Il federalismo? meglio a velocità variabile
Diamo maggiore autonomia, anche sul piano delle entrate, ai governi locali meritevoli di fiducia sulla base di parametri costruiti sui comportamenti passati.
Benché autorevoli commentatori l’abbiano tacciato come un primo passo verso “la secessione della Padania dal resto del Paese”, dubitiamo che lo “strappo di Cernobbio” finirà sui libri di storia. Gli industriali lombardi hanno attribuito una vera e propria ovazione a Emma Marcegaglia, quando la presidente di Confindustria ha rivendicato la necessità di andare avanti comunque sulla strada del federalismo. “Chi è pronto per la riforma deve poter partire prima degli altri”. Ciò che rischia di finire sui libri di storia è, invece, l’esito delle sempre più probabili elezioni politiche della prossima primavera. “Correva l’anno 2011”, i figli dei nostri figli potrebbero un giorno leggere sui loro sussidiari digitali “e paradossalmente 150 dopo l’Unità d’Italia si tennero elezioni che spaccarono il Paese in tre: la Lega e ciò che restava del partito di Berlusconi presero voti solo al Nord, il Partito Democratico e i suoi alleati al Centro, mentre un'inedita combinazione di Udc, Fli, Mpa, e vari conclamati nuovi “partiti del Sud”, risultarono vincitori al Sud”. La battaglia sul federalismo fiscale rischia di spezzare le rappresentanze politiche del Paese e di trasformare il futuro Parlamento in un'arena di rivendicazioni territoriali contrapposte, il peggio che ci possa capitare. Un federalismo “a geometrie variabili” può viceversa essere l’unico modo per rendere fiscalmente sostenibile un processo che avvicini le decisioni ai cittadini, responsabilizzando maggiormente la classe politica al loro cospetto.
LA SECESSIONE NEL NON FAR NULLA
Non c'è praticamente nulla nella legge delega sul federalismo fiscale o nei suoi decreti attuativi che prefiguri forme di secessione o indebiti regali o penalizzazioni a parti diverse del Paese. Si tratta semmai di un coacervo di disposizioni che non affronta e non risolve i problemi fondamentali dei rapporti tra governi, in particolare quello che dovrebbe essere il cuore di una riforma federalista, l'autonomia degli enti territoriali di governo. Ma in questa indeterminatezza, la necessità delle varie forze politiche di differenziarsi e posizionarsi sul tema in fase pre-elettorale, in un periodo di crisi in cui tipicamente affiorano spinte localiste, potrebbe sobillare la frustrazione del Nord e la paura di essere abbandonati del Sud, creando uno scenario di territorializzazione della rappresentanza politica del tipo di quello che abbiamo paventato.
UN PRINCIPIO COSTITUZIONALE
L'adozione di una logica di decentramento a velocità variabile servirebbe invece a disinnescare la miccia, riportando il dibattito su basi più concrete e dando un impulso a quella riforma delle istituzioni locali che è fondamentale soprattutto per lo sviluppo del Mezzogiorno. Il principio è molto semplice ed è in realtà già implicito nella riforma del Titolo V della Costituzione del 2001. L'autonomia agli enti locali, regioni e comuni, non è data per sempre, ma va continuamente meritata. Chi si è dimostrato in grado in passato di offrire servizi adeguati senza sfondare i bilanci può essere premiato con l'attribuzione di nuove competenze e maggiori autonomie; chi non lo ha fatto, deve essere posto sotto tutela, punendo i responsabili, e aiutato finché non raggiunge livelli di efficienza sufficienti. La lettera m dell'articolo 117, che assegna allo Stato la determinazione degli standard dei servizi nelle funzioni fondamentali, e l'articolo 120, che assegna allo Stato i poteri sostitutivi nel caso gi standard non vengano raggiunti, sostanzialmente questo prevedono, senza distinzioni tra regioni e comuni del Sud, del Nord o del Centro.
