Il decalogo dei Tea Party: al fisco solo 4.500 parole
Il populismo in America.
Secondo le migliori ricostruzioni, la scintilla da cui sono
nati i Tea Party è scoccata il 15 febbraio del 2009 nel floor della Borsa di
Chicago. Quel giorno, un commentatore tv suggerì che i trader convocassero un
Tea Party e gettassero nel fiume i titoli derivati, come protesta per il piano
del governo federale di rifinanziare i mutui all'8% delle famiglie che non
potevano più pagare le rate della casa. L'appello trovò in realtà per
destinatario il 92% di famiglie della classe media che a fatica continuavano a
pagare i mutui, una tipica "maggioranza silenziosa" che decise da
allora che non era più il caso di rimanere silenziosa. ![]()
Nel giro di pochi giorni una moltitudine di Tea Party, con
pretesti di ogni tipo ma uniti dallo stesso populismo economico, si diffusero
in tutti gli stati. Paradossalmente il primo obiettivo della ribellione nata in
Borsa fu l'economia e il sostegno del governo alle banche di Wall Street. Da
allora la valanga del risentimento non si è più fermata.
Storicamente i movimenti della destra americana nascevano da politiche sociali
associate ai valori tradizionali di fede e famiglia. Ma il Tea Party è quasi
esclusivamente un fenomeno di protesta economica. Il motto è «responsabilità
fiscale, limiti al governo e mercati liberi». Quando i candidati del Tea Party
vengono selezionati nessuna delle 80 domande cui devono rispondere riguarda le
questioni sociali. Tutto ruota attorno alle tasse, al bilancio federale e al
ruolo del governo.
Estremizzando il testo federalista del decimo emendamento della Costituzione,
il Tea Party si è attribuito il ruolo di rappresentare il potere del popolo
contro il governo. Scorrendo il testo del Contract from America, il programma
dei Tea Party, la definizione di conservatorismo economico è più
fondamentalista di quella dei repubblicani tradizionali. Il Tea Party vuole
impedire che deputati e senatori possano approvare provvedimenti legislativi
che dirottano fondi già stanziati verso progetti specifici di loro interesse (i
cosiddetti earmarks). Inoltre il Contratto propone l'abolizione dell'intera
normativa tributaria da sostituire con una legge non più lunga di 4.543 parole
(la lunghezza originaria della Costituzione). La spesa pubblica non deve
aumentare se non nella misura dell'inflazione a cui può essere aggiunta una
percentuale equivalente all'aumento della popolazione. Ogni aumento della
pressione fiscale deve essere approvato da una maggioranza di due terzi del
Congresso.
Il Contratto è in realtà una piattaforma open source su cui
gli elettori possono intervenire votando cambiamenti al testo proposto
originariamente da un avvocato di Houston. Le mille proposte arrivate sono
state ridotte a 50 e poi a dieci. La più votata è un esplicito atto d'accusa a
Washington con l'imposizione di verificare la legittimità del Congresso in ogni
suo atto legislativo. Le altre sono quasi tutte economiche: la seconda proposta
più votata è lo stop al sistema "cap and trade" e la sostituzione dei
controlli amministrativi con incentivi alla riduzione dell'inquinamento. La
terza è un vincolo costituzionale al pareggio del bilancio federale. La quarta
l'abolizione del codice tributario. La quinta è l'istituzione di una task force
contro gli sprechi nelle agenzie federali. La sesta il tetto all'aumento della
spesa pubblica. La settima è l'abolizione della riforma della sanità. L'ottava
la liberalizzazione delle politiche energetiche, la nona il taglio degli
earmarks e infine l'estensione in via permanente dei tagli fiscali della
presidenza Bush destinati a scadere a fine 2011.
Nei think tank di Washington non ci sono ancora analisti che abbiano chiara la
proposta di politica economica di un movimento considerato da tutti ancora in
progress. Alcuni sono certi che il carattere fondamentalista del linguaggio
avrà la necessità di individuare bersagli "non americani". Pierre
Morici, un ex economista dell'International Trade Commission, ha cavalcato le
posizioni del Tea Party sostenendo che democratici e repubblicani non vedono i
veri problemi strutturali del paese: «L'aumento del deficit commerciale con la Cina, la tolleranza per la
manipolazione del cambio da parte di Pechino, l'isteria autodistruttiva con cui
le grandi imprese americane spostano le produzioni all'estero e la cultura da
casinò di Wall Street». Il timore è che la retorica del Tea Party sulla libertà
di mercato sia sopraffatta dalla necessità di attaccare "nemici"
dentro e fuori i confini e conduca quindi a scelte protezioniste.
Di persona i candidati del Tea Party possono essere anche più brutali. Carl
Paladino, l'imprenditore edile di Buffalo che ha sbancato le primarie di New
York, ha proposto di usare gli edifici delle prigioni abbandonate per
alloggiare i bisognosi rieducandoli al lavoro, alla famiglia e all'igiene,
anziché dar loro assegni sociali.
Secondo un sondaggio del New York Times, otto elettori su dieci del Tea Party
non vogliono che il movimento si occupi di questioni sociali ma solo di
economia. E gli stessi leader non vogliono legarsi le mani con controversie sui
valori, né vogliono confondersi con la retorica sociale repubblicana, arrivando
a criticare Sarah Palin, per altro fondamentale nel simbolizzare la rivolta
degli "americani veri" contro Washington, per aver invocato l'aiuto
di Dio nel risolvere i problemi economici del paese. D'altronde, mentre i
movimenti conservatori nascono e si sviluppano in ambienti confessionali, i Tea
Party nascono dalla tv e crescono online.
Non a caso il loro leader nascosto è l'anchorman di Fox News Glenn Beck. Lo
scorso anno Beck ha condotto intere trasmissioni sui temi economici attaccando
l'Amministrazione, la Fed,
la Cina e
l'Europa. Il linguaggio è fortemente emotivo, ma lo staff di Beck dispone di
sufficienti basi tecniche da riuscire a manovrare sia i dati economici sia i
loro collegamenti logici e condurli in porto verso conclusioni populiste.
http://www.ilsole24ore.com 16 settembre 2010

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