Il capitalismo invecchia? Un sistema ormai fuori controllo
Questa crisi non è legata alla globalizzazione. Né dei beni, né tantomeno dei capitali. È frutto della mancata regolamentazione di intere parti dei mercati finanziari, soprattutto negli Stati Uniti.
Il ruolo fuorviante delle previsioni economiche stilate da fisici e matematici che non capiscono quasi nulla del funzionamento dell'economia; l'assenza di regole internazionali condivise sulla circolazione dei capitali; la difficoltà di riuscire a «ripulire» il capitale finanziario dai titoli «tossici». Ma anche l'assenza di garanzie sociali per i giovani che entrano, e rimangono si dovrebbe aggiungere, come precari: sono queste le radici e alcune conseguenze dell'attuale crisi economica. L'analisi di Tito Boeri rinvia alla «politica» nodi che spesso il nostro governo nazionale sceglie di non sciogliere. Un'intervista, questa che segue, che si affianca a quelle già pubblicate sul «capitalismo che invecchia», invitando a quelle riforme senza le quali non è possibile garantire, secondo Boeri, il rilancio dello sviluppo economico.
Le domande fondamentali a cui gli economisti cercano una risposta possono
essere riassunte così: qual è la natura di questa crisi; è una crisi
finanziaria o reale, ciclica o sistemica? Ha senso un confronto con la crisi
del '29?
Ogni crisi finanziaria è diversa dalle precedenti e questa non fa eccezione.
Quindi i paragoni possono essere fuorvianti. Negli anni Trenta lo shock derivò
dalla caduta di un terzo dell'indice generale dei prezzi con il conseguente
crollo dell'attività economica. La soluzione era perciò chiara: si doveva
stabilizzare il livello dei prezzi, come fece Franklin D. Roosevelt aumentando
l'offerta di moneta, per stabilizzare l'economia e di conseguenza rimettere in
piedi il sistema bancario. Questa volta, assorbire lo shock è più difficile
perché è interno al sistema finanziario. Il cuore del problema sono gli eccessi
di esposizione, opacità e rischi assunti nel settore finanziario stesso. C'è
stato, sì, un crollo del mercato immobiliare, ma a differenza di quanto avvenne
negli anni Trenta, non c'è stata una caduta generale dei prezzi e dell'attività
economica.
I fallimenti di impresa sono rimasti relativamente pochi e ciò è stato un più
che necessario elemento di conforto per il sistema finanziario. Ma tutto ciò
rende ancora più difficile la soluzione del problema. Se non c'è stato crollo
dei prezzi e dell'attività economica, non possiamo uscire dalla crisi attraverso
crescita e inflazione, come nel 1933. Dobbiamo uscirne riformando il sistema
finanziario. Ma riformare il sistema finanziario è molto complesso. Le lobby
che vi si oppongono sono potentissime e il potere contrattuale dei banchieri
nei confronti dei governi è addirittura aumentato nella crisi.
Inoltre, lo sviluppo delle cartolarizzazioni complica il processo di riordino
della situazione. Negli anni Trenta, la «Federal Home Owners Corporation»
acquistò singoli mutui ipotecari per ripulire i bilanci delle banche e dare un
aiuto ai proprietari di casa. Questa volta, l'agenzia federale responsabile
della ripulitura del sistema finanziario dovrà acquisire titoli garantiti da
ipoteca, obbligazioni di debito collateralizzato, e tutte le varie forme in cui
questi titoli sono stati tagliuzzati e rimpacchettati. Rimettere in ordine i
bilanci delle banche e aiutare i proprietari di casa sarà infinitamente più
complicato. E sarà molto più difficile raggiungere la trasparenza necessaria a
ridare fiducia al sistema.
Quanto
ha giocato, nella loro incapacità di valutare la probabilità della crisi, la
predilezione degli economisti mainstream per la formalizzazione matematica, a
scapito della conoscenza della storia dell'analisi economica - e della storia
in generale?
Nel caso degli economisti poco o niente. Ogni economista sa bene che un modello
è solo un modo di organizzare le informazioni disponibili e di controllare che
il proprio ragionamento sia coerente. Chi scambia i modelli per la realtà è
solo un cattivo economista. L'unica possibile deformazione indotta dalla
formalizzazione è nello spingere molti ricercatori a non allontanarsi troppo da
schemi analitici consolidati. Estendere un modello è molto più facile che
costruire un modello ex novo. Questo può avere indotto conformismo. Ma molti
modelli sono molto flessibili e permettono di considerare molte ipotesi
alternative, comportamenti non razionali, problemi di informazione.
Un problema più serio ci può essere stato nel mondo della finanza, dove da anni
si è consolidato il ruolo dei quant (da quantitative analyst), persone che
hanno ottenuto un PhD in una materia scientifica, di solito matematica o
fisica, e che prestano i loro servizi all'industria. I quant in genere, si
occupano di gestione degli investimenti, creazione o quotazione di derivati e
prodotti strutturati, gestione del rischio. Hanno contribuito alla crisi
attuale prendendo cantonate epocali nella misura dei rischi effettivi di
mercato.
Da
tempo commentatori autorevoli avevano fatto notare che la libera e frenetica
circolazione dei capitali (risultato delle liberalizzazioni e
deregolamentazioni della finanza) mina le basi stesse della democrazia
economica, cioè della democrazia stessa. Ritiene che il ruolo della politica,
oggi, dovrebbe essere soltanto quello di regolatore del mercato o dovrebbe
spingersi più in la?
