Il dramma del federalismo in Italia e in Europa
Il federalismo, fiscale e istituzionale, può essere a questo punto della nostra storia un passo in avanti o una catastrofe nazionale.
La settimana si è chiusa con le Borse di nuovo in caduta
verticale. Dunque la speculazione non è ancora domata e non lo sarà fin quando
l'Europa non avrà fatto passi decisivi verso uno Stato federale compiuto e
dotato di una sua politica economica e fiscale come di una sua politica estera
e militare. Per noi italiani il tema del federalismo europeo si intreccia con
quello del federalismo italiano, arrivato ormai alla sua fase cruciale. La
scatola vuota tanto propagandata dalla Lega dovrà nei prossimi mesi ed anni
esser riempita di concreti contenuti che incideranno sulla struttura dello
Stato, delle Regioni, degli enti locali; sull'equilibrio sociale e politico,
sui poteri costituzionali, su alcuni grandi servizi pubblici a cominciare dalla
sanità e dall'istruzione.
Federalismo italiano e federalismo europeo sono dunque due percorsi paralleli
con reciproche influenze. Del primo si sono occupati nei giorni scorsi su
Repubblica Giorgio Ruffolo (che ha anche scritto un libro interessante in
materia) e Massimo Salvadori. Del secondo ha trattato Luigi Zingales su 24 Ore
del 9 maggio. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, dal canto suo
è ripetutamente intervenuto in questa così delicata questione, tanto più
attuale per noi italiani nell'anno in cui si celebra l'impresa garibaldina dei
"Mille" e i centocinquanta anni dell'Unità d'Italia. Da questo tema
dobbiamo quindi cominciare la nostra analisi.
* * *
Il Risorgimento fu concepito e attuato da una "élite", minoritaria
come tutte le "élite".
Era una minoranza molto composita nella quale convivevano sentimenti, ideali,
interessi e una visione culturale che aveva radici antiche.
Lasciamo da parte Dante, che ne ebbe il presentimento e le fornì per primo un
comune linguaggio; ma non possiamo non includervi Alfieri, Foscolo, Manzoni, il
folto gruppo di riformisti e illuministi tra i quali spiccarono i nomi dei
Verri e del Beccaria.
Politicamente il Risorgimento come movimento d'indipendenza e di unità
nazionale nacque nella testa di Giuseppe Mazzini. Cavour ci arrivò per
pragmatismo. La sua prima idea era stata un regno padano da Torino a Venezia,
sulle orme del suo predecessore Massimo d'Azeglio. Ma quando Garibaldi arrivò a
Palermo con le sue Camicie rosse, non esitò un momento a saltare in sella a
quel movimento vincente e a piegarlo agli interessi della monarchia sabauda.
Molte critiche sono state fatte, allora e dopo fino ai giorni nostri, da sponde
diverse. Furono critici i cattolici e criticissimo il papa Pio IX; fu critico
Mazzini e il partito d'Azione, fu critico Gramsci e la sinistra marxista. Oggi
è critica la Lega
e l'opinione nordista che la Lega
cavalca a briglia sciolta. Ma tutti questi punti di vista così diversi tra loro
convergono su un punto: il Risorgimento - dicono - fu opera di una minoranza e
questa è la sua debolezza. Le masse cattoliche, contadine, operaie, furono
assenti ed escluse dalle istituzioni. Quindi un movimento deforme, come deforme
fu lo Stato che nacque da esso. Una deformità che ha impedito la maturazione di
un vero sentimento nazionale e un radicamento delle istituzioni nella coscienza
popolare.
È vero, fu uno Stato creato da una minoranza e nato con il forcipe d'una
volontà minoritaria. Ma, come ho già più volte ricordato, non è mai esistito
nella storia un nuovo potere che sia nato dalla consapevole volontà di vaste
masse popolari. La creazione d'un potere nuovo è sempre stato il prodotto d'una
minoranza, un risultato demiurgico che solo in un secondo momento ha evocato il
popolo ed ha inserito gradualmente nelle istituzioni le masse popolari. Così
sono sempre andate le cose; perfino la Rivoluzione dell'89 fu un fatto di minoranze per
non parlare dei bolscevichi di Lenin. Nel bene e nel male gli Stati sono nati
in questo modo.
Il Risorgimento arrivò ultimo tra le nazioni d'Europa e non poteva che nascere
in quel modo: centralizzato, tra nazioni già radicate nella storia e nella
coscienza popolare. Se fosse nato su basi federali sarebbe stato spazzato via
in un baleno.
Le masse popolari sono ormai entrate da tempo nelle istituzioni, anzi si sono
abituate a profittarne fin troppo e il motivo è semplice: le nostre istituzioni
sono state molto spesso occupate da gruppi di puro potere con scarsa o nessuna
visione del bene comune. Le istituzioni sono state usate per tornaconto degli
occupanti e delle vaste clientele (o cricche) che ne hanno tratto beneficio.
