Il disastro ambientale del Cavaliere
Meno nota e non sempre sotto i riflettori, la (non) politica ambientale dei vari governi Berlusconi ha provocato effetti disastrosi da molti punti di vista: la salute, la fertilità dei suoli, la sicurezza alimentare, il riscaldamento climatico, le frane e le alluvioni.
Il problema
Il filo rosso che attraversa e orienta la politica ambientale dei governi
Berlusconi dal 1994 ad oggi è efficacemente espresso dallo slogan «Padroni a
casa propria», con cui Forza Italia vinse le elezioni politiche del 1994.
Questo slogan, usato ripetutamente a sostegno delle scelte liberiste della
politica ambientale, ne esprime bene anche le ambiguità: dichiara di voler
sostenere la libertà individuale di tutti i cittadini, mentre nella sostanza
serve a costruire e foraggiare l’alleanza con le forze della rendita, della speculazione,
degli affari e spesso della malavita organizzata. L’ambientalismo berlusconiano
si fonda sull’ideologia del «mercato senza regole», della privatizzazione di
tutto quello che è «comune» o statale, dell’equiparazione tra il pubblico e il
privato, della cancellazione dello Stato ridotto a impresa.
Tra il berlusconismo e l’ambiente esiste una contrapposizione insanabile e a
priori: il primo si basa sul privato e sull’arricchimento individuale,
sull’appropriazione individuale delle risorse naturali, sociali e culturali,
sul governo della cosa pubblica da parte di un comitato d’affari; il secondo,
sul pubblico e sulle regole, sui beni comuni, sul rispetto della natura e dei
suoi cicli vitali, sulla giustizia ambientale oltre che su quella sociale, sulla
democrazia intesa come partecipazione dei cittadini alle scelte che regolano la
loro vita.
Negli anni Ottanta, e in particolare con la caduta del Muro di Berlino,
l’ideologia del libero mercato ha fatto breccia anche nelle forze politiche di
sinistra – in tutta la gamma delle sue articolazioni – e questo ha aperto un
varco importante per il diffondersi in Italia di una destra populista, che si
autodefinisce «liberale». Il rispetto delle regole e il controllo sulla loro
applicazione non fanno parte del resto della tradizione italiana, come avviene
in altri paesi europei; la cultura ecologista è nata in Italia molto più tardi
che nel resto d’Europa e «il mattone» è un male antico, che trovava
giustificazione in passato quando il paese era povero e la casa di proprietà
era un fattore di sicurezza, e ne trova una anche oggi perché il costo delle
abitazioni e il livello degli affitti è proibitivo per la stragrande
maggioranza della popolazione rispetto al livello dei salari, molto di più di
quanto non avvenga negli altri paesi europei. L’edilizia continua inoltre a
essere considerata il motore o volano dello sviluppo da parte delle forze
produttive – imprenditoriali e del lavoro – senza alcun serio ripensamento sui
limiti intrinseci e sulla pochezza di un tale modello di sviluppo.
Nel secondo dopoguerra, anche in Italia c’è stata una stagione positiva di
pianificazione territoriale e una «primavera» ambientale, che hanno prodotto
strumenti e leggi di regolazione, ora nel mirino della destra al potere. Il
berlusconismo, coadiuvato dalla Lega, ha cavalcato la situazione dando dignità
di progetto politico a un disegno reazionario, senza trovare un’opposizione
convinta da parte delle forze politiche di sinistra. Nella politica ambientale
di questo governo c’è molta arroganza ma anche ignoranza sul ruolo
insostituibile delle regole nella convivenza umana e dei servizi ecosistemici
che la natura offre gratuitamente a tutti noi.
Gli effetti sono disastrosi da molti punti di vista: la salute, la fertilità
dei suoli, la sicurezza alimentare, il riscaldamento climatico, le frane e le
alluvioni, e hanno anche un notevole costo economico che pesa sulle casse dello
Stato e che potrebbe essere evitato con politiche di prevenzione. Questa
politica ambientale è inoltre iniqua e ingiusta, perché il suo costo ricade
soprattutto sui soggetti più deboli – bambini, anziani e meno abbienti – e
appare tanto più grave in un paese come l’Italia geologicamente giovane,
fragile e instabile dal punto di vista idrogeologico sia nella pianura padana
che lungo l’Appennino.
Uno sguardo d’insieme
La politica ambientale dei governi Berlusconi – che resta tale anche quando è
una non politica, perché l’assenza di norme è in questo caso funzionale al
progetto – ha spaziato fin dall’inizio in tutte le direzioni, usando tattiche
diverse a seconda delle opportunità, sempre allo scopo di ottenere il consenso
del popolo, che di quelle scelte e non scelte è comunque chiamato a pagare il
prezzo maggiore.
