Il dialogo parte dall’Altro
«Nel cortile dei gentili». Forum di confronto fra credenti e non credenti – 2 - Muraro/ Tamaro
Luisa Muraro: solidarietà vera per salvare la
speranza
Nella sua casa milanese, stracolma di
libri, fa capolino il cavallino di legno dei suoi nipotini. Una metafora di
quella cultura del prendersi cura che Luisa Muraro, filosofa «storica» della
differenza sessuale, fondatrice della Libreria delle donne, chiede ai credenti
di oggi.
Nel volume "Al mercato della felicità" (Mondadori), lei
stigmatizza la perdita del valore simbolico proprio dell’elemento religioso:
perché ciò sarebbe grave?
«Rischiamo lo strapotere del capitalismo e del mercato che obbedisce al
profitto. La civiltà religiosa non è riducibile alla logica mercantile: perciò
è importante impedire l’appiattimento su un capitalismo che annulla il simbolo.
Penso che la dimensione religiosa abbia molto a che fare con la differenza
sessuale; ha profonda rispondenza con la ricerca delle donne, che possiedono la
capacità di ingrandire il mondo dentro di sé. Lo dicono i fatti: la presenza
femminile nella storia cristiana è relativamente più forte della realtà
patriarcale. Carla Lanzi, laicissima, capofila del pensiero della differenza
sessuale, diceva che la sua riflessione nasceva da Teresa d’Avila e Thérèse
Martin, due cristiane».
Se i cristiani avessero creduto "veramente", non ci sarebbe
stato il nazismo: così lei interpreta il richiamo di Hannah Arendt in dialogo
con Hans Jonas. Per quale dramma attuale i cristiani sono chiamati a credere
"davvero"?
«Sento la nostra impotenza e ne provo pietà: la gente ordinaria è
esposta alla sventura per colpa di questo "schiacciamento" mediatico.
Il cristianesimo predicato da questo Papa – mi riferisco alla sua prima
enciclica – comprende l’impegno di solidarietà ispirata al messaggio
evangelico. C’è però il problema di un contraccolpo che può farci indurire il
cuore. Per questo conta la qualità dell’aiuto, che va fatto per salvare la
speranza. Aiutare gli altri ha valore di un sacramento, di prova che i sofferenti
non sono abbandonati e che il bene c’è. L’aiuto solidale è segno di un di più:
lei lo chiamerà Dio, io, un meglio».
La Chiesa
è indice di questo "di più"?
«Vorrei che fosse segno di un Altro, facendo in modo che quando si dice
"amore" si parli del contenuto di questa parola. C’è poi un
paradosso: la Chiesa
ha conservato alcune caratteristiche anacronistiche, come lo sfarzo delle
cerimonie. A qualcuno questo fa scandalo; io non so giudicare. Simone Weil fu
affascinata dalla bellezza di San Pietro a Roma e dalla sua liturgia, lei che
ad Assisi ebbe un’esperienza mistica di unione con Cristo. Concordo con il
teologo Maurice Bellet e che ha scritto Il Dio selvaggio (Servitium):
Dio, a suo dire, è là dove lui vuole andare. Così si può parlare di una "Chiesa
selvaggia". Penso alle mie amiche, religiose, Tilde e Maria, insegnanti a
Tor Bella Monaca, a Roma, un posto durissimo. Dobbiamo imparare a vedere la
luminosa bellezza della gente anonima che mostra questo "di più"
senza far "teatro". Questa è la "Chiesa selvaggia" che ama
i poveracci».
La Chiesa parla di "emergenza educativa"…
«C’è un disorientamento generale. Va ripensata la relazione educativa: oggi si
vuol fare solo istruzione, linguaggi, internet, comunicazione. Ma la cultura
serve ad altro, ad esempio a costruire la società. I laici non si interrogano
più, tralasciano autori fondamentali come Manzoni e Dante: per capirli bisogna
entrare nella loro dimensione religiosa, e non trattarli come De Sanctis. Io ho
cercato di contrastare l’anticlericalismo nella sinistra e del
"Manifesto"; in quegli ambienti ho parlato di Santa Teresa d’Avila e
Santa Teresina».
Cosa le suggerisce l’immagine del "cortile dei gentili"?
«Occorre trasformare il nostro linguaggio: mi riferisco, ad esempio, ad
alcune espressioni di Flores d’Arcais su Micromega, che appartengono
ad altre epoche. Si deve abbattere la barriera semantica tra credenti e non
credenti, fossilizzata in un’opposizione non più significativa. Io non so
collocarmi in questa alternativa».
