Il collasso dell'informazione
Abbiamo iniziato una campagna militare sulla base di notizie spesso manipolate se non del tutto false. Ora non sappiamo come uscirne.
La guerra di Libia merita di essere studiata come esempio di
collasso dell'informazione. Abbiamo iniziato una campagna militare sulla base
di notizie spesso manipolate se non del tutto false. Ora non sappiamo come
uscirne. L'unica certezza è che le prime vittime della "guerra
umanitaria" costruita dalla disinformazione sono i libici che pensavamo di
salvare dalla morsa di Gheddafi.
La posta in gioco decisiva in Libia, come prima in Iraq o in Afghanistan, è il
dominio della "narrativa". Termine elegante con cui nelle accademie
militari si qualifica la propaganda. A determinare le scelte dei decisori nelle
nostre democrazie ipersensibili ai media, sono sempre meno concezioni
strategiche o anche solo considerazioni di medio periodo, ma reazioni immediate
a notizie inverificabili o volutamente inverificate. Tale tendenza accentua la
crisi di sovranità delle nostre democrazie, esposte alla potenza di fuoco
dell'informazione/disinformazione in tempo reale. E se fino a pochi anni fa le
grandi potenze parevano in grado di orientare la disinformazione strategica,
oggi densità e velocità dei mezzi di comunicazione, moltiplicate dalla
proliferazione degli attori politico/mediatici, rendono il meccanismo
ingovernabile. Basti paragonare la "guerra al terrorismo" di Bush in
Iraq e la "guerra umanitaria" di Sarkozy in Libia, cui Obama si è
aggregato con riluttanza, salvo ritrarsene dopo un paio di giorni e ondeggiare
poi fra opzioni più o meno improbabili.
All'epoca della guerra contro Saddam, ![]()
la "superpotenza unica" si dedicò ad allestire una
propria verità autonoma e inconfutabile. Come ammoniva un consigliere di Bush,
rivolto a Ron Suskind, del New York Times: "La gente come lei vive in
quella che noi chiamiamo la comunità basata sulla realtà". Dove ci si
illude "che le soluzioni emergano dal giudizioso studio di una realtà
comprensibile. Oggi il mondo non funziona più così. Noi siamo un impero. E
mentre agiamo, creiamo la nostra realtà. E mentre voi giudiziosamente studiate
quella realtà, noi agiamo di nuovo, producendo nuove realtà, che voi potrete
studiare. Noi siamo gli attori della storia. E a voi, a tutti voi, resta di
studiarla".
Un abisso separa l'arroganza di quella Casa Bianca dalle oscillazioni di Obama.
Il caso della Libia è una pietra miliare: per la prima volta nella storia il
presidente degli Stati Uniti si è accodato al presidente della Francia. Evento
impensabile senza la disinformazione volta a incentivare lo scenario della
"guerra umanitaria". Aspetto davvero nuovo e rivelatore: la
"narrativa" non veniva dalla Casa Bianca, ma dall'emiro del Qatar. E’
stata la sua Aljazeera a dominare inizialmente l'informazione sulla Libia, così
come poche settimane prima sull'Egitto, sulla base di testimonianze in diretta
di protagonisti o sedicenti tali. Determinando il paradosso di un'emittente
gestita dal più autocratico dei monarchi del Golfo che si autoinvestiva del
rango di portabandiera della libertà nel mondo arabo. Purché a debita distanza
dal proprio paese. Se oggi non sappiamo che fare in Libia, e se le popolazioni
soffrono per effetto delle nostre ambiguità - l'idea di una
"guerra umanitaria" (non) combattuta dall'aria forse comincia ad
apparire un eccesso di cinismo anche alle più scaltrite cancellerie
occidentali - lo dobbiamo anche al collasso informativo
dell'Occidente. Varrebbe la pena di capire com'è stato possibile. Per non
ricascarci.
http://www.repubblica.it (13 aprile 2011)

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