Il corso di catechismo
Storie vissute. Ungheria 1960
In quel periodo vivevo con i miei in un paesino del transdanubio vicino alla frontiera jugoslava. Papà era medico e mamma casalinga. Ce ne erano poche di casalinghe dalle mie parti.
Nei paesi socialisti il lavoro non era solo un diritto ma anche un dovere. Un uomo che non aveva niente nella rubrica LAVORO della sua carta d’identità era guardato con sospetto e poteva anche essere arrestato senza tanti complimenti per vagabondaggio. Per le donne esisteva una certa tolleranza nel caso delle casalinghe, se non l’altro perché sovente si trattava delle mogli di persone influenti, medici, ingegneri, dirigenti provenienti dalle “classi oppressive della vecchia società”. Per questi uomini l’amorosa assistenza dell’angelo del focolare era un bisogno primario, una condizione necessaria per poter svolgere il proprio lavoro con le stesse modalità famigliari come i loro padri e nonni.
Una categoria a se stante costituivano le contadine. La loro qualifica di casalinga non traeva, però nessuno in inganno: erano bestie da soma tra l’orto, campi, famiglia, animali domestici.
Le contadine facenti parte della cooperativa agricola occupavano, un gradino più elevato nella gerarchia sociale che non le massaie. Loro almeno avevano uno stipendio, potevano contare sulla mensa aziendale e non erano del tutto dipendenti dai mariti spesso ubriachi o brutali.
Nel mio paese, alla fine degli anni degli anni ’40 era stata fondata la cooperativa agricola. Era stata imposta dall’alto, seguendo l’esempio sovietico, senza interpellare i contadini molti dei quali solo pochi anni prima erano diventati proprietari al seguito della distribuzione dei latifondi. L’opposizione dei contadini fu vinta con metodi odiosi di costrizione e di ricatto.
Durante le settimane tumultuose della rivolta del ’56, la cooperativa del mio paesino grosso modo resse, probabilmente a causa del imbarazzante discorso del cardinale Mindszenthy. L’alto prelato, infatti, appena liberato immediatamente rivendicò la restituzione dei beni sequestrati della chiesa. (la chiesa cattolica fino al 1945 era il più grande latifondista del paese). Così i contadini, prudenti per natura, preferirono aspettare gli sviluppi successivi prima di schierarsi per lo scioglimento.
Dopo il soffocamento della rivolta, dopo la resa dei conti, nel 1957, la nuova politica in qualche modo volle “premiare” la mancata presa di posizione dei contadini. Per il governo Kadar era oltremodo importante riorganizzare un qualsivoglia consenso popolare, così decisero di rispettare la volontà di coloro che volevano uscire dalle cooperative. Solo pochi, i più ricchi, ne uscirono, prendendo con sé le loro terre e il loro bestiame, ma questa tardiva concessione causò grossi problemi al livello organizzativo: le terre della cooperativa diminuirono notevolmente e divennero frammentate. Dopo due anni di raccolta particolarmente misere, nel 1960 il comitato centrale del partito decise di riorganizzare le cooperative costringendo i fuoriusciti a rientrare. Non potevano però usare i metodi staliniani precedenti quando i reticenti erano bollati senza mezzi termini come kulak e deportati in lande lontane da dio e dagli uomini e le loro terre confiscate.
Questa volta si cercava di convincere i contadini attraverso una capillare “agitazione propagandistica”. A tale scopo arrivavano dalle città degli operai, gente semplice insomma per “illuminare” i contadini sulla necessità ed utilità di associarsi. Erano chiamati proprio così: gli “illuminatori” (felvilagositok) Il partito sperava che tra gente semplice ci si intendesse meglio. Questi uomini e donne si presentavano nelle case dei contadini la sera per parlare loro e convincerli dell’utilità del lavoro collettivo.
Durante questa seconda nazionalizzazione non ci furono episodi di violenza conclamata, ma la nuova legislazione comunque non lasciava scampo a chi la pensava diversamente. Un sistema di tassazione iniqua, l’obbligo di vendere i propri prodotti a prezzi prestabiliti dallo Stato, di fatto rendeva la vita dei piccoli proprietari alquanto difficile.
Era successo dunque, in questo periodo della seconda collettivizzazione che una sera avevano chiamato papà nella casa di signor Gyuricza.
Il signor Gyuricza era un contadino relativamente benestante, un uomo molto stimato nel paese per la sua statura morale e per le sue competenze agricole. Era stato arrestato nel 1950 perché, non aveva eseguito la consegna obbligatoria di grano e liberato solo 1955. Nonostante la galera e le minacce decise di rimanere un piccolo proprietario autonomo e tra mille difficoltà continuava a coltivare le sue terre con i figli maggiori.
Sua figlia minore era stata la mia compagna di classe fin dalla prima elementare. Perciò la chiamata di papà nella casa di signor Gyuricza turbò anche me in qualche modo.
Papà tornò dopo molto tempo ed era piuttosto agitato. Mamma gli chiese cosa fosse successo ed anche io ero incuriosita ma papà pronunciò solo la frase che nella mia famiglia troncava ogni discussione:
- Nicht vor den Kindern!
Non parlavo il tedesco, ma sapevo che questa frase era il preambolo di una discussione interessante, forse di qualcosa grave da cui ero esclusa e allora – come sempre in casi simili - facendo finta di leggere o di giocare cercavo di origliare, di captare le frasi degli adulti. Da mezze parole, infatti, capii, che il signor Gyuricza, dopo l’ennesima visita di questi “illuminatori” si era arreso. Aveva firmato l’adesione “volontaria”, offrì ai suoi ospiti perfino un bicchiere di vino per brindare e poi quando quest’ultimi se ne furono andati, com’era nelle sue abitudini, uscì nell’orto a fumare una sigaretta.
