Il destino della legge
...la politica e il diritto[..] sono ancora in grado di esprimere e di realizzare[..]questa vocazione originaria al pareggiamento, all´equilibrio, alla trasparenza, oppure le forze e i poteri che sono chiamati a fronteggiare[..] impongono tali dismisure da non poter essere più padroneggiate restando all´interno dei loro orizzonti?
Cosa sono, cosa vogliamo che diventino, la politica e il diritto nell´età
della totalizzazione tecnologica, in un´epoca in cui la "nuda vita",
la vita come irriducibile fatto primario, sta sparendo dai nostri occhi - è
ormai solo una pura astrazione dell´intelletto - poiché di essa non possiamo
fare esperienza reale se non in una forma già tutta attraversata
dall´artificialità, dal prodotto, dal costruito? Quando l´umano stesso sta
cominciando a disintegrarsi dalla base naturale che lo ha finora accompagnato,
per trasformarsi nel risultato programmato di una tecnica?
È difficile sfuggire alla radicalità di questa domanda. Intorno al suo
magnetismo ruota tutto il nostro mondo, veramente: quello che abbiamo, e quello
che pensiamo di poter conquistare.
La politica e il diritto non sono figure eterne inscritte in un immutabile ordine metafisico: sono forme storiche, emerse quasi insieme, sulle rive del Mediterraneo antico fra Oriente e Occidente: la prima tra la Grecia e la Ionia; il secondo, più tardi, a Roma. Esse sono nate per mettere sotto controllo il potere nella città, per ridurne la violenza e la forza a una misura trasparente e condivisa, compatibile con la prorompente socialità della "polis". Hanno, entrambe, nel loro codice genetico, un´intrinseca tendenza egualitaria (ma non necessariamente democratica, nella versione antica), che una storia millenaria si sarebbe incaricata di volta in volta di esaltare o di stravolgere, ma che avrebbe comunque segnato l´intero percorso dell´Occidente: eguaglianza "pubblica" dei cittadini di fronte alla legge (la politica greca), ed eguaglianza "privata" dei capifamiglia nella gestione dei loro rapporti di parentela e del loro patrimonio (il diritto romano).
Ebbene, ridotto all´osso, il problema che abbiamo innanzi è il seguente: la
politica e il diritto - nella loro declinazione democratico-universalista
sempre più affermata - sono ancora in grado di esprimere e di realizzare, nelle
condizioni che oggi si danno, questa vocazione originaria al pareggiamento,
all´equilibrio, alla trasparenza, oppure le forze e i poteri che sono chiamati
a fronteggiare - gli esiti della tecnoeconomia, con le reti sovranazionali, le
inaudite concentrazioni di risorse e di conoscenze, la pervasività onnivora
dell´artificiale, le opacità irresponsabili, le crisi e i conseguenti stati
d´eccezione che si producono d´improvviso - impongono tali dismisure da non
poter essere più padroneggiate restando all´interno dei loro orizzonti?
L´ultimo libro di Gustavo Zagrebelsky (La legge e la sua giustizia, Il Mulino,
pagg. 424, euro 30) è un raggio di luce puntato sul cuore di questi temi, ed
offre una risposta attraverso un itinerario pieno di sorprese e di fascinazione.
È molto di più che "tre capitoli di giustizia costituzionale", come
recita con troppa modestia il sottotitolo. È invece quel che si dice un grande
affresco, sviluppato con mano magistrale: una ricognizione coltissima e
originale sull´intero paradigma della giuridicità, le sue prospettive e il suo
destino, che mi permetterei di consigliare a chiunque voglia orientarsi nel
nostro presente. Tra le sue moltissime piste, sto qui cercando di seguirne una
sola, che tuttavia mi sembra quella decisiva.
Il pensiero del diritto ha sempre trascinato con sé un carattere
irriducibilmente ambiguo: quel che Zagrebelsky chiama i suoi "due
volti". Da un lato il suo antico carattere separato e formale - la grande
invenzione dei Romani - la sua tendenza a chiudersi nel circolo magico di una
sequenza di astrazioni puramente quantitative e avalutative (quella stessa che
ha alimentato per secoli la metafora che presentava i giuristi come i
matematici della socialità). Dall´altro il suo bisogno di attingere un aspetto
sostanziale, diciamo di giustizia materiale, di equità fattuale, molto più
vicino alla realtà della vita e alle sue contraddizioni.
Ora, il punto è che questa dialettica - nei termini in cui l´abbiamo sviluppata
attraverso un percorso lunghissimo, e che la modernità aveva saputo riproporre
a ridosso di conflitti e di tensioni sconosciuti al mondo antico - oggi sembra
non reggere più. Qualcosa di essenziale al suo interno si è spezzato, e i suoi
due tronconi, non più tenuti insieme da un unico movimento, si stanno
comportando come due schegge impazzite: da una parte un formalismo cieco,
perduto nel mito di una legalità senza respiro; dall´altro un sostanzialismo
avventato e rischioso, senza autentiche basi teoriche, e sempre sul punto di
trasformarsi in un partito preso, nell´azzardo di una scelta arbitraria. La
spiegazione della rottura è complessa: essa attiene al profilo stesso di quella
che chiamiamo post-modernità, che determina accumuli di potenza così inauditi,
e struttura soggettività tanto forti, che non si lasciano più stringere nei
termini di quella mediazione, e l´hanno fatta esplodere. Ma è possibile
ricostituirla in qualche modo? O bisogna accettare di dover rinunciare alla
giuridicità come carattere della nostra futura convivenza civile? - un´ipotesi
che non dobbiamo scartare a priori.
A me pare che si possa ancora dare una risposta affermativa, e in questo senso
le indicazioni di Zagrebelsky sono preziose. E l´asse lungo cui cercare di
operare la saldatura mi sembra non possa essere altro se non la ricerca di una
nuova misura dell´eguaglianza, dunque una rigenerazione della vocazione più
remota e persistente della giuridicità - ma di un´eguaglianza il cui formalismo
si apra, sia pure in modo discontinuo e per dir così "puntuato", su aspetti
sostanziali, in grado di far fronte alle potenze e alle dismisure della
tecnoeconomia e delle sue tempeste. Zagrebelsky parla, nelle ultime bellissime
pagine del suo libro, di "globalizzazione costituzionale" e di
"costituzionalismo universale": e sono indicazioni che trovo molto
suggestive; non saprei vedere altre strade.
La scienza giuridica italiana è oggi un sapere inquieto, attraversato da
incertezze e da dubbi. Molti elementi concorrono a determinare questo disagio.
Forse il più importante si può trovare in una percezione contraddittoria del
proprio ruolo e della propria funzione - dopo il bagno ideologico fra gli anni
Settanta ed Ottanta, e il ripiegamento specialistico del decennio successivo;
nel diffondersi di una sensazione di progressiva e deludente marginalizzazione.
Dobbiamo saper reagire: oggi più che mai la sopravvivenza della politica ha
bisogno di poter contare su un "suo" diritto, che sappia oltrepassare
i limiti della propria tradizione. Ci sono da ricostituire i termini di una
nuova alleanza.
la Repubblica, 27-01-2009

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