Il dovere di distinguere
Il populismo grillino sta perdendo il controllo della situazione
Per fortuna non c´è stata, in Val di Susa, una replica dei fatti di Genova di
dieci anni fa. Come allora, la violenza premeditata si è infiltrata nelle
proteste di massa; a differenza di allora la risposta delle forze dell´ordine è
stata ferma, ma professionale. E questo è un fatto positivo. Ma c´è stata anche
un´altra differenza: c´è stata – da parte di Beppe Grillo – l´offerta di una
sponda politica alla protesta, che non ha distinto a sufficienza, e con la
dovuta chiarezza, fra critica (anche radicale) e violenza. Parlare di
"guerra civile" in corso, affermare "siete tutti eroi",
inneggiare alla "straordinaria rivoluzione" che si oppone alle
"prove tecniche di dittatura", significa che il linguaggio politico
sta deragliando.
Che il populismo demagogico grillino sta perdendo il controllo della
situazione, e gioca ormai al tanto peggio tanto meglio. Che sta investendo
politicamente non solo sull´emozione, come di solito fa, ma sull´esasperazione,
sulla confusione.
E invece è cruciale, ora, sapere esercitare la distinzione concettuale – e
pratica – fra protesta e violenza: tanto lecita la prima quanto indifendibile
la seconda. E fra democrazia e dittatura; all´interno della prima, infatti, ci
troviamo, nonostante tutto; e soprattutto in essa ci riconosciamo; mentre la
seconda non è all´ordine del giorno, meno che mai nelle forme di violenta e
illiberale repressione che si denunciano, e che giustificherebbero la
"resistenza" violenta.
Come va attuata, infine, la distinzione fra sommossa e guerra civile: episodica
illegalità l´una, che va ricondotta all´interno delle regole e dell´impero
della legge, mentre l´altra è la lacerazione del tessuto politico, la fine di
una forma politica da cui – con un tragico tributo di sangue e sofferenze – ne
esce un´altra.
Un politico anti-sistema – quale Grillo è – può praticare disobbedienze radicali,
può attivare movimenti di dura critica alle istituzioni (essendo a sua volta
criticato, naturalmente), può operare perché da un focolaio di crisi scaturisca
un´energia politica capace di propagarsi all´intero Paese; ma non può
confondere la propria lotta – né quella altrui, che egli assume come occasione
propizia per sé e per il proprio movimento – con la violenza.
Il rapporto amico/nemico, che viene evocato, non è uno scherzo; è un processo
che, semplicemente, non va attivato perché fa saltare i fondamenti della vita
civile. Perché mette in gioco la morte, la possibilità dello scontro all´ultimo
sangue. E questo, va detto con estrema fermezza, non lo può legittimamente
volere nessuno.
Davanti a questa prospettiva tutti devono arretrare: col passo indietro della
responsabilità, della chiarezza e della distinzione. Cioè della ragione, e
della politica che passa attraverso le istituzioni, e attraverso il conflitto
(auto)-limitato.
Si può pensare quello che si vuole della Tav: la si può vedere come un´occasione
di sviluppo (quale probabilmente può ancora diventare), oppure come
l´intrusione di un ciclopico Leviatano affaristico-tecnologico – su scala
europea – che sconvolge le vite di intere comunità.
La si può vedere come un destino a cui è stupido e antimoderno sottrarsi,
oppure come una finta necessità, a cui è giusto tentare di resistere
pacificamente – i conflitti sono il sale della democrazia, dopo tutto –. Ma non
si può pensare quello che si vuole della democrazia: non si possono considerare
le sue regole come qualcosa che può essere calpestato per calcolo politico, per
impadronirsi di una protesta, per mettere il cappello su un disagio.
La vicenda Tav può essere stata gestita male; il dialogo politico può essere
stato insoddisfacente – tutto ciò è opinabile –; ma nulla legittima la
violenza. Che non proviene neppure dai diretti interessati – gli abitanti della
Val di Susa –, i quali anzi ne sono oggettivamente danneggiati, ma da
professionisti dei tumulti estranei al luogo.
Cioè da soggetti che strumentalizzano una crisi, che non ne vogliono una
soluzione ma – per fini che con la
Tav non hanno nulla a che vedere – solo l´aggravamento e
l´estensione: come Grillo, appunto, e, specularmente, come Gasparri,
interessato solo a cercare goffamente di coinvolgere il Pd e Sel (che con
modalità diverse si sono chiaramente dissociati dalla violenza) nelle malefatte
della "estrema sinistra".
Che è piuttosto un´estrema irresponsabilità, diffusa in buona parte dello
schieramento politico, insieme alla confusione e al caos che qualcuno crede
possa essere creativo, e che invece rischia di essere solo distruttivo. Delle
buone ragioni, per chi le ha; e della democrazia, per tutti.
Repubblica 4.7.11

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