Non rientrò, però, in casa. Lo trovò la moglie quando, preoccupata, andò a cercarlo. Lo trovò dietro a casa, impiccato su un albero. Alle sue grida accorsero i vicini, tagliarono la corda e adagiarono il corpo sull’erba cercando di rianimarlo, ma per signor Gyuricza non c’era più niente da fare.
Papà era stato chiamato solo per rilasciare il certificato di morte. Quando arrivò trovò anche gli agenti che gli chiesero anche un altro attestato in cui dichiarava che il signore da tempo soffriva di depressione acuta e che era affetto da alcoolismo. Papà rifiutò di compilare un documento simile. Nel mio paesino molti contadini bevevano, ma signor Gyuricza era conosciuto per la sua sobrietà.
Per alcune settimane i miei ebbero paura. Ma poi non successe niente. Evidentemente gli agenti trovarono un altro medico disposto a rilasciare il certificato necessario per far tacere – almeno la livello ufficiale – lo scandalo ed evitare ulteriori indagini.
Il rifiuto di papà di collaborare all’insabbiamento di questo suicidio fu comunque annotato nel suo carteggio presso la polizia segreta e venne alla luce un anno dopo.
Per causa mia.
Da noi, a scuola, non esisteva – giustamente – educazione religiosa. Chi voleva, poteva però frequentare il corso di catechismo organizzato dal parroco. Con le maestre non parlavamo mai di fede, era un affare privato delle famiglie.
La chiesa non era perseguitata, almeno non in termini come si vedono nei film occidentali girati durante il periodo della guerra fredda, anche se senza l’ombra di dubbio era priva di potere politico ed ostacolata anche nel suo proselitismo. I battesimi e i matrimoni religiosi venivano tollerati, questo sì, però il governo faceva di tutto per offrire alternative laiche a queste feste. …Forse solo i funerali erano accettati senza commenti acidi benché anche per le esequie fu istituito un rito laico completamente gratuito.
Nella seconda elementare alcuni miei compagni, prevalentemente figli dei contadini, frequentavano il catechismo. Anche Marika Gyuricza era tra loro. Nelle famiglie operaie o tra “l’intellighenzia” la religione non aveva alcun ruolo, anche io avevo ricevuto un’educazione laica e non mi interessava affatto la questione.
Un giorno però successe un fatto spiacevole. Il nuovo vice preside, un “comunista” ambizioso e ottuso, ci fece schierare nel cortile.
- Facciano avanti un passo i bambini che frequentano il corso di catechismo! – tuonò.
Timidissimi, i bambini interessati uno dopo l’altro uscirono dalla fila. Marika aveva la bocca che tremava, si capiva che sarebbe scoppiata a piangere da lì a poco. Le maestre non osarono intervenire, ma si vedeva che la scena le disgustava. Non so cosa mi prese, forse sotto sotto mi sentivo sicura, avevo ben presente l’atteggiamento servile del vicepreside rispetto a papà che proprio in quel periodo stava curando sua suocera. Cosi uscii anche io dalla fila.
- Come? Anche tu frequenti il corso di catechismo? – chiese il professore. – Tuo padre ne è a corrente?
- Si, anche io…e papà lo sa.
Non era vero niente, semplicemente non mi era sembrato giusto questa umiliazione collettiva.
I bambini istintivamente sanno, quando devono uscire dalla fila.
Dopo alcuni giorni papà tornò a casa piuttosto arrabbiato. Era stato chiamato dal segretario del partito comunista del paese che gli aveva detto:
- Caro dottore, noi avevamo dei grandi progetti per voi, anche se non siete tra i nostri iscritti. Stiamo infatti cercando da tempo un direttore per il poliambulatorio che si aprirà da qui a poco nella città di Lenti. E abbiamo pensato a voi, perché siete un buon medico, una persona benvoluta e stimata da tutti. Certo, la faccenda del certificato rifiutato aveva influito negativamente sulle nostre aspettative, avreste dovuto capire da solo che qualche piccola bugia spesso serve per evitare problemi maggiori, tensioni difficilmente gestibili. Comunque abbiamo chiuso un occhio sulla vicenda perché quel rifiuto era stato dettato comunque da un’onestà di fondo…seppur da un ottica borghese. Ma scoprire che vostra figlia frequenta il catechismo…beh, questo è davvero troppo.
Quale stata la conclusione di questa faccenda?
Dopo due schiaffi – molto poco convinti per la verità – i miei mi costrinsero di frequentare per davvero il corso di catechismo. Non volevano che il segretario del partito potesse pensare che il mio ritiro fosse dovuto alle sue allusioni minacciose. Così per salvare la faccia dei miei e per una questione di principio, dovetti frequentare un corso che non mi interessava affatto e che mi annoiò parecchio.
Credo, anche il parroco avrebbe preferito non avermi tra i suoi discepoli per le mie imbarazzanti domande…specie rispetto all’immacolata concezione.
Alla conclusione del corso di catechismo con la prima comunione si era definitivamente conclusa la mia educazione religiosa.
Papà diventò il direttore del poliambulatorio solo nel 1968, dopo il pensionamento per raggiunti limiti d’età del primo direttore .
Marika Gyuricza e suo marito oggi hanno un allevamento di circa 50 mucche. Non sono benestanti, al contrario: lavorano moltissimo senza sosta solo per poter guadagnare lo stretto e indispensabile per poter vivere una vita molto parca. Il prezzo del latte stabilito dalle multinazionali è bassissimo. Tenendo conto delle relative proporzioni è molto più basso di quello degli anni ’50, imposto dallo stato agli contadini reticenti ad entrare nelle cooperative. I suoi figli si sono trasferiti in città e nessuno di loro vuole continuare il lavoro del nonno suicida.

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