Il commissario Tremonti nella tempesta europea
La Banca Centrale Europea rappresenta un'anomalia che la rende più indipendente di tutte le altre dal potere politico ma nel contempo più fragile.
Dedico ancora una volta queste mie note domenicali alla
crisi economica e politica che scuote l'Europa e l'America. Ma prima non posso
tralasciare lo scontro che si è acceso sulla legge che vuole mettere il
bavaglio all'informazione e che per l'ennesima volta sta bloccando i lavori
parlamentari su un provvedimento "ad personas". Non si tratta solo di
intercettazioni ma dell'intera attività della magistratura istruttoria, preclusa
ai giornalisti e a chiunque voglia condurre inchieste su situazioni criminali o
para-criminali, su chiunque voglia indagare sull'attività di enti pubblici a
cominciare dal governo e su chiunque voglia capire quali siano le
responsabilità degli uomini che a quelle istituzioni sono preposti.
La legge in seconda lettura al Senato era già stata approvata dalla Camera ma
la commissione senatoriale che la sta esaminando l'ha fortemente modificata in
peggio. Ha radicalizzato le pene per giornalisti ed editori, ha sbarrato
definitivamente gli accessi alle fonti, ha vietato l'attività di cronaca e di
inchiesta con modalità tali da realizzare un vero e proprio bavaglio a quel
diritto di libertà talmente fondamentale per la democrazia da aver meritato
addirittura la tutela costituzionale. Il nostro giornale si sta battendo da
mesi su questo tema e questa volta per fortuna non è il solo. Gran parte della
stampa e dell'editoria sono sulla stessa linea.
Partiti, associazioni, movimenti giovanili sono mobilitati a difesa di quel diritto
di libertà. Le istituzioni di garanzia, a cominciare dal Quirinale, vigilano
con speciale attenzione e non è neppure mancata una testimonianza proveniente
da un membro del governo Usa sull'importanza dei mezzi di indagine,
intercettazioni comprese, nella lotta contro la criminalità internazionale.
Insomma lo scontro è al culmine anche perché le modifiche peggiorative
introdotte al Senato richiederanno una terza lettura da parte della Camera dove
le divisioni interne alla maggioranza potrebbero produrre rilevanti novità.
Non si tratta né d'una questione specifica e limitata né d'un atteggiamento
corporativo da parte di giornali e di editori. La legge patrocinata dal
presidente del Consiglio e dal ministro della Giustizia coinvolge e deforma uno
dei connotati essenziali della Costituzione repubblicana. Questo spiega la
centralità del tema e l'importanza dello scontro in atto. I membri del governo
sono allineati a difesa della casta cui appartengono, nella pretesa di ottenere
il silenzio e l'impunità per le loro non commendevoli gesta. Tutti, salvo
Giulio Tremonti. Quel silenzio è molto significativo.
* * *
Un dato di fatto sta emergendo con chiarezza nella politica italiana: da quando
il dissesto finanziario della Grecia ha innescato la seconda fase della crisi
economica internazionale, il governo italiano è commissariato, il commissario è
Tremonti. È lui che detta le soluzioni, la tempistica, l'ammontare delle
manovre di assestamento del bilancio, la distribuzione degli oneri tra le varie
categorie sociali ed è lui che si raccorda con le istituzioni europee. È lui
cioè che traduce in italiano la politica europea della Commissione di Bruxelles
e della Bce.
In questo contesto Silvio Berlusconi è non più che l'ombra del ministro
dell'Economia. Di tanto in tanto, per non scomparire del tutto dalla scena,
tenta qualche fuga in avanti, qualche correzione marginale al dettato
tremontiano, qualche dilazione nella tempistica e diluizione dei contenuti, ma
presto rientra e si allinea ai "diktat" del suo ministro-commissario,
che è ormai il vero capo di questo sconquassato governo.
