Il difetto genetico della moneta unica
Senza un vero Stato alle spalle non esiste vera moneta.
L’Europa dei van Rompuy, dei Barroso e delle baronesse
Ashton non può permettersi l’euro. Alla prima seria crisi, il difetto genetico
della “moneta unica” – ossia della principale fra le dodici divise circolanti
nei paesi europei - è venuto a galla, con conseguenze potenzialmente
devastanti: senza un vero Stato alle spalle non esiste vera moneta. Il bluff
può funzionare nelle giornate di sole, ma quando si scatena la tempesta non
sappiamo più come proteggerci. La lezione di Atene, per chi vuole intenderla, è
netta: o adeguiamo l’Europa all’euro, o rinunciamo all’euro.
Storia e cronaca dell’Unione Europea lasciano intuire che sceglieremo una terza
via. Rinviare, rinviare, rinviare. Fra un tampone finanziario e l’altro. Fino a
che il morbo non si sarà talmente diffuso e radicato in tutti i paesi
dell’Eurozona e probabilmente oltre, da renderlo incurabile. A quel punto la
politica non potrà nulla, salvo preoccuparsi dell’ordine pubblico. Perché è
evidente che il collasso del nostro sistema monetario, in un contesto recessivo
e con una disoccupazione a due cifre, produrrebbe rivolte sociali e crisi
politico-istituzionali di dimensioni imprevedibili.
L’europeismo classico di stampo federalista aveva scommesso sull’euro come
pietra di paragone della sua strategia esoterica: procedere dall’economia alla
moneta alla politica, in una paradossale riabilitazione delle teorie marxiste.
Come se dal carbone e dall’acciaio, passando al mercato e poi alla moneta,
potesse transustanziarsi lo Stato federale europeo. Senza che gli europei se ne
accorgessero, perché in tal caso l’avrebbero impedito. Di qui la refrattarietà
ad affrontare qualsiasi pubblico dibattito su fini e confini della costruzione
europea, illustrata come un eterno work in progress. Ma un “progresso” senza
mèta è un’avventura. Che con il tempo ha perso il suo lato fascinoso,
eccitante, per dar luogo a una diffusa euronoia. Al limite dell’eurofobia.
Clima ideale per i nemici dell’Europa e per chi alla democrazia liberale e alla
società aperta antepone il richiamo delle piccole patrie, delle tecnocrazie
autoritarie e dei razzismi.
Quest’ultimo aspetto è centrale nella vicenda dell’euro. Dalla gestazione della
moneta europea nel contesto del dopo-Muro alla crisi in corso, il fattore
etnico è stato e resta fondamentale. Le attuali recriminazioni dei paesi
“virtuosi” (le virgolette sono d’obbligo) contro il lassismo (senza virgolette)
del “Club Med” o dei “Pigs” ricorrevano, negli stessi esatti termini, durante
gli anni Novanta, quando si trattava di stabilire chi fosse abilitato e chi no
a entrare nella famiglia della “moneta unica”. Al di là dei vaghi criteri di
Maastricht, interpretati in base alle congiunture e ai rapporti di forza, la
classificazione era e resta antropologico-culturale. Sicché ai greci, ma anche
ai portoghesi, agli spagnoli e agli italiani non si può dare fiducia nel lungo
periodo, perché vocazionalmente tendenti a sforare o mascherare i bilanci.
Mentre i tedeschi o gli olandesi sono per nascita rigorosi, puntuali, precisi.
Poco importa che i fatti dimostrino spesso il contrario: i pregiudizi restano.
E influenzano i nostri decisori politici quanto i mercati.
Un giorno usciremo da questa crisi economica e monetaria. Speriamo in
condizioni non troppo disastrose. Ciò che sembra destinato a sopravviverle è
questo razzismo soft, che radicalizza le tesi schumpeteriane sul nesso fra
“carattere nazionale” e politica monetaria. Se l’Europa non si fa, se l’euro
traballa è perché nulla di condiviso e di duraturo si può costruire fra chi si
considera geneticamente diverso.
http://www.repubblica.it 7/52010

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