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Il film «Agorà» di Alejandro Amenàbar : autocritica in nome di Dio

Troppi cattolici hanno continuato a fingere di credere che appunto le crociate, l’Inquisizione e il massacro degli indios siano stati momenti di deprecabile eccezione all’interno di un processo storico ispirato sempre e comunque alla pace e all’amore.

 

 

È stato forse frainteso, sia da destra sia da sinistra, il nobile invito rivolto da Giovanni Paolo II ai cattolici: «purificare la memoria», chiedere perdono per le infinite volte nelle quali i cristiani non si sono dimostrati all’altezza del messaggio del Cristo, riconoscere pubblicamente errori e peccati antichi e recenti.

Tale invito è stato troppo spesso interpretato da destra come una prova unilaterale di debolezza; e, da sinistra, inteso come una doverosa e magari un po’ tardiva ammissione.

Le cose stanno altrimenti. Quell’invito ai cristiano-cattolici era forse anzitutto e soprattutto una sfida. Se il capo dei cattolici chiedeva perdono per le crociate, le persecuzioni inquisitoriali, la cacciata di ebrei e di musulmani dalla Spagna, il massacro degli indios, avrebbero avuto gli altri il coraggio di fare altrettanto?

Anglicani e presbiteriani avrebbero mai accettato di fare mea culpa per le infamie perpetrate da Oliver Cromwell e per i pellerossa e le streghe fatti sopprimere dal pastore Cotton Mather?

I musulmani avrebbero mai ammesso gli atti di ferocia compiuti durante le jihad dal VII secolo in poi? E così via… Rileggetevi sul serio un po’ di storia. Ce n’è per tutti. Nessuno è innocente.

Ma la sfida di papa Karol Wojtyla non è stata raccolta. Forse era troppo alta, forse i tempi non sono ancora maturi. Si è preferito ignorare un messaggio che tuttavia era fin troppo esplicito: e che, accolto, avrebbe magari aperto una stagione nuova nel rapporto tra le culture e le religioni.

Spiace tuttavia constatare che nemmeno i cattolici hanno inteso a dovere quella rigorosa lezione. La prova di ciò consiste nelle innumerevoli occasioni perdute di specchiarsi senza pregiudizi e senza trucchi nel proprio passato, di fare i conti con la propria storia.

Troppi cattolici hanno continuato a fingere di credere (e magari i meno preparati a credere sul serio) che appunto le crociate, l’Inquisizione e il massacro degli indios siano stati momenti di deprecabile eccezione all’interno di un processo storico ispirato sempre e comunque alla pace e all’amore.

La boutade di alcuni teocon in polemica per esempio con l’Islam, consistente nell’affermazione che la fede coranica si sarebbe sempre o quasi imposta con la spada mentre, al contrario, quella cristiana avrebbe fatto quasi costantemente uso degli strumenti della mitezza e del perdono, farebbe schiattare dalle risate se non spalancasse dinanzi ai nostri occhi un vertiginoso pozzo d’ignoranza e di malafede.

In realtà è vero quasi l’esatto contrario.

Da quando l’imperatore Teodosio nel 380 proclamò quella cristiana l’unica legittima fede praticabile da parte di tutti i cittadini dell’impero, la storia pubblica dell’espansione del Cristianesimo (che pure ha scritto con i suoi missionari fulgide pagine di abnegazione, di pietà e di martirio) è stata storia d’imposizioni violente e di conversioni estorte con la forza o imposte dall’alto.

Se non ne siete convinti, citate un solo caso in cui sia avvenuto qualcosa di diverso.

A questa ipocrisia, che ci riconduce in pieno all’attualità della sfida di Giovanni Paolo II, si collegano le reticenze e le difficoltà che hanno accompagnato il lento e difficile ingresso in Italia del film di Alejandro Amenàbar, Agorà.

Che non ha certo la mano leggera nel presentarci un’Alessandria del 415 percorsa dalle passioni feroci dei parabolani, i Santi squadristi brutti, sporchi e cattivi al servizio di Cirillo vescovo di Antiochia; né usa toni soft nel presentarci l’infame linciaggio, a opera loro, della saggia, virtuosa, intelligente filosofa e scienziata neoplatonica Ipazia, che pur intratteneva affettuosi rapporti anche con molti suoi allievi cristiani.

Quella di Ipazia è una storia esemplare. Che non condanna il Cristianesimo, ma che riconduce al dato effettivo dell’inadeguatezza morale e culturale dei mezzi e dei metodi che alcuni, troppi cristiani hanno usato nella storia per far trionfare non tanto la loro fede quanto il sistema di potere che la sosteneva.

Ora, il punto non è se Amenàbar abbia voluto girare un film anticlericale o addirittura anticristiano. Può anche darsi. Ma ciò è di secondario interesse.

Il fatto è che quel film ci riconduce, magari polemicamente, a una serie di dati storici obiettivi che sono stati oscurati nel nome della costruzione di una controstoria tanto agiografica quanto profondamente falsa.

È tempo che i cattolici prendano sul serio la consegna di Giovanni Paolo II, per la loro storia e per molti altri aspetti della loro vita ecclesiale. Solo così potranno chiedere agli altri di fare altrettanto.

Se e quando accadrà, magari scopriranno perfino di essere in vantaggio loro. Ma il prezzo da pagare, ora, è questo. Disincanto e onestà.

 

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