Ian McEwan. La grottesca avventura del fisico Beard
Il mondo della scienza e l'industria culturale al centro di "Solar", il nuovo romanzo dello scrittore inglese.
Come Carlo Emilio Gadda, Ian McEwan pensa che la realtà per sé stessa,
in qualunque parte o con qualunque occhio la guardiamo, sia comica; e
descriverla e rappresentarla in Solar, il suo ultimo romanzo (Einaudi,
traduzione di Susanna Basso, pagg. 336, euro 20) gli dà un'immensa gioia. Tutto
lo diverte: una calzamaglia, un minibar, un gelato, una artista concettuale.
Quasi ogni personaggio e ogni oggetto contengono il comico in sé, come polvere
da sparo, e McEwan lo fa esplodere cupamente e trionfalmente. Preferisce il
comico greve e sinistro, o grottesco o malvagio o perfido o eroicomico o folle:
tanto meglio se terribile, perché allora il libro diventa più allegro ed
euforico. Dappertutto risuona una lieve eco della lunghissima risata di
Vladimir Nabokov, il suo vero maestro.
Il comico dei nostri tempi, verso il quale McEwan nutre una particolare
passione, è spettacoloso ed effimero: vi domina il casuale, l'assurdo,
l'incomprensibile, l'insensato. Per qualche tempo, una bambina di otto anni,
che desidera diventare ballerina, ha una inspiegabile predilezione per il color
rosa: una morbida sfumatura di rosa tra il bonbon e il bebè. Desidera temperini
rosa, scarpe da ginnastica rosa, lenzuola rosa, pinze per capelli rosa,
cartelle rosa, quaderni rosa. Passano mesi di vie en rose. Poi,
all'improvviso, senza nessuna ragione apparente, la magia del rosa si spegne e
tramonta - salvo riapparire, egualmente senza ragioni, un anno più tardi.
Questo comico effimero invade e conquista i territori della scienza, proprio quella che avrebbe dovuto
sconfiggerlo. Ecco i discorsi continui sulla catastrofe verso la quale
l'umanità è avviata, sul riscaldamento del pianeta, sulle metropoli destinate a
scomparire travolte dalle acque, sui raccolti votati alla distruzione, sulle
centinaia di milioni di profughi che si spostano da un paese all'altro. Questi
discorsi ripetono una vecchia tendenza umana: la radicata inclinazione a
credere di vivere alla fine dei tempi. Tutto è avvolto da un odore di paranoia,
insonnia, assillo, esaltazione, utopia, come nel millenarismo apocalittico del
Medioevo. Nuova è soltanto la futile ebbrezza con cui gli scienziati di oggi
parlano della fine come se fosse qualcosa di sommamente lieto.
Nella sua forma di romanzo, Solar è un saggio brillantissimo sull’odierna
industria culturale: sul mostruoso coacervo di convegni, discussioni
televisive, discussioni giornalistiche, falsi libri che produce la maggior
quantità di sciocchezze che sia mai stata pronunciata. McEwan è affascinato da
questa inesauribile folla di sciocchezze, che suscitano in lui una gioia
occulta, un'ilarità furibonda. Con sempre rinnovata perfidia, le schernisce e
le beffeggia. Ma non è mai prigioniero della propria ferocia: quando incontra
la stolidità la sua mente è illuminata da una luce nitidissima.
***
Il protagonista di Solar, Michael Beard, che ha conquistato non si sa come un
premio Nobel per la fisica, è un uomo «pingue, lento, roseo ed accaldato». Da
giovane era stato un genio della fisica teorica: allievo di Durac, aveva
ammirato con lui "la pura bellezza" di alcune equazioni. Ora è un
burocrate potentissimo. Gli viene conferita una cattedra ad honorem presso
l'Università di Ginevra, dove tuttavia non insegna: aderisce con la sua firma a
iniziative di livello internazionale: fa parte di una Royal Commission per la
raccolta di fondi destinati alla ricerca scientifica: concede interventi alla
radio su Einstein o sulla meccanica quantistica: richiede sovvenzioni:
consiglia tre riviste specialistiche: stende lettere di presentazione: si
interessa alle chiacchere e alla politica della scienza, alle prese di
posizione, ai patrocini speciali, all'estorsione di colossali somme a burocrati
ignoranti: presenzia a gigantesche convention negli Stati Uniti -
undicimila fisici raccolti in un'unica sede: ascolta i ricercatori esporre i
risultati del loro lavoro: conferisce riconoscimenti; tiene discorsi ed encomi
in onore di colleghi prossimi alla pensione o alla cremazione.
