Il dollaro e la lezione di Twain
Il dollaro è in crisi, ma non soccomberà.
Nella blogosfera impazzano le voci di un'imminente fine del dollaro come
valuta internazionale. Il dollaro continua a perdere contro l'euro e le banche
centrali avrebbero frenato le scorte di dollari a vantaggio di altre valute.
Gli economisti non hanno difficoltà a spiegare a posteriori la debolezza del
dollaro. Con le famiglie americane impegnate a risparmiare di più con
l'obiettivo di rimettere in sesto i loro piani pensionistici, il paese deve esportare
di più e per rendere i prodotti americani allettanti per i consumatori
stranieri è necessario che il dollaro resti molto basso.
Oltretutto, l'insoddisfazione nei confronti dei sofisticati dispositivi che le
istituzioni finanziarie americane si sono specializzate a creare e a diffondere
coincide con più limitati flussi di capitali stranieri negli Stati Uniti. A
loro volta acquisti inferiori di asset statunitensi dall'estero implicano una
maggiore debolezza del dollaro. Facendo una proiezione del passato nel futuro,
gli analisti prevedono che il dollaro calerà ancora.
In primis c'è da dire che si dovrebbe essere scettici nei confronti delle
previsioni degli economisti, specialmente quelle che riguardano l'immediato
futuro. I nostri modelli sono inutili per pronosticare i movimenti valutari
nelle prossime settimane o nei prossimi mesi.
Io lo dovrei ben sapere: quando all'inizio del settembre 2007 esplose la crisi
dei subprime, pubblicai su una rivista finanziaria un articolo che si
intitolava "Why now is a good time to sell the dollar". In seguito,
accadde che il dollaro si rafforzò sensibilmente quando gli investitori, alla
disperata ricerca di liquidità, si indirizzarono verso i titoli del Tesoro
statunitense. Poi il dollaro scese, ma risalì ancora dopo il fallimento di Bear
Stearns e i problemi con Aig.
Su periodi di svariati anni, invece, i nostri modelli funzionano meglio. Su
questi orizzonti temporali più ampi, l'enfasi sulla necessità da parte degli
Stati Uniti di esportare di più e l'enfasi sulle maggiori difficoltà alle quali
andrà incontro l'economia per attirare capitali stranieri sono corrette. Questi
fattori costituiscono una buona premessa per attendersi una debolezza del
dollaro.
La domanda da porsi è: debolezza nei confronti di che cosa? Non rispetto
all'euro che è già caro ed è la valuta di un'economia con problemi bancari e
strutturali più seri di quelli degli Stati Uniti. Non rispetto allo yen, che è
la valuta di un'economia che si rifiuta di crescere.
Pertanto, perché il dollaro si svaluti ulteriormente lo dovrà fare nei
confronti delle valute della Cina e di altri mercati emergenti. La loro
ingerenza nelle ultime settimane dimostra una riluttanza a lasciare che ciò
accada. Ma la scelta in fin dei conti si riduce a comperare dollari americani o
comperare prodotti americani. E la prima opzione è una proposta perdente.
Sul lungo periodo, l'Opec passerà a dare un prezzo al petrolio utilizzando un
paniere di valute. In effetti l'Opec vende il petrolio a Usa, Europa, Giappone
e ai mercati emergenti e non ha molto senso che ne indichi il prezzo nella
valuta di uno solo dei suoi clienti. Quanto alle banche centrali, quando
decideranno quanto trattenere come riserva, di sicuro metteranno da parte meno
nel paniere del dollaro.
Al di là di questo, il dollaro non andrà da nessuna parte. Non sarà sostituito
né dall'euro né dallo yen, tenuto conto che sia Europa sia Giappone hanno i
loro problemi. Il renminbi è in ascesa, ma non se ne profila l'arrivo prima del
2020, data entro la quale Shanghai sarà diventata un centro finanziario
internazionale di prima categoria. Anche allora, presumibilmente, il renminbi
condividerà la scena internazionale con il dollaro, senza sostituirsi a esso.
L'unica cosa che potrebbe accelerare la fine del dollaro come valuta internazionale
sarebbe una sconsiderata e cattiva amministrazione negli Usa. Uno scenario
spesso evocato è l'inflazione cronica, ma è poco plausibile. Una volta
conclusosi il caso dei tassi di interesse pari a zero, la Fed sarà impaziente di tornare
a confermare l'impegno verso la stabilità dei prezzi. Potrebbe palesarsi la
tentazione di gonfiare il debito in mano agli stranieri, ma il fatto è che la
maggior parte del debito statunitense è in mano agli americani stessi, che
rappresenterebbero una forte parte dell'elettorato in grado di opporsi a tale
politica.
L'altro scenario ipotizzabile è quello di un deficit di bilancio statunitense
che continui a rimanere fuori controllo. Le previsioni di un default totale
sono inverosimili. Un ingente indebitamento, però, significa tasse alte. La
concomitanza di una politica fiscale poco regolamentata e di una politica
monetaria molto rigida significherà alti tassi di interesse, investimenti pigri
e una crescita lenta. A quel punto all'estero - ma tra gli americani stessi -
ci si potrebbe benissimo stancare di una valuta di riferimento per l'economia
che abbia queste caratteristiche.
Mark Twain una volta rispose alle voci che giravano sulla sua cattiva salute
scrivendo: «Le notizie sulla mia morte sono alquanto esagerate». Avrebbe potuto
parlare del dollaro. Per il momento, il paziente è stabile, malgrado i sintomi
esteriori. Se però non farà di tutto per assumere uno stile di vita più sano, è
indubbio che vi sarà ben motivo di preoccuparsi.
Copyright: Project Syndicate, 2009
(Traduzione di Anna Bissanti)
www.ilsole24ore.com 1 novembre 2009

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