassa questa catena di operazioni belliche perché tutti i giornali scritti
sono oggi al bivio.
La crisi è mondiale, i lettori si disaffezionano e invecchiano, i giovani
cercano notizie su altre fonti: blog, giornali online. Philip Meyer, professore
di giornalismo all’Università della Carolina del Nord, sostiene che l’ultimo
quotidiano cartaceo uscirà nel 2040.
Viviamo dunque gli ultimi giorni della stampa scritta e vale la pena meditarli
in un Paese, l’Italia, che li vive così male. Per questo le aggressioni a Fini
e alla Marcegaglia sono decisive, vanno studiate come casi esemplari. Si dirà
che è storia antica, che da sempre il giornalismo sfiora il sensazionalismo.
Alla fine dell’800, chi scriveva senza verificare le fonti veniva chiamato
yellow journalist, e i primi giornalisti-liquidatori innamorati del proprio
potere politico furono Joseph Pulitzer e William Hearst (Citizen Kane nel film
di Orson Welles).
Perché giornalismo giallo? Perché un vignettista di Pulitzer aveva dato questo
nome - yellow kid - al protagonista dei propri fumetti. Ma quelli erano gli
inizi del grande giornalismo, fatto anche di preziose inchieste. Perfino il
compassato Economist apprezzava la cosiddetta furia mediatica. Negli Anni 50,
il direttore Geoffrey Crowther prescrisse ai redattori il motto seguente:
«Semplifica, e poi esagera» (simplify, then exaggerate).
Ora tuttavia non siamo agli inizi ma alla fine di una grande avventura. Per
ogni giornale stampato è apocalisse, e a ogni giornalista tocca esaminarsi allo
specchio e interrogarsi sulla professione che ha scelto, sul perché intende
continuare, su quel che vuol difendere e in primis: su chi sono gli
interlocutori che cerca, cui sarà fedele. Nel declino gli animi tendono a
agitarsi ancora più scompostamente, e questo spiega lo squasso morale di tante
testate (e tante teste) legate al magnate dei media che è Berlusconi. Se
quest’ultimo volesse davvero governare normalmente, come pretende, dovrebbe
interiorizzare le norme che intelaiano la democrazia e non solo rinunciare agli
scudi che lo immunizzano dai processi ma ai tanti, troppi mezzi di
comunicazione che possiede. Lo dovrebbe per rispetto della carica che ricopre.
Aiuterebbe l’informazione a rinascere, a uscire meglio dalla crisi che comunque
traversa.
Chi scrive queste righe, si è sforzato di avere come sola bussola i lettori:
non sempre con successo, ma sempre tentando una risposta alle loro domande.
Ritengo che il lettore influenzi il giornalista più di quanto il giornalista
influenzi il pubblico: in ogni conversazione, l’ascoltatore ha una funzione non
meno maieutica di chi parla. Per un professionista che ami investigare sulla
verità dei fatti, questo legame con chi lo legge prevale su ogni altro legame,
con politici o colleghi. Una tavola rotonda fra giornalisti, senza lettori, ha
qualcosa di osceno.
Tanto più sono colpita dalla condotta di esponenti del nostro mestiere che
sembrano appartenere alle bande mafiose dei romanzi di Chandler. Nella loro
distruttività usano la parola, i dossier o le foto alla stregua di pistole.
Minacciano, prima ancora di mettersi davanti al computer.
Soprattutto, gridano alla libertà di stampa assediata, quando il velo cade e li
svela. Hanno ragione quando difendono il diritto alle inchieste più trasgressive,
e sempre può capitare l’errore: chi non sbaglia mai non è un reporter. Quel che
non si può fare, è telefonare alla persona su cui s’indaga e intimidirla,
promettendo di non agire in cambio di qualcosa. In tal caso non è inchiesta ma
ricatto, seguito semmai da vendetta. È qui che entriamo nel romanzo criminale,
nella logica non dell’articolo ma del pizzino. Il giornalista Lonnie Morgan
dice a Marlowe, nel Lungo Addio: «Per come la penso io, bloccare le indagini su
un omicidio con una telefonata e bloccarle stendendo il testimone è solo
questione di metodo. La civiltà storce il naso in entrambi i casi».
Conviene ascoltare e riascoltare le parole pronunciate dai vertici del
Giornale, perché inaudita è la violenza che emanano. Sentiamo quel che il
vicedirettore Porro dice al telefono, pochi minuti dopo aver spedito un
minatorio sms, a Rinaldo Arpisella, portavoce della Marcegaglia: «Ora ci
divertiamo, per venti giorni romperemo il c... alla Marcegaglia come pochi al
mondo. Abbiamo spostato i segugi da Montecarlo a Mantova». Perché? «Perché non
sembra berlusconiana,... e non ci ha mai filati». Porro s’è presentato tempo fa
in tv come «volto umano» del quotidiano (la «belva umana» è secondo lui
Sallusti). Il presidente della Confindustria, come Boffo o Fini, ha criticato
il premier: questo peccato mortale, non altri ritenuti veniali, indigna i
giornalisti-vendicatori.
Il turpiloquio non è perseguibile: alla cornetta si dicono tante cose. Quel che
è scandaloso viene dopo la telefonata. Spaventata dai malavitosi avvertimenti, la Marcegaglia telefona a
Confalonieri, presidente di Mediaset e consigliere d’amministrazione del
Giornale. Confalonieri telefona a Feltri, direttore editoriale. Si ottiene un
accordo. Si parlerà della Marcegaglia, ma con cura: pubblicando magari
articoli, fin qui ignorati, di altri giornali. È così che il giornalista si
tramuta in smistatore di pizzini, e demolitore della propria professione.
Quello del giornalista è un bel mestiere con brutte abitudini, e tale doppiezza
gli sta accanto sempre. È qui che l’occhio del lettore aiuta a star diritti, a
non farsi usare: è il lettore il suo sovrano, anche se la maggior parte dei
giornali dipende purtroppo, in Italia, da industriali e non da editori.
Berlusconi ha reso più che mai evidente un vizio ben antico. Così come lui
carezza la sovranità del popolo senza rispettarlo, così rischiamo di fare noi
con i lettori. Rispettarli è l’unica via per lottare contro la nostra fine, e
le opportunità non mancano: è il resoconto veritiero, è smascherare le falsità.
È servire la persona che ancora acquista giornali. Ci vuole qualcuno che
trattenga l’apocalisse, cioè l’avvento dell’anomia, dell’illegalità
generalizzata: un katéchon, come nella seconda lettera di Paolo ai
Tessalonicesi (2,6-7).
Il giornalista che aspira a «trattenere» lo squasso è in costante stato di
Lungo Addio, come il private eye di Chandler. Il suo è un addio alle
manipolazioni, alle congetture infondate, alla politica da cui è usato, ai
tempi del Palazzo, a tutto ciò che lo allontana da tanti lettori che perdono
interesse nei giornali scritti, troppo costosi per esser liberi. Chi vive nella
coscienza d’un commiato sempre incombente sa che c’è un solo modo di congedarsi
dalle male educazioni del mestiere: solo se il Lungo Addio, come per Philip
Marlowe, ignora le bombe a orologeria ed è «triste, solitario e finale».
La Stampa 10/10/2010

Precedente: Da Cavour e Garibaldi a Bossi e Berlusconi