Malgrado le funzioni pubbliche, Beard è un uomo decaduto, che da anni non si
occupa più seriamente di scienze, ed è conscio del proprio decadimento. Cammina
come una papera: gli sono cresciuti una serie di menti superflui, l'ultimo dei
quali pare il bargiglio di un tacchino e trema se egli scuote la testa. I
medici sostengono che si trascina addosso una trentina di chili di troppo: le
sue caviglie e ginocchia sono gonfie, il fegato è ingrossato, il colesterolo è
troppo alto, la pressione sobbalza, il respiro è faticoso, e forse sta
preparando un diabete o un cancro ai reni, o alla prostata, o una trombosi. È
inquieto, incerto, infantile. Come ai tempi della scuola, si sente in ritardo,
incompetente e infelice. Un tempo credeva che un giorno o l'altro avrebbe
posseduto la maturità: un placido punto fermo, a partire dal quale esistere e
muoversi sulla terra. Ma la maturità non giunge mai. La morte si avvicina. Quel
giorno egli lascerà dietro di sé soltanto camicie senza polsini, bollette da
pagare, soffitte da sgomberare, mosche morte, amici in attesa di risposta,
amanti alle quali aveva sempre mentito.
Come altri scienziati, Michael Beard sostiene che dobbiamo liberarci dalla
soggezione esercitata su di noi dal carbone e dal petrolio: se non smettiamo di
usarli, una catastrofe di enormi dimensioni si abbatterà sulla generazione dei
nostri nipoti. È necessario guardare in alto, verso la luce del sole, che
inonda il nostro pianeta e condiziona la nostra sopravvivenza. Una dolcissima
pioggia di fotoni scende dal cielo: «tutto quel che dobbiamo fare è tendere i
bicchieri e raccoglierla». La luce solare ci dà tutta l'energia di cui abbiamo
bisogno: con il suo aiuto, il mondo sarà puro, fresco, rinnovabile, pieno di
forza. Beard cerca di realizzare il suo sogno in una cittadina americana, dove
ventitré pannelli inclinati trasformeranno l'acqua in gas, i gas azioneranno le
turbine, le turbine produrranno elettricità, e il mondo rimarrà strabiliato.
L'esperimento di Beard si conclude con un grottesco disastro. Qualcuno frantuma
i pannelli: gli avvocati fanno causa a Beard per plagio; le sue donne,
coalizzate dopo essersi prese per i capelli, si scagliano contro di lui. Non
resta che un'esile speranza di salvezza. La figlia bambina, Catriona, che Beard
aveva a lungo rifiutato, gli corre incontro per abbracciarlo, farfugliando
qualcosa di incomprensibile. Beard percepisce in sé un turbamento insolito, una
specie di groppo al petto. Spalanca le braccia per accogliere la figlia,
pensando che «probabilmente nessuno gli avrebbe creduto se avesse cercato di
spacciare questo turbamento per amore».
***
Solar è un libro molto singolare. Ora McEwan guarda dall'alto il Tamigi,
Londra, l'Essex, il Kent e il Mare del Nord: ora racconta con uno sguardo
meticoloso, che fissa le cose prossime e circuisce ogni minimo particolare. Ora
costruisce superbi intrecci romanzeschi: ora sembra un ubriaco, che corre
sfacciatamente attraverso l'universo, vagabonda, va avanti e indietro, confonde
i tempi, non sa dove arrivare, insegue ogni metafora, ondeggia festosamente, si
perde, ritrova il filo. Nel libro non mancano pagine mediocri. Ma spesso, come
nella meravigliosa descrizione del viaggio nei paesi artici, che si conclude
con il congelamento e la perdita del pene di Michael Beard, la mano che scrive
ricorda quella geniale e tempestosa di Nabokov.
la Repubblica, 08/11/2010

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