Strumenti personali
bimba1

Il dolore semplice. La sofferenza e la dignità di una famiglia

Brembate è l´anti-Avetrana. I Gambirasio parlano ma senza mai suscitare la nostra curiosità morbosa




È con imbarazzo ed emozione che Fulvio Gambirasio si appella ai rapitori di sua figlia. Dopo più di un mese di silenzio, i genitori di Yara decidono di parlare. Non vogliono rilasciare interviste. Non vogliono suscitare polemiche. Soprattutto non vogliono che il loro dolore possa essere strumentalizzato. Si tengono per mano, seduti davanti alle telecamere. Vestiti semplicemente. Con dignità. Ritegno. Pudore. Poi Fulvio prende la parola. E dopo aver ringraziato tutti coloro che, con amore e costanza, li stanno sostenendo, tira fuori dalla tasca dei pantaloni un foglio scritto a mano.
Poche parole per implorare la pietà di coloro che impediscono a Yara di ritrovare la libertà. Poche parole per esprimere la speranza di poter di nuovo abbracciare la figlia. Durante la lettura, la madre resta silenziosa. Il viso scavato dal dolore. Lo sguardo basso. Non è lei la protagonista di questa vicenda che ha stravolto la quotidianità di una famiglia come ne esistono tante, e che avrebbe preferito restare per sempre nell´anonimato della normalità. La famiglia Gambirasio non vuol puntare il dito. Ha anche rinunciato a cercare i “perché” di questo dramma. L´unica cosa che vogliono questi genitori è ritrovare la figlia. Perché “non meritiamo di proseguire la nostra vita”, dice alla fine della conferenza stampa Fulvio Gambirasio, “senza il sorriso di Yara”.
Chi? Come? Quando? Perché? Come avrebbe fatto chiunque in circostanze analoghe, Fulvio e Maura hanno passato giorni e giorni ad interrogarsi. A ripercorrere la propria storia. A sforzarsi di capire quello che stava succedendo. A cercare un qualcosa cui appigliarsi. Ma, a differenza di tanti altri, il dolore e l´ansia se la sono tenuti per sé. Hanno evitato telecamere e fotografi. Hanno scelto il silenzio. Sono rimasti a casa loro. Non hanno ceduto all´impulso di mettersi in scena, di trasformare la propria sofferenza in uno show. Nessuna ricerca di sensazionalismo. Nessuna volontà di suscitare la compassione generale. Al punto quasi di infastidire alcuni spettatori, abituati a “consumare” il dolore altrui come se si trattasse di un intrattenimento come un altro.
Per settimane il dramma di Brembate è stato l´anti-Avetrana. Un dolore che non passa mai. Perché la scomparsa di un figlio è forse la cosa più terribile che possa accadere ad un essere umano. Ma è proprio per questo che la sofferenza della famiglia Gambirasio non poteva contemplare la diretta televisiva. Nonostante l´incomprensione di alcuni, talmente abituati alla mediatizzazione della vita privata, da non capire che non serve a nulla urlare il proprio dolore e che, quando qualcosa ci colpisce profondamente, solo la solitudine e la quiete possono forse aiutarci ad andare avanti. Strana deriva di una società talmente abituata allo spettacolo da prendere sul serio solo quello che passa alla televisione!
A forza di vivere in un mondo fatto di immagini, si finisce col dare importanza solo alle lacrime e alle urla. A forza di proiettarsi in un universo di reality show, si rischia di credere che solamente chi rilascia dichiarazioni e interviste pubbliche sia affidabile, autentico, degno di compassione. La realtà, però, è sempre più complessa di una fiction. Nella vita, il dolore si mescola alla speranza e alla fiducia. Come nelle parole dei genitori di Yara. Che non cercano più risposte. E che, nel tentativo di non lasciare nulla di intentato, rompono il silenzio senza cedere alla spettacolarizzazione. Implorano, certo, la pietà di coloro che trattengono la figlia. Ma lo fanno senza lacrime e con coraggio, senza dire nulla che possa suscitare la nostra curiosità morbosa. Il dolore è immenso. Ma quello che dovrebbe farci meditare tutti è la grande dignità con cui parlano di speranza e di normalità.

La Repubblica  29 dicembre 2010

Azioni sul documento