Il cambio di scena che serve alla cultura
Sarà vent´anni che, più o meno confusamente, penso le cose che ho detto e posso testimoniarlo serenamente: non ho mai visto passare un giorno che secondo voi fosse quello giusto per dirle. Sempre stai a disturbare la delicatissima partita a Risiko che state giocando. E invece pensare è un gesto che non può farsi dare il calendario dalla politica.
Strano Paese: alle volte sembra morto, altre volte sembra elettrico. Si sveglia a strappi, si direbbe. Sulla faccenda dei soldi pubblici alla cultura è saltato su niente male: un sacco di interventi, in questi giorni, ognuno a dire la sua. Evidentemente abbiamo qualche conto aperto, con quella storia: o conserviamo, nascosta nel controsoffitto della nostra coscienza, l´impressione vaga di non averla mai veramente risolta. Bene. Si aprono i dibattiti perché la gente dibatta: fatto.
Quanto a me, ho più che altro passato la settimana a chiedere alla gente di leggere tutto il mio articolo e non solo il titolo o quel passaggio là, o quella frase lì. È un gioco di pazienza. È come cercare di dettare una ricetta a uno che ti ascolta mentre gioca alla playstation: dato che inesorabilmente salta dei passaggi, alla fine il piatto fa schifo, e te lo dice. Ha ragione lui, hai ragione tu.
La mia proposta, lo ricordo, era questa (la do in una versione così sintetica che potete tranquillamente continuare a giocare). 1. Spostare l´attenzione, le intelligenze e le risorse su scuola e televisione perché è soprattutto lì che in questo momento si combatte la battaglia per la difesa dei gesti, dei valori e del patrimonio della cultura.
La differenza fra queste proposte su come distribuire i finanziamenti e quello che fa il governo è immensa
È soprattutto nelle aule e in televisione che si combatte la battaglia per la difesa di un patrimonio di saperi
Non ho scritto da nessuna parte che sarebbe meglio tagliare i fondi alle attività culturali. È sbagliato aver paura del danaro privato Occorre indirizzarlo verso la qualità
Secondo punto. Abituarsi all´idea che il denaro pubblico può e deve fare un passo indietro venendo via da quella posizione centrale, e spesso monopolistica, che tende ad avere nella vita culturale del Paese. Terzo. Non aver paura di lasciare campo all´iniziativa privata e lavorare, piuttosto, per metterla in condizione, con l´aiuto del denaro pubblico, di andare a lavorare nella direzione della qualità e della diffusione più ampia e giusta possibile. Fine. (Come si vede, non c´è scritto da nessuna parte che sarebbe utile tagliare i fondi alla cultura: si suggerisce di collocarli diversamente, e di usarli al servizio di un modello differente. Se suggerisco di spostare un paziente gravemente malato da un reparto all´altro, pensando così di curarlo meglio, magari sbaglio, ma non c´entro niente con chi suggerisce di prendere il paziente e di sistemarlo in corridoio, che poi si vedrà, se crepa pazienza.)
Questi tre punti descrivono uno scenario: collocano una battaglia giusta e sacrosanta in un gioco diverso, con regole differenti e un campo da gioco ridisegnato. L´unica domanda utile, a questo punto sarebbe: è un modello che ci convince o preferiamo quello che ci siamo scelti anni fa e che è tuttora operativo? Provo a raccogliere gli interventi di questi giorni e azzardo una risposta. Ad alcuni sembra un modello buono, molto vicino a ciò che da tempo vanno rimuginando; ad alcuni sembra un modello magari brillante ma sostanzialmente inutile, perché tutto si risolverebbe applicando il modello attuale con maggior onestà, trasparenza e rigore; ad alcuni, infine, sembra un modello semplicemente irrealistico, poco più che una ingenua e irresponsabile fantasticheria. Sono tre posizioni che capisco, e che rispetto, soprattutto quando sono porte con eleganza. Spero che vadano in circolo, nel sistema sanguigno dell´intelligenza collettiva, e producano, alla lunga, un passo avanti nel nostro modo di concepire il rapporto tra denaro pubblico e cultura. Una chiosa, però, mi preme farla, ora, a proposito dell´irrealismo, dell´ingenuità, dell´irresponsabilità, ecc.