COSA SERVE PER PROMUOVERE AMMINISTRAZIONI PIÙ EFFICIENTI
La legge delega non attribuisce nuove competenze alle regioni, ma crea le condizioni perché possano essere attribuite in futuro, in particolare sulla scuola, dove pende una sentenza della Corte costituzionale che impone il passaggio del personale docente alle regioni, e sulla finanza locale, dove i trasferimenti agli enti locali e i patti di stabilità interna possono essere ora determinati dalle regioni. Nulla vieta che questi passaggi di competenze e risorse, invece che avvenire per tutte le regioni nello stesso momento, siano condizionati al buon operare delle stesse regioni nelle funzioni loro attualmente attribuite, in particolare sulla sanità. Questo offrirebbe un incentivo potente anche alle regioni deficitarie per mettersi a regola e raggiungere standard minimi di efficienza amministrativa. Si può anche costruire il passaggio in modo che sia reversibile, cioè con la possibilità che le nuove funzioni (e relative risorse) ritornino allo Stato centrale in caso di manifesta incapacità delle regioni a offrire in modo efficiente i servizi devoluti.
PER UNA VERA AUTONOMIA
Questa prospettiva potrebbe avere anche riflessi positivi sull'autonomia
effettiva attribuita agli enti locali. A chi guardi con occhi non ideologici le
azioni del governo appare evidente che la preoccupazione principale di
quest'ultimo, nonostante la retorica federalista, consiste nel cercare di
mortificare l'autonomia degli enti territoriali. Il primo atto del governo è
stato l'abolizione della principale imposta comunale (l'Ici sull’abitazione di
residenza), il blocco di tutte le addizionali regionali e comunali e
l'irrigidimento dei patti di stabilità interna. E tutto il dibattito
sull'attuazione della legge delega si è concentrato su varie forme possibili di
standardizzazione e vincolo sulle spese locali, mentre pochissimo si è discusso
di autonomia tributaria, che pure dovrebbe rappresentare il cuore di ogni
progetto di decentramento. E anche quando di tributi locali si
è finalmente discusso, lo si è fatto cercando di limitare il più possibile gli
spazi di manovra dei governi locali sul piano delle entrate. Così, sulla base
degli schemi di decreti attuativi approvati dal Consiglio dei ministri, le
regioni potranno in futuro ridurre l'Irap, ma senza aumentare l'Irpef più di un
tanto, e comunque l'eventuale aumento dell'Irpef deve riguardare certi
contribuenti e non altri; così, i comuni potranno tassare (dal 2014) il
patrimonio immobiliare, ma non i residenti, e comunque è già
specificato ex ante quali deduzioni dovranno essere introdotte e perché
sull'istituenda imposta comunale. Tutte queste norme poco hanno a che fare con
un sistema di federalismo fiscale compiuto. In quest’ultimo, i governanti
locali fanno quello che vogliono nell'ambito delle loro sfere di competenza e
dei loro tributi, e i cittadini decidono se confermarli o meno sulla base dei
loro risultati. Lo stato è legittimato a intervenire solo se non si rispettano
i saldi (perché altrimenti è la collettività nazionale a doversene fare carico)
o se gli standard dei servizi offerti non sono adeguati rispetto agli obiettivi
definiti sulle funzioni su cui esiste un interesse nazionale. Se i vincoli
imposti all'autonomia locale riflettono una scarsa fiducia del
governo nazionale nei confronti dei governi locali, o dei governi locali di
alcune parti del paese, si identifichino quelli di cui fidarsi sulla base di
parametri predefiniti sulla base dei loro comportamenti del passato (come il
rispetto dei patti di stabilità e misure della qualità dei servizi offerti), e
si offrano loro spazi maggiori di autonomia anche sul piano delle entrate.
Sarebbe un modo per spingere tutti a migliorare, e servirebbe anche a superare
la frustrazione dei territori più efficienti.
http://www.lavoce.info 30.11.2010

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