Il bisogno di giustizia sociale
Con l'equità della sua manovra, Monti deve riportare gli italiani a credere nella politica.
Monti l'aveva annunciato: questo governo sarà costretto a rinunciare a certe
liturgie, molto gradite nel passato. Ma la rottura che si è consumata con i sindacati
è qualcosa di più di un semplice strappo al metodo della concertazione. È una
lesione del principio dell'equità. Il governo, dunque, ha ascoltato ma non ha
raccolto le richieste formulate da Cgil, Cisl e Uil, e le proteste sollevate da
tante parti della società italiana. Non era obbligatorio dal punto di vista
politico: l'emergenza economico-finanziaria impone decisioni urgenti e, per
quanto dolorose, non necessariamente condivise. Forse non era opportuno dal
punto di vista istituzionale: mentre sulle modifiche alla manovra si sta
trattando in Commissione alla Camera, non si possono fare concessioni al
sindacato su altri tavoli. Ma era doveroso dal punto di vista della giustizia
sociale.
Graduare l'Ici-Imu sulla casa secondo i redditi e i carichi familiari, e
innalzare almeno a 1500 euro al mese il tetto al di sotto del quale non scatta
il blocco della rivalutazione delle pensioni, sono esigenze sacrosante di
imparzialità redistributiva, e non pretese di autotutela corporativa.
Si capisce la difficoltà del governo, che sul decreto Salva-Italia è stretto
tra la comprensibile domanda di equità che si coglie nel Paese e
l'irresistibile "assalto alla diligenza" che si rischia in
Parlamento. Tenere insieme le due cose non è semplice, con le confederazioni
che scendono
in piazza da una parte e i 1.400 emendamenti che stazionano
in Commissione dall'altra. Ma una quadra, senza intaccare i saldi finali di una
manovra che non deve cedere un centesimo sul terreno del rigore, andava e
andrebbe trovata. Cinque miliardi non sono semplici da reperire, per far fronte
al mancato gettito che deriverebbe dall'accoglimento delle proposte di modifica
al testo sulla parte che riguarda casa e previdenza. Ma se è vero che l'azzeramento
del "beauty contest" e il lancio di un'asta vera sulle frequenze tv
non darebbero risorse immediate, è altrettanto vero che tra un ritocco
dell'aliquota sull'una tantum a carico dei capitali scudati e un anticipo
dell'aumento dei contributi previdenziali a carico dei lavoratori autonomi,
parecchia "cassa" si potrebbe fare subito. In caso contrario, il
cammino del governo si fa più impervio.
Ogni discorso sull'equità perde di senso, quando deputati e senatori scoprono la Grosse Koalition
solo per difendere i propri emolumenti, che ogni mese cumulano 5.246 euro di
indennità, 3.503 euro di diaria, 3.690 euro di rimborsi forfettari, 3.323 euro
di rimborso viaggi. In gioco non c'è più il rispetto giuridico-costituzionale
dell'equilibrio tra governo e Parlamento, ma la decenza etico-morale del
rapporto tra eletti ed elettori. Sia detto senza cedere alle derive populiste e
qualunquiste: gli onorevoli si conquistano sul campo la pessima reputazione di
cui godono nel Paese. Così il Parlamento della Repubblica diventa la Casta dei bramini. Di fronte
a tanta impudenza, il governo non può limitarsi a ripetere che "il
Parlamento è sovrano". C'era una via, e l'ha indicata Tito Boeri: senza
intervenire sulle indennità, la manovra avrebbe potuto tagliare i fondi di
Camera e Senato, e i tagli sarebbero arrivati di conseguenza.
Ogni discorso sull'equità perde di senso, quando la manovra non incide sulla
vergognosa metastasi italiana dell'evasione fiscale e sulla scandalosa
distribuzione tra il reddito e il patrimonio. Cioè quando il 42,4% delle barche
di lusso, il 31,7% delle automobili oltre i 185 cavalli e il 25% degli aerei da
diporto risultano intestati a contribuenti che dichiarano meno di 20 mila euro
l'anno. Quando l'aumento degli estimi, che ammonta al 60% per le case di
milioni di italiani, si riduce al 20% per gli immobili delle banche, per gli
alberghi e per i porti e quando si rinuncia ad innalzare le rendite (ferme al
2006) per gli immobili della Chiesa "non destinati all'esercizio del
culto". Di fronte a tanta disparità, il governo non può limitarsi a dire
"non abbiamo ancora studiato il dossier". C'era una via, e l'ha
aperta addirittura il Cardinal Bagnasco: rivedere la formula troppo ambigua
della legge, che esenta dall'Ici i cespiti ecclesiastici di natura "non
esclusivamente commerciale". Monti ha già acquisito un merito oggettivo:
con la credibilità del suo governo, ha riportato l'Italia agli onori del mondo.
Ora gli è richiesto uno sforzo in più. Con l'equità della sua manovra, deve
riportare gli italiani a credere nella politica. Se non lo farà, i cittadini
onesti pagheranno, ma non capiranno.

Precedente: I due Mario l’Europa l’hanno salvata