La politica di Tremonti è chiara: una manovra di 28 miliardi di euro da rendere
esecutiva subito, per decreto data l'urgenza, che metta al riparo i conti dello
Stato per i prossimi due anni 2011-2012, attraverso tagli di spesa, prelievi
"una tantum" sul pubblico impiego e sulle finestre di uscita di
pensionati per vecchiaia e per anzianità aziendale, condoni edilizi,
diminuzione dei trasferimenti dal centro agli enti locali, congelamento di
grandi opere, congelamento di contratti collettivi in scadenza. Insomma una
vasta manovra con effetti inevitabilmente depressivi perché abbassano la
capacità di spesa della popolazione specie in una fase di ampio ricorso alla
Cassa integrazione e di diminuzione dell'occupazione precaria.
Questo hanno deciso i vertici europei, questo stanno facendo gran parte dei
paesi membri dell'Unione, a cominciare dai più solidi e dai più deboli: la Germania come la Grecia, la Francia come la Spagna, la Gran Bretagna come
l'Irlanda e il Portogallo. Perfino Obama ha imboccato questa strada obbligata
perché l'attacco dei mercati contro i fondi sovrani, cioè contro i debiti
contratti dagli Stati per fronteggiare la crisi bancaria e industriale
del 2008-2009 ha
reso inevitabile un assestamento gigantesco delle pubbliche finanze in
tutto l'Occidente.
La dimensione della manovra italiana è notevolmente minore di quanto avviene
altrove, ma se si tardasse ad attuarla subito aumenterebbe inevitabilmente;
perciò ha ragione Tremonti a scandirne l'urgenza oltre che la necessità. C'è
oltretutto da tutelare una massa ingente di titoli pubblici in scadenza nei
prossimi mesi e da reperire la nostra quota di contributo al Fondo europeo di
sostegno ai bilanci dei paesi in dissesto. In conseguenza esiste la fondata
ipotesi che la manovra da 28 miliardi possa non esser sufficiente e che altri
disagi possano derivarne ai bilanci familiari e ai livelli dei redditi
individuali.
I partiti d'opposizione hanno ragione di ricordare a Tremonti la dissipazione
di risorse che fu fatta agli inizi di questa legislatura, quando già la crisi
mondiale e la bolla immobiliare americana erano in piena evidenza; ma quegli
errori sono ormai avvenuti e un loro voto contrario alla manovra che sarà nei
prossimi giorni varata non avrebbe alcuna giustificazione plausibile per quanto
riguarda tagli di spesa e prelievi, salvo discuterne le modalità sociali. Però
c'è un però, che il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, ha già messo in
evidenza e che Tremonti farà bene a prendere molto sul serio e a non rinviarlo
con la sua consueta e alquanto arrogante alzata di spalle. Il però è quello
della crescita. Bersani ha detto che senza crescita non si va da nessuna parte.
L'hanno detto anche Barroso e il presidente della Banca centrale Europea,
Trichet. Ne tenga dunque conto il nostro ministro-commissario.
* * *
La crescita non può venire che da una ripresa della domanda di consumi e di
investimenti. Gli strumenti sono lo sgravio fiscale e contributivo,
l'accelerazione dei pagamenti da parte delle pubbliche amministrazioni, un
primo inizio di riforma fiscale che serva a finanziare queste misure di
sostegno attraverso uno spostamento dell'onere dal reddito delle persone al
valore delle cose, oltre alla lotta contro l'evasione fiscale (per cui nuovi
condoni non rappresentano una propedeutica appropriata). Aggiungo (e l'hanno
già detto in varie occasioni Bersani e Carlo De Benedetti ed è un punto di
facile comprensione) che una più vivace crescita del Pil farebbe diminuire il deficit
a parità di disavanzo del bilancio, facilitando in tal modo un più rapido
rientro nei parametri del patto europeo di stabilità.
Tremonti incontrerà nei prossimi giorni le parti sociali per esporre i criteri
della sua manovra e chiedere a quelle organizzazioni saggezza di comportamenti.