Ha tagliato fin dagli inizi il bilancio del ministero dell’Ambiente fino al 60
per cento di quest’anno e ne ha ridimensionato il ruolo modificandone la legge
istitutiva; non ha finanziato nessuno dei piani di riforestazione, la cui
realizzazione spetta alle regioni; nel gennaio 2010 ha concesso a
quest’ultime libertà di deroga sui calendari della caccia stabiliti dalla legge
157 dell’11 febbraio 1992 per gli uccelli migratori e alcuni mammiferi come
cervi, caprioli e cinghiali, con conseguenze negative sulla biodiversità; ha
negato l’esistenza del cambiamento climatico in molte dichiarazioni ufficiali e
paga all’Unione Europea 42 euro al secondo per violazione degli accordi
climatici; usa il milleproroghe – il decreto del Consiglio dei ministri per
«prorogare o risolvere disposizioni urgenti entro la fine dell’anno in corso» –
per cancellare, reintegrare o istituire norme e finanziamenti come nel caso
della detrazione fiscale del 55 per cento sulla spesa di riqualificazione
energetica degli edifici già esistenti; o, peggio ancora, per smembrare il
Parco dello Stelvio tra le province di Trento e Bolzano e la regione Lombardia
e «ringraziare» in questo modo i deputati della Svp che si sono astenuti sulla
mozione di sfiducia il 14 dicembre 2010; inserisce norme ambientali in coda a
leggi che si occupano d’altro o gioca sulle parole per dire e non dire, come
nel caso della legge sulla prima sanatoria edilizia del 1994 dove un articolo
esclude dal condono le volumetrie superiori a 750 mc per edificio mentre un
altro articolo precisa che l’esclusione non riguarda la volumetria dell’intero
edificio ma la singola domanda di condono: basta dunque presentare due domande,
per aggirare l’ostacolo. Last but not least, il federalismo demaniale approvato
dal Consiglio dei ministri il 20 maggio 2010, che trasferisce agli enti locali
i beni del demanio patrimoniale dello Stato, al fine della loro «valorizzazione
ambientale»: ma che cosa ci può essere di ambientale nella messa sul mercato
dei beni pubblici? L’idea è quella che i «gioielli di famiglia» possano restare
pubblici anche se dati in gestione al privato, che ne trae un profitto con cui
compensare il taglio dei trasferimenti da parte dello Stato. L’esperienza
dell’acqua, in Italia e nel mondo, dimostra che la gestione privata di un bene
comune serve solo a privatizzare quel bene e, con esso, lo Stato e il pubblico
in generale.
Condoni edilizi e morte dell’urbanistica
Urbanistica e assetto idrogeologico del suolo sono i due terreni privilegiati
della controriforma ambientale berlusconiana. Per sostenere l’edilizia, e
quindi con il consenso trasversale di cittadini, costruttori, speculazione
edilizia, lobby del cemento e sempre più spesso della mafia e della camorra, il
governo Berlusconi ha realizzato due condoni edilizi (rispettivamente nel 1994
e nel 2003), mentre un terzo è nell’aria; ha abolito l’Ici (2008) sulla prima
casa per tutti indipendentemente dalla tipologia dell’abitazione e dal livello
di reddito del proprietario; ha approvato un piano di edilizia abitativa (2009)
da realizzare con l’ampliamento delle abitazioni esistenti senza alcuna
considerazione dei servizi pubblici che tale piano richiede e che graveranno
sulla spesa pubblica. Il piano stenta a decollare per vincoli burocratici,
affermano governo e Confindustria. Era già stato realizzato abusivamente, fa capire
l’Istat quando informa che nei dieci anni precedenti 24 mila alloggi (e 87 mila
stanze) in media ogni anno erano già stati ampliati, abusivamente e
illegalmente.
Il primo condono, subito dopo l’ingresso di Berlusconi a Palazzo Chigi, era una
promessa fatta in campagna elettorale, con lo slogan: «Padroni a casa propria».
Il condono riguardava tutte le costruzioni abusive anche quelle realizzate
nelle zone ecologicamente fragili e soggette a rischio frana, nelle aree a
elevato livello di biodiversità e in quelle soggette a vincolo paesaggistico, e
quindi con divieto di edificazione in base alla legge Galasso (n. 431 del
1985), perché vicine a fiumi o sulla riva dal mare; la disposizione mirava a
consentire ai fiumi di avere lo spazio di espansione nei periodi di piena. Quel
condono rispondeva del resto a una domanda popolare diffusa anche perché le
costruzioni abusive non erano più opera della vecchia borghesia parassitaria e
dei grossi speculatori sulle aree del secondo dopoguerra ma di gruppi medi di
proprietari e di esponenti della nuova borghesia commerciale. La legge di
condono 724 del 23 dicembre 1994 si intitolava «Misure di razionalizzazione
della finanza pubblica», evidenziando un altro punto fermo della politica
berlusconiana, far credere ai cittadini che il nuovo governo alimenta le casse
dello Stato con le entrate della sanatoria «senza mettere le mani nelle tasche
degli italiani». Era una grandissima bugia, perché i costi di urbanizzazione a
carico dello Stato sono stati, in questo caso, almeno 5 volte superiori alle
entrate.
