Il Gesù storico secondo Ratzinger
Alle prese con uno dei nodi più delicati della storia evangelica, il Papa è stato costretto a prendere atto che i quattro evangelisti hanno tre tesi diverse, e che una di esse «sicuramente non esprime un fatto storico».
Nel primo libro su Gesù pubblicato nel 2007 Benedetto XVI chiedeva ai lettori
«quell'anticipo di simpatia senza il quale non c' è alcuna comprensione». Aveva
ragione, perché occorre essere ben disposti verso l' autore di un libroo di una
musica, come verso ogni persona che si incontra, per poter adeguatamente
comprendere. È necessario però capire bene il senso della simpatia richiesta
dal pontefice: nell' ambito teologico in cui si colloca non si tratta di un
semplice sentimento, il quale peraltro c' è o non c' è perché nasce solo
spontaneamente. Simpatia va intesa qui nel senso originario di patire-con,
coltivando un comune pathos ideale. La domanda quindi è: qual è il pathos che
ha mosso Benedetto XVI a pubblicare due volumi su Gesù di oltre 800 pagine
complessive, di cui oggi arriva in libreria il secondo che riguarda, recita il
sottotitolo, il periodo «dall' ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione»?
La preoccupazione del Papa concerne il problema decisivo del cristianesimo
odierno, a confronto del quale i cosiddetti "valori non negoziabili"
(scuola, vita, famiglia) sono acqua fresca: cioè il legame tra il Gesù della
storia reale e il Cristo professato dalla fede. Senza scuole cattoliche il cristianesimo
va avanti, senza leggi protettive sulla famiglia e la bioetica lo stesso, anzi
non è detto che una dieta al riguardo non gli possa persino giovare.
Ma senza il legame organico tra il fatto storico Gesù (Yeshua) e quello che di
lui la fede confessa (che è il Cristo) tutto crolla, e alla Basilica di San
Pietro non resterebbe che trasformarsi in un museo. Nella fondamentale premessa
del primo volume, una specie di piccolo discorso sul metodo, il Papa si chiede
"che significato può avere la fede in Gesù il Cristo (...) se poi l' uomo
Gesù era così diverso da come lo presentano gli evangelisti e da come, partendo
dai Vangeli, lo annuncia la
Chiesa", domanda retorica la cui unica risposta è
"nessun significato" e da cui appare quanto sia decisiva la connessione
storia-fede. Chiaro l' obiettivo, altrettanto lo è il metodo: «Io ho fiducia
nei Vangeli (...) ho voluto fare il tentativo di presentare il Gesù dei Vangeli
come il Gesù reale, come il Gesù storico in senso vero e proprio»; concetto
ribadito nella premessa del nuovo volume dove l' autore scrive di aver voluto
«giungere alla certezza della figura veramente storica di Gesù» a partire da
«uno sguardo sul Gesù dei Vangeli». Il Papa fa così intendere che mentre l'
esegesi biblica contemporanea perlopiù divide il Gesù storico reale dal Cristo
dei Vangeli e della Chiesa, egli li identifica mostrando che la costruzione
cristiana iniziata dagli evangelisti e proseguita dai concili è ben salda
perché poggia su questa esatta equazione: narrazione evangelica = storia reale.
Questo è l' intento programmatico su cui Benedetto XVI chiede la sua
"simpatia". Peccato per lui però che in questo nuovo volume egli
stesso sia stato costretto a trasformare il segno uguale dell' equazione
programmatica nel suo contrario: narrazione evangelica ? storia reale. Il nodo
è la morte di Gesù, precisamente il ruolo al riguardo del popolo ebraico,
questione che travalica i confini dell' esegesi per arrivare nel campo della
storia con le accuse di "deicidio" e le immani tragedie che ne sono
conseguite. Chiedendosi "chi ha insistito per la condanna a morte di
Gesù", il Papa prende atto che "nelle risposte dei Vangeli vi sono
differenze": per Giovanni fu l' aristocrazia del tempio, per Marco i
sostenitori di Barabba, per Matteo "tutto il popolo" (su Luca il Papa
non si pronuncia, ma Luca è da assimilare a Matteo). E a questo punto presenta
la sorpresa: dicendo "tutto il popolo", come si legge in 27,25,
"Matteo sicuramente non esprime un fatto storico: come avrebbe potuto
essere presente in tale momento tutto il popolo e chiedere la morte di
Gesù?". Sono parole veritiere e coraggiose (per le quali sarebbe stato
bello che il Papa avesse fatto il nome dello storico ebreo Jules Isaac e del
suo libro capitale del 1948 Gesù e Israele, purtroppo ignorato), ma che
smentiscono decisamente l' equazione programmatica che è il principale
obiettivo di tutta l' impresa papale, cioè l' identità tra narrazione
evangelica e storia reale.
Alle prese con uno dei nodi più delicati della storia evangelica, il Papa è
stato costretto a prendere atto che i quattro evangelisti hanno tre tesi
diverse, e che una di esse «sicuramente non esprime un fatto storico». Se
questa incertezza vale per uno degli eventi centrali della vita di Gesù, a
maggior ragione per altri. Ne viene quello che la più seria esegesi biblica
storico-critica insegna da secoli, cioè la differenza tra narrazione evangelica
e storia reale. Significa allora che tutta la costruzione cristiana crolla? No
di certo, significa piuttosto che essa è, fin dalle sue origini, un' impresa di
libertà. Non è data nessuna statica verità oggettiva che si impone alla mente e
che occorre solo riconoscere, non c' è alcuna "res" al cui cospetto
poter presentare solo un' obbediente "adaequatio" del proprio
intelletto, non c' è nulla nel mondo degli uomini che non richieda l' esercizio
della creativa responsabilità personale, nulla che non solleciti la libertà del
soggetto. La libertà di ciascun evangelista nel narrare la figura di Gesù è il
simbolo della libertà cui è chiamato ogni cristiano nel viverne il messaggio.
Se persino di fronte ai santi Vangeli la libertà del soggetto è chiamata a
intervenire discernendo ciò che è vero da ciò che "sicuramente non esprime
un fatto storico", ne viene che non esiste nessun ambito della vita di
fede dove la libertà di coscienza non debba avere il primato (compresa la
libertà di non prendere così tanto sul serio l' etichetta "valori
non-negoziabili" apposta dal Magistero alla triade scuola-famiglia-vita).
Affrontare seriamente la figura di Gesù, come ha fatto Benedetto XVI in questo
suo nuovo libro, significa essere sempre rimandati alla dinamica impegnativa e
responsabilizzante della libertà.
Repubblica, 11 marzo 2011

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