Ma le vere prove che dovrà affrontare saranno quelle con l'opposizione
parlamentare e con le aspettative dei mercati. Il falso slogan berlusconiano
della crisi che sarebbe da tempo alle nostre spalle non inganna e non incanta
più nessuno. La crisi è ancora tutta davanti a noi e addirittura minaccia al
cuore l'Europa, i fondi sovrani dei suoi Stati membri e la moneta comune. Ci
vuole perciò molto coraggio e molta coesione sociale e politica. Il
presidente-ombra finora ha fatto solo danni. Il ministro-commissario può dare
inizio ad una svolta che i fatti rendono necessaria, ma non avendo la bacchetta
magica dovrà negoziare per il bene del paese e dell'Europa.
* * *
Reggerà l'Europa? Ma quale tipo d'Europa?
L'Unione attuale è da almeno dieci anni in mezzo al guado. L'euro ha appunto
dieci anni di vita e altrettanti ne ha la Banca centrale che emette la moneta comune, sia
pure con qualche vistosa eccezione. La
Bce è la sola Banca centrale che non abbia alle sue spalle
uno Stato, perché l'Unione non lo è. Ho scritto altre volte che una siffatta
Banca centrale rappresenta un'anomalia che la rende più indipendente di tutte
le altre dal potere politico ma nel contempo più fragile. È ormai chiaro che
questa fase di transizione deve ormai finire. Può finire in due modi: facendo
rapidamente diventare l'Unione uno Stato, con un suo bilancio, una sua
fiscalità, un Parlamento con candidature europee anziché nazionali, una sua
politica estera, una difesa comune. Ci vorranno anni, ma i passi decisivi
debbono esser fatti subito, quantomeno per quanto riguarda la fiscalità, il
bilancio, il governo economico europeo, con le relative cessioni di sovranità.
L'altra strada è quella proposta dalla Germania: invece d'una cessione di
sovranità dagli Stati all'Unione, una delega ai paesi più forti per governare
l'economia e la finanza dell'intera Unione. Insomma un Direttorio dotato di
ampi poteri. Angela Merkel sottintende che i membri del Direttorio siano, oltre
alla Germania, la Francia,
l'Italia, l'Olanda, il Belgio, cioè i paesi fondatori, Gran Bretagna esclusa
per via della moneta non comune. Ma, a parte i malcontenti di un assetto di
questo genere, la proposta non nasconde la realtà: si tratta di un'egemonia
tedesca sull'Europa, sia pure con un diritto di veto della Francia e gli altri
a reggere la candela.
Tutti i poteri nuovi nascono da un'egemonia, ma qui c'è di mezzo una storia
plurisecolare, una guerra che ha visto la Germania contro il resto del mondo, un genocidio
spaventoso. E c'è soprattutto una disparità di economie che va assolutamente
colmata ma con terapie farmacologiche e non chirurgiche. La Germania - è
vero - possiede a sua volta un'arma deterrente potentissima: se non
si raggiungesse un accordo che la soddisfi potrebbe decidere di uscire
dall'euro e tornare al marco. Si assumerebbe la responsabilità -
per la terza volta in un secolo - d'aver ucciso l'Europa e d'avere
al tempo stesso suicidato se stessa.
Non crediamo che possa arrivare a tanto. Non crediamo che la sinistra tedesca,
i liberaldemocratici, i verdi, l'industria, il sistema bancario, infine la gran
parte dell'opinione pubblica tedesca possano accettare un doppio omicidio
politico di questo genere. Se il nordismo europeo varcasse questa soglia,
veramente una nuova barbarie seppellirebbe l'intera civiltà occidentale e il
nostro continente diventerebbe un arcipelago regionale gravido di
contraddizioni tra deboli e debolissimi e non risparmierebbe nessuno,
rafforzando soltanto le criminalità organizzate e consegnando un immenso
mercato alle bocche voraci dei poteri forti mondiali.
Questi scenari apocalittici sono fuori dalle previsioni ma è opportuno siano
tenuti presenti da quanti pensano che ci sia ancora tempo per occuparsi
soltanto dell'utile proprio e della propria casta di appartenenza.
Quel tempo è finito. La crisi greca ha avuto almeno il pregio di mettere questa
dura realtà sotto gli occhi di tutti. Non è così, onorevole ministro Giulio
Tremonti?
http://www.repubblica.it (23 maggio 2010)

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