Il secondo condono (decreto legge 269 del 2003) è servito soprattutto a sanare
il cambiamento della destinazione d’uso di magazzini e capannoni in piccole
attività artigianali, palestre, supermercati e centri commerciali, discoteche e
altre attività terziarie necessarie al modello di sviluppo del Nord-Est ora in
crisi e alla trasformazione della pianura padana in un continuo urbano senza
forma né identità. Anche in questo caso, la legge aveva un titolo ambiguo:
«Disposizioni urgenti per favorire lo sviluppo e per la correzione
dell’andamento dei conti pubblici». L’esiguità delle somme stanziate per lo
sviluppo – 50 milioni di euro per la riqualificazione urbanistica e 100 per la
sicurezza idrogeologica – rivelarono subito l’imbroglio del titolo, che dice
una cosa diversa da quella che si sta facendo.
L’abusivismo dell’era berlusconiana è un piaga storica, che la legislazione
urbanistica del secondo dopoguerra non è riuscita a debellare perché
l’abusivismo porta voti e perché lo Stato italiano non ha né la forza né
l’autorità per far rispettare le sue leggi, specie in materia di edilizia; non
per una predisposizione alla trasgressione del popolo italiano, come ha
recentemente precisato Paolo Berdini (Breve storia dell’abuso edilizio in
Italia, Donzelli 2010). Con i governi Berlusconi questa piaga non è più un
costo da pagare ma un’opportunità da utilizzare: l’illegalità nelle costruzioni
è pertanto diventata permanente. L’abusivismo edilizio tollerato, e anzi
«atteso», esprime anche il tentativo di chiudere definitivamente la stagione
delle leggi di regolazione urbanistica e territoriale, che avevano dato agli
enti locali gli strumenti per il controllo della rendita fondiaria: l’esproprio
a prezzi agricoli della aree da edificare e l’abbattimento degli edifici
costruiti illegalmente. Il poker delle leggi importanti, per il periodo preso
in esame, era costituito dalle seguenti leggi (tra altre): la 167 del 1962 per
l’edilizia economica e popolare, la 765 del 1967 contro l’abusivismo nei centri
storici, la 10 del 1978 sull’edificabilità dei suoli, la 457 del 1978
sull’edilizia residenziale.
I costi ambientali dei condoni edilizi sono molto elevati da molti punti di
vista, primo tra tutti la devastazione del territorio che è in larga misura
irreversibile, e quindi non quantificabile. Può essere in parte reversibile, ma
a un costo elevato e nei tempi lunghi. I suoi effetti negativi dipendono da un
consumo di suolo superiore a quello ecologicamente e socialmente sostenibile;
dalla scomparsa di aree verdi e agricole essenziali per respirare e per
un’agricoltura sana; dalla deturpazione del paesaggio; da un sistema di
trasporti caotico che insegue gli insediamenti senza mai raggiungerli;
dall’inquinamento idrico per la mancanza di fognature; dal degrado sociale e
umano di chi è costretto a vivere lontano dai servizi e dalle scuole, senza
negozi, parchi, librerie, teatri e spazi pubblici. Costi elevati si calcolano
anche nell’industria edile – da quelli legati al ciclo del cemento scavato nell’alveo
dei fiumi agli incidenti sul lavoro nei cantieri privi di controlli.
Già verso la fine degli anni Ottanta la pianificazione urbanistica e
territoriale cedeva il passo all’urbanistica contrattata e alla privatizzazione
dell’urbanistica, che consegnava le trasformazioni del territorio alla
proprietà immobiliare, con il consenso e anche il concorso della sinistra
entrata nell’ottica del mercato, in particolare di alcune amministrazioni come
il comune di Roma delle giunte Rutelli e Veltroni. Al cuore delle politiche di
privatizzazione delle nostre città c’è la proposta presentata dall’onorevole
Maurizio Lupi di riforma della legge urbanistica del 1942, che da anni il
governo di destra cerca di far passare in parlamento. L’obiettivo della
proposta è liquidare i piani regolatori e «convincere» le amministrazioni
pubbliche a scendere a patti con la proprietà fondiaria, i cui esponenti sono
equiparati allo Stato.
MicroMega 2/2011

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