Questa è la nostra vera debolezza con la quale il Risorgimento ha poco o nulla
a che vedere. Se il sentimento nazionale è debole, la sua debolezza coincide
con la disistima verso le confraternite del potere. Se il prestigio e la
fiducia degli italiani verso Napolitano è quasi il doppio della fiducia verso
Berlusconi, la ragione è quella: Napolitano rappresenta tutti, Berlusconi
rappresenta se stesso e i suoi.
* * *
Il federalismo, fiscale e istituzionale, può essere a questo punto della nostra
storia un passo in avanti o una catastrofe nazionale. C'è infatti un punto dal
quale parte la questione federalista: la disistima verso le istituzioni
coinvolge le Regioni prima ancora dello Stato. Il clientelismo regionale è
ancor più esteso di quello statale, la burocrazia regionale è pletorica, i
consigli e le giunte regionali sono un ricettacolo di malgoverno e spesso di
malaffare. La Sanità,
che è uno dei più grossi affari pubblici, alterna punti di eccellenza con
situazioni di vergognosa miserabilità, la mappa dei posti letti è assurda, la
mescolanza tra affari e politica ha raggiunto livelli sciagurati. Campania,
Calabria, Sicilia, Abruzzo, Molise, Lombardia, Lazio, per citare solo i casi
più evidenti, sono territori già commissariati o di imminente commissariamento,
dove la rete clientelare e il malaffare che ne consegue sono ormai entrati
nelle consuetudini dei proverbi e delle barzellette.
E' una rete difficilissima da rompere, dove il vero reato non è neppure più la
corruzione ma l'associazione per delinquere, tanti sono i legami trasversali
che intercorrono tra i membri delle cricche.
Da questa Suburra parte, ahinoi, la marcia del federalismo italiano.
* * *
Scrive Ruffolo che per bonificare questa Suburra ci vogliono le macro-regioni.
Dice al contrario il nostro presidente della Republica che le macro-regioni
rappresenterebbero inevitabilmente la fine dello Stato unitario. Ad esse non a
caso puntano Bossi e Calderoli: la
Padania come la
Baviera.
Si dirà che la
Baviera convive agevolmente con gli altri lander della
Germania federale ed è vero. Ma attenzione: non esiste un divario così marcato
tra i lander tedeschi che possa essere confrontato con il divario
socio-economico-criminale che divide l'Italia in due. La Westfalia, la Renania, Amburgo, non
hanno nulla da invidiare alla Baviera della quale sono perfino più ricchi.
Semmai un divario esiste con i lander dell'Est che fino a vent'anni fa erano
ancora sotto il tallone stalinista; ma non paragonabile al nostro Mezzogiorno.
Una Padania istituzionalizzata, con un suo governo ed un suo Parlamento, può
anche essere generosa nel periodo iniziale di un siffatto federalismo, ma
avrebbe gettato le basi di una reale separazione tra l'Italia peninsulare e
quella cisalpina. Quest'ultima centripetata dall'Europa, l'altra piegata verso
il Maghreb, la Grecia,
l'Albania e l'incrocio dei traffici mafiosi del Mediterraneo e dell'America
Latina, lontana ma molto presente.
E' questo il federalismo macro-regionale? Temo di sì e per questo lo avverso,
da italiano e da europeo.
* * *
Due parole su un altro nordismo che meriterà però un più articolato discorso:
il nordismo europeo che molti coltivano dopo la battaglia tra la speculazione
internazionale e l'Unione europea. La battaglia procede a fasi alterne, ma la
guerra è ancora tutta da combattere e non sarà vinta fin quando l'Unione non
sarà diventata un vero Stato federale, magari a due velocità ma con la moneta
comune sempre più al centro del sistema.
Molti (e Zingales tra questi) suggeriscono di spaccare in due l'area e la
moneta dell'Unione: un'area Sud con un euro-sud e un'area Nord con un
euro-nord.
La geografia non è coerente fino in fondo: nel nord-nordest ci sono paesi come
i Baltici, la Romania,
la Bulgaria,
i cui fondamentali sono forse più compatibili con il Sud; ma questi sono
dettagli, sia pure assai eloquenti.
Non si capisce se l'euro-sud sarebbe una moneta diversa e se avrebbe una sua
diversa Banca centrale. Se così fosse, la speculazione internazionale avrebbe a
disposizione una vasta prateria, da Lisbona a Madrid, ad Atene passando
probabilmente anche dai territori italiani a sud di Firenze.
Se invece l'area Sud avesse la stessa moneta del Nord con una banda
d'oscillazione attorno al cambio fisso dell'Euro, è di tutta evidenza che per
la speculazione internazionale sarebbe un gioco da bambini distruggere l'intero
meccanismo.
Per quanto riguarda l'Italia, allora sì, la secessione non più solo di fatto ma
istituzionale sarebbe inevitabile, con la Padania agganciata all'euro e il resto d'Italia
ad un qualche fiorino di antica e non commendevole memoria.
E' questo che volete? A me sembra pazzesco il solo pensarlo.
http://www.repubblica.it (16 maggio 2010)

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