Mettete la Playstation in pause e io prometto che sarò brevissimo. In qualsiasi sistema bloccato, che ha fissato le sue regole e tracciato dei confini, quel sistema è l´unica possibilità: tutto il resto è sogno. Ma se prima sblocchi il sistema, e accetti il campo aperto, molto incauto diventa fare previsioni su cosa è possibile e cosa no. Traduco: fare il teatro lirico in un modo diverso da quello usato dallo Stato attualmente è impossibile fino a che lo Stato farà il teatro lirico in quel modo con la scusa che in altri modi è impossibile. Traduco ancora: nessuno può fare meglio dei Teatri Stabili in un mondo con i Teatri Stabili: ma nessuno può dire che questo sarebbe impossibile in un mondo senza Teatri Stabili. È una faccenda di cambio di scenari, di regole, di confini.
Quando vedo tanta, appassionata gente di teatro chiedersi incredula se mi sono bevuto il cervello a immaginare un avvento dell´impresa privata nel loro mondo, riconosco la stessa miscela di buon senso e cecità che mi affascina in altri umani messi di fronte a situazioni simili: i dirigenti della British Air il giorno prima che aprissero un volo low cost Londra-Dublino, i direttori della Treccani il giorno prima che inventassero Google e Wikipedia, i direttori di giornali l´ultimo giorno prima di vedersi uscire la free-press, gli editori il giorno in cui qualcuno inventò i tascabili, il mobiliere il giorno prima di scoprire che esisteva Ikea, e il mio barista il giorno prima che inventassero Starbucks. Non vorrei si scatenasse un dibattito sul caffè americano e sui comodini Ikea (vedo già il titolo: Teatri low cost!). Vorrei solo ricordare che dove l´intervento pubblico non blinda un mercato (e perfino dove lo blinda ma non completamente, come nelle linee aeree), qualsiasi linea di demarcazione tra possibile e impossibile è incauta. Fino al giorno prima, quella era tutta roba impossibile. Dal giorno dopo stava cambiando i nostri gesti, le nostre abitudini, la nostra quotidianità.
Ancora una cosa, l´ultima. Perché c´è un´obbiezione che ho sentito ripetermi fino alla nausea, in questi giorni. Inizia così: «Proprio adesso?». Proprio adesso che ci sarebbero da combattere i tagli del governo tu te ne esci con una proposta di quel tipo? Nella sua formulazione più brusca, l´obbiezione suona così: noi qui a lottare e tu stai lì a portare acqua alla politica del governo. Che dire? Ho già detto e ripetuto che la differenza tra ciò che io propongo e ciò che questo governo fa mi sembra immensa. Ma so anche che non è questo il punto. Il punto è che quello che io dico può essere usato per portare acqua a quella politica. Basta un semplificazione qua, una massiccia censura là, un´aggiustatina? Lo so, è vero. Ma vorrei dire che è un rischio da correre. La cautela strategica ha ucciso fin troppe idee, nella sinistra, in questi anni. Abbiamo idee, soluzioni, visioni, ma non è mai il giorno giusto per dirle a voce alta.
Sarà vent´anni che, più o meno confusamente, penso le cose che ho detto e posso testimoniarlo serenamente: non ho mai visto passare un giorno che secondo voi fosse quello giusto per dirle. Sempre stai a disturbare la delicatissima partita a Risiko che state giocando. E invece pensare è un gesto che non può farsi dare il calendario dalla politica. Quando cerchiamo di abbozzare idee formate, schizzare modelli alternativi, immaginare soluzioni inedite, stiamo facendo un gesto lungo, sporto nel futuro: stiamo cercando di arrivare puntuali a un appuntamento che avremo tra anni: non domani, non alla prossima riunione sindacale, non alla prossima seduta della Commissione parlamentare, non alle prossime elezioni. Per quello c´è la politica. Ma riflettere, è un´altra cosa. Una cosa che non dobbiamo temere, anche quando strategicamente è scomoda. Un compito per cui nessun giorno è sbagliato.
http://www.repubblica.it - 04 marzo 2009,

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