Susanna Tamaro: insieme contro il nichilismo
estetico
La gente ha sete di bellezza. Credenti,
laici, persone di diverso credo domandano all’artista di occuparsi dell’uomo,
il vero trait d’union di ogni dialogo. La scrittrice Susanna Tamaro,
celebre per il suo Va’ dove ti porta il cuore (Baldini&Castoldi)
tradotto in 45 Paesi, trova nel bello la chiave di volta per abitare il
confronto tra laici e cristiani.
Benedetto XVI evoca un nuovo dialogo con i non credenti: c’è spazio per
questo incontro?
«È l’acutizzarsi dello scontro tra laicisti e non laicisti che fa
problema. Di tali laici mi colpiscono molto le loro caparbie certezze e quanto
rumore fanno: la maggior parte degli "atei" non condivide le loro
posizioni. Nella nostra epoca i laicisti vogliono solo lo scontro: è curioso
che abbiano la volontà di convertire chi non la pensa come loro. Vi è una
divulgazione popolare di questo pensiero – non faccio nomi per non far
pubblicità – forte di alcune certezze totali che nemmeno i credenti possiedono.
Nella vita quotidiana vi è un enorme bisogno di testimonianza da parte dei
credenti. Esiste poi una fortissima sete di sapere sulla religione e una grande
ignoranza fra le persone colte sul tema di Dio. Al convegno della Cei non si
entrava nelle sale da quanta gente c’era!».
Come deve avvenire questo confronto?
«L’ambito fondamentale è la vita. La grande battaglia è tra chi difende
la persona e chi vuole ridurla ad un’entità manipolabile: l’uomo cosa tra le
cose. Nel mio libro Ascolta la mia voce una sopravvissuta al nazismo
afferma: "Mai più". Ma poi risuona la parola: "Ora e ora".
Il nazismo ci è entrato come un virus quando si sostiene che la vita umana non
è più intoccabile e si afferma che l’esistenza terminale non è più vita umana.
È un procedimento sottilmente perverso, perché fa leva sul buon senso. Questo
va di pari passo con l’idea che siamo tutti determinati dai nostri geni: se
fumo 50 sigarette al giorno è solo perché ho un certo gene! Ma l’uomo è
libertà; questa visione deterministica è pazzesca, perché elimina la volontà
mentre la persona può scegliere sempre tra bene e male. Questo modello di uomo
afferma che il soggetto non è responsabile, lo sono i suoi geni: ma allora può
essere facilmente manipolabile».
Lei ha partecipato all’udienza di Benedetto XVI con gli artisti. Come
fecondare il rapporto tra cultura e Chiesa?
«La cultura del Novecento ha causato il nichilismo estetico, oggi
finito. Si sente sempre di più parlare di un’arte che comunichi qualcosa e
accomuni le persone. I miei libri sono tradotti in molti Paesi e mantengo un
dialogo con lettori che musulmani, cattolici o di altri credo. Quando nell’arte
c’è la verità dell’uomo, essa unisce le persone. Nella società europea vi è un
vuoto costituito da un’arte che ha abdicato al suo ruolo. Ma la gente ha sete di
bellezza perché l’arte ci parla e ci dice qualcosa di noi. Tra la Chiesa e il pubblico si è
creato un vuoto: essa si è sempre più fatta autoreferenziale e nostalgica dei
tempi che furono. Bisogna tornare a parlare dei fondamenti perché questo vuoto
richiede risposte».
Vi è chi, scrive il Papa, vuole "avvicinare Dio come
Sconosciuto". In che modo favorire questo avvicinamento?
«Una via è l’arte: la bellezza solleva le domande sul dolore e sul
bello. Inoltre, penso che si debba far conoscere di più la Sacra Scrittura,
che la gente, per larga parte, ignora: quanti pregiudizi infantili sulla
Bibbia! Infine, la testimonianza della vita, che è dirompente. Se vedo una
persona che brilla della luce della fede non posso restare indifferente».
Cosa le fa pensare il "cortile dei gentili"?
«Per incontrarci bisogna cancellare i pregiudizi e pensare alla verità
dell’uomo. Dobbiamo fare uno discorso che venga dal nostro cuore. Può anche
essere una fede "laica", visto che ci sono non credenti che sono
persone che si affidano. La verità dell’uomo è un valore che unisce oltre le
convinzioni religiose».
Lorenzo Fazzini – l’Avvenire
http://www.avvenire.it 27 Gennaio 2010

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