Questa crisi non è legata alla globalizzazione. Né dei beni, né tantomeno dei capitali. È frutto della mancata regolamentazione di intere parti dei mercati finanziari, soprattutto negli Stati Uniti. E questa mancata regolamentazione è frutto della politica che si è prestata alle pressioni delle lobby per chiudere un occhio sul sistema bancario ombra che si era sviluppato negli Stati Uniti. Dunque non è tanto questione di avere più o meno politica, ma regole migliori che riducano la stessa discrezionalità del politico, spesso vulnerabile alle pressioni delle lobby.
Molti
ritengono che la soluzione della crisi non possa avvenire che sull'asse
Washington-Pechino. È ipotizzabile che il modello europeo di stato sociale, se
ancora di un modello europeo si può parlare, possa rappresentare un riferimento
per politiche economiche alternative tanto al «Washington Consensus», quanto al
capitalismo di stato cinese? O c'è il rischio che nel futuro assetto
economico-politico mondiale l'Europa (con il Sud del mondo) venga confinata ad
una posizione marginale?
Sì il vero G20 è oggi il G2 di Stati Uniti e Cina. L'Europa potrebbe contare, approfittando anche della debolezza del dollaro, se avesse una voce sola. Ma siamo molto molto lontani da questo. Un terreno su cui l'Europa potrebbe giocare un ruolo importante è nell'aiutare la Cina a costruirsi uno stato sociale. Prima lo farà, meglio sarà per tutti. La popolazione cinese delle campagne è rimasta sin qui ai margini della crescita. Gli immigrati interni, quelli che si spostano dalle campagne alle città, non possono neanche mettere i propri figli a scuola. Chi perde il lavoro perde tutto. Per questo i cinesi risparmiano così tanto. Quando la Cina affronterà questo immenso problema distributivo, ne beneficeremo tutti. Perché il superamento degli squilibri globali richiede una Cina che consumi di più e che esporti di meno. La Cina guarda all'Europa quando si tratta di progettare sistemi di protezione sociale. Ma sin qui lo ha fatto solo a parole. Fin quando non ci sarà democrazia in Cina sarà difficile andare molto al di là di queste dichiarazioni di principio.
L'attuale
aumento della spesa pubblica non riguarda la spesa sociale (istruzione, sanità,
pensioni e sussidi di disoccupazione), bensì il salvataggio di banche, società
finanziarie e grandi gruppi. Ciò avviene però comprimendo i redditi da lavoro
(salari reali e le pensioni): un intervento dal lato dell'offerta, anziché
della domanda è la giusta strategia per uscire dalla crisi, tornando a livelli
accettabili di disoccupazione?
Non è vero. In Italia l'aumento della spesa pubblica è legato soprattutto alla dinamica di pensioni e salari nel pubblico impiego. I «Tremonti bond» sono rimasti nel cassetto e comunque non aumentano il debito pubblico. Del resto basta guardare alla struttura della spesa per rendersi conto di perché la spesa pubblica continui a crescere del 2 per cento all'anno, in termini reali, indipendentemente dall'andamento dell'economia. Quasi un quarto dei fondi pubblici va alle «Relazioni finanziarie con le autonomie territoriali», leggi Regioni ed enti locali. Il nostro federalismo è una voragine perché non responsabilizza gli organi di governo locali. Si interviene solo per coprire amministrazioni inefficienti e non si puniscono gli amministratori e politici locali nell'unico modo possibile, vale a dire riducendone la sovranità. Un altro quinto della spesa va al pagamento degli oneri sul debito pubblico. La terza posta fondamentale è rappresentata dalla spesa pensionistica, che assorbe anch'essa ormai quasi il 20 per cento delle risorse. Queste tre poste assorbono due terzi delle risorse disponibili.
Quale
sarà il prezzo che le future generazioni dovranno sopportare a fronte delle forme
e delle dimensioni dell' indebitamento a cui oggi i governi hanno fatto ricorso
nel tentativo di non far naufragare l'economia mondiale?
Temo molto alto. Come Antoine nei racconti di Paul Nizan, credo che si
troveranno un giorno a dire: «Avevo vent'anni, non permetterò a nessuno di dire
che è l'età più bella della vita». Spero di sbagliarmi ovviamente. Non è solo
un problema di debito, ma anche di mercato del lavoro. Nella crisi e nel
dopo-crisi, infatti, rischiamo di perdere intere generazioni di lavoratori
qualificati che, assunti solo con contratti temporanei, non ricevono adeguata
formazione in azienda e diventano così manodopera di riserva, di cui disfarsi
al primo calo degli ordini. È esattamente quanto avvenuto nello scorso decennio
in Giappone e in Svezia che hanno conosciuto prima di noi una lunga e profonda
crisi scaturita dai mercati finanziari.
Le imprese, quando prevale l'incertezza, smettono di assumere con contratti a
tempo indeterminato. Solo una ripresa forte e sostenuta potrebbe convincere i
datori di lavoro ad offrire contratti a tempo indeterminato. Ma sin qui questa
ripresa non si vede. Per questo non è più rinviabile una riforma del percorso
di ingresso nel mercato del lavoro che porti le imprese ad assumere senza una
scadenza fissata a priori. Ci vuole un percorso graduale che costruisca tutele
crescenti, garantendo al datore di lavoro maggiore flessibilità all'inizio del
rapporto di lavoro e poi, via via, sempre meno. Chi si oppone a riforme di
questo tipo, come alla riforma degli ammortizzatori sociali e all'accelerazione
nell'entrata in vigore della riforma delle pensioni varata nel 1996 (!) si
prende una grandissima responsabilità nei confronti dei giovani. Sta
pregiudicando gravemente il loro futuro.
http://www.ilmanifesto.it/ 29 novembre 2009

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