Il gene delle nostre parole
Il gene Foxp2 collega le funzioni del cervello a quelle muscolari permettendo il linguaggio
Si dice che le parole non lasciano fossili. In realtà non è proprio così. I
fossili esistono, ma bisogna scovarli e interpretarli. All’interno di noi,
nella fabbrica biologica del nostro essere: il Dna.
Sono 10 anni che la traccia è stata identificata, ma adesso il lavoro di
analisi su quella esile traccia sta snocciolando risultati a catena. E così si
comincia a capire qualcosa di più sul perché non stiamo mai zitti e siamo
diventati la specie che si identifica con le proprie infinite invenzioni
verbali.
La storia ha origine nel 2001, quando si scopre un’intera famiglia della
periferia londinese con problemi di articolazione dei suoni. L’aspetto che
all’epoca sorprese di più i neurologi era che l’intelligenza non c’entrava. Le
capacità intellettuali dei genitori e dei quattro figli risultavano normali. Il
loro problema era la pronuncia delle parole e, a volte, la capacità di capirle
correttamente. Solo dopo una laboriosa ricerca emerse una nonna con una
piccola, eppure decisiva, mutazione in un gene, chiamato Foxp2: era quel pezzo
di Dna l’indizio fossile che nascondeva la chiave dell’enigma.
La storia, ora, continua con un duplice colpo di scena. Frederique Liegeois,
neuroscienziata cognitiva allo University College di Londra, ha sottoposto la
famiglia nota agli studiosi con la sigla «Ke» alle analisi con l’fMRI, la
tecnica di risonanza magnetica funzionale che visualizza in diretta il
funzionamento del cervello: quando le «cavie» dovevano scandire una serie di
termini particolarmente difficili, non si osservava l’«accelerazione» standard
dell’attività dei gangli basali, l’area responsabile dei veloci movimenti
muscolari e facciali che rendono possibili le acrobazie linguistiche.
Contemporaneamente, un team di Oxford non ha mai smesso di studiare il
«fossile». Prima si è reso conto che il gene è tutt’altro che raro: esiste da
300 milioni di anni e tutti i vertebrati terrestri lo condividono. Poi ha
osservato che nell’uomo Foxp2 si è come imbizzarrito e che due aminoacidi nella
proteina prodotta dal gene sono cambiati in appena pochi milioni di anni.
Nessun’altra specie presenta questa stranezza, anche se le alterazioni nelle
regioni dei cromosomi possono avvenire più spesso di quanto si pensasse. Negli
uccelli canori, per esempio, provoca problemi di apprendimento delle note e
condanna le vittime all’isolamento sociale.
Gli studi sono proseguiti e sulla rivista «PloS Genetics» ha debuttato
l’ennesima (e non l’ultima) sorpresa: Foxp2 regola il «wiring» - vale a dire le
connessioni - di molti neuroni. Indagando il tessuto embrionale del cervello,
Sonja Vernes e Simon Fisher hanno visto che la proteina codificata agisce come
un interruttore globale. E’ il direttore d’orchestra di decine di altri geni,
ciascuno responsabile dell’accensione e dello spegnimento delle reti con cui
comunicano le cellule del cervello. Alla fine emerge uno scenario complesso, di
reciproci legami e labirintiche ridondanze, che sembra essere il «grande
facilitatore» del linguaggio. Le sinapsi e i canali che si creano nell’essere
umano non vengono replicati dagli altri mammiferi e i test con i topolini
ingegnerizzati in laboratorio hanno confermato questa eccezionalità.
La nuova ipotesi, a questo punto, è che Foxp2 dev’essere comparso come un
regolatore dell’apprendimento dei movimenti corporei. Solo in un secondo tempo
avrebbe «imparato» a regolare la crescita neuronale. E, finalmente, in una fase
successiva si sarebbe incaricato di generare un sofisticato mix, in cui le
competenze muscolari e le abilità cognitive si sarebbero strettamente legate,
dando così voce al linguaggio. Il gene - con ogni probabilità - è solo la punta
dell’iceberg. Il decennale delle sue avventure scientifiche è l’inizio di una
storia che si annuncia lunghissima.
La Stampa TuttoScienze 26.10.11

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