I veri nemici dell'euro
Ciò che mette a rischio l'euro non sono i debiti, per i quali si troverà una soluzione, ma la mancanza di crescita.
Non sarà la crisi portoghese a determinare il fallimento
dell'euro, così come non lo fu un anno fa la crisi greca, o in autunno
quella irlandese. L'euro sopravvive a queste ricorrenti turbolenze (anzi si
rafforza, in un anno il suo valore rispetto al dollaro è aumentato del 16 per
cento) per due motivi. Innanzitutto perché una generazione di politici europei
ha legato la propria credibilità al successo dell'unione monetaria. Angela
Merkel, Nicolas Sarkozy, lo stesso Silvio Berlusconi sono pronti a tutto pur di
non essere giudicati responsabili della fine dell'euro. I loro elettori non lo
capirebbero, soprattutto i giovani, che neppure ricordano le vecchie monete
nazionali, alcuni non le hanno mai viste nella loro vita adulta.
La Merkel, Sarkozy, Berlusconi non appartengono alla generazione di François
Mitterrand, Helmut Kohl, Giulio Andreotti, i padri dell'unione monetaria.
Anzi, alcuni di loro in passato la criticarono, spesso con violenza. Eppure
oggi ne sono i difensori più strenui: basti pensare a come si è ribaltata la
posizione di Giulio Tremonti nei confronti dell'euro.
Ha avuto ragione chi pensava che sarebbe stata la moneta unica a far crescere
l'Europa politica, non viceversa. Il primo a sostenerlo fu Gustav Stresemanns,
cancelliere della Repubblica di Weimar: a Ginevra, alla Lega delle Nazioni, nel
1929, disse: «Al congresso di Versailles abbiamo creato un gran numero di nuovi
Stati europei. Ora ci vuole una moneta europea».
Il secondo motivo per cui l'euro si salverà è che chi è davvero nei guai non
sono i debitori (Grecia, Portogallo, Irlanda) ma chi li ha finanziati:
soprattutto le banche pubbliche tedesche. Male amministrate e succubi dei loro
padroni, i governatori dei Länder, queste banche hanno inseguito qualche decimo
di rendimento in più senza chiedersi quale fosse il rischio cui andavano
incontro. Hanno riempito i loro bilanci di titoli greci, irlandesi, portoghesi,
anche di mutui subprime americani. Altro che superiorità dello Stato sul mercato,
come alcuni si ostinano a ripetere! Lo aveva capito dieci anni fa Mario Monti
quando, da commissario europeo, tolse alle banche pubbliche tedesche i
privilegi di cui godevano: evidentemente non è bastato per sottrarle
all'influenza della politica. Come sempre accade i debitori verranno tutti
salvati, per salvare i loro creditori.
Ciò che mette a rischio l'euro non sono i debiti, per i quali si troverà una
soluzione, ma la mancanza di crescita. Questo vale per la Grecia quanto per l'Italia.
Se i cittadini identificheranno nell'euro la causa della bassa crescita e
dell'alta disoccupazione, la generazione di governanti che oggi difende
l'unione monetaria sarà rimpiazzata da politici che stanno costruendo la
propria fortuna sulla critica all'euro. La tentazione dei liberali tedeschi di
risollevarsi dal disastro elettorale cavalcando il populismo, e soprattutto la
popolarità di Marine Le Pen in Francia, sono il maggior pericolo che corre la
moneta unica. L'unico modo per evitarlo è ricominciare a crescere.
http://www.corriere.it 08 aprile 2011

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