I veleni dell'Ecomafia che investe sulla crisi
Un euro non guadagnato oggi è un euro perso domani. Questo è l'imperativo del nostro Paese che vede coincidere mentalità dell'imprenditoria legale e criminale.
Raccontano che la crisi rifiuti è risolta. Che l'emergenza
non c'è più. Gli elenchi dei soldati di camorra e 'ndrangheta arrestati
dovrebbero rassicurare che la battaglia è vinta. O almeno, questa è la
versione. Molto distante, però, da ciò che realmente accade. Ogni anno Legambiente
attraverso il suo Osservatorio ambiente e legalità produce storie e numeri:
"Ecomafia".
Quello dei rifiuti è uno dei business più redditizi che negli anni ha
foraggiato le altre economie. Come il narcotraffico, il fare affari con i
rifiuti, sotterrare scorie tossiche, devastare intere aree, ha permesso alle
organizzazioni criminali e a semplici consorterie imprenditoriali di accumulare
capitali poi necessari per specializzarli in altri settori. Catene di negozi,
imprese di trasporti, proprietà di interi condomini, investimenti nel settore
sanitario, campagne elettorali. Sono tutte economie sostenute con i rifiuti.
Esempio lampante ne è l'economia campana e i suoi gangli politici che si sono
strutturati intorno alla crisi rifiuti. Il mondo intero non si spiegava come
fosse possibile che un territorio in Europa vivesse una piaga tanto purulenta.
Come fosse possibile che le dolcissime mele annurche o le pregiate bufale
campane, caratteristiche proprio di quelle zone, potessero trasformarsi
improvvisamente in prodotti rischiosi per la salute. Possibile che convenga di
più avvelenare che concimare e raccogliere?
Evidentemente sì, basta saperne leggere i vantaggi. L'emergenza rifiuti in
Campania è costata 780 milioni di euro l'anno. Questa è la cifra quantificata
dalla Commissione bicamerale sul ciclo dei rifiuti nella scorsa legislatura
che, moltiplicata per tre lustri (tanto è durata la crisi), equivale a un paio
di leggi finanziarie. Di fronte a cifre come questa è comprensibile che nessuno
avesse convenienza a porre rimedio all'emergenza. Rapporti di consulenza
politica, assunzioni, e persino specializzazione delle ditte nello smaltimento;
oggi le imprese campane del settore rifiuti, grazie anche ai soldi
dell'emergenza e alla pubblicità - sembra assurdo parlare di pubblicità, no? -
che ne hanno ricavato, sono tra le più richieste in Europa.
Ma risolvere un'emergenza significa anche non averne più i benefici e gli
utili. E in verità, nonostante i proclami, oggi si è risolto poco. Si è tolta
la spazzatura dalle strade ma, come afferma chi lavora nel settore, è solo fumo
negli occhi, perché sta per tornarci. "Se non ci saranno altri impianti
entro il 2011 la Campania,
come molte regioni italiane, rischia una nuova crisi rifiuti". Sono parole
dell'amministratore delegato dell'Asia (l'azienda che fornisce servizi di
igiene ambientale ai napoletani.) Come un tempo, quindi, la spazzatura sta di
nuovo per essere accumulata. Resta quindi il problema di scongiurare una crisi
da mancanza di discariche. Una crisi che sarebbe estremamente grave anche
perché purtroppo in Italia sono ancora le discariche la valvola di sicurezza
del sistema rifiuti. Come risulta dal rapporto di Enea e Federambiente queste
continuano a ingoiare il 51,9 per cento del totale della spazzatura del nostro
Paese e il 36,5 per cento senza nessun trattamento. Nel Sud le bonifiche delle
terre avvelenate da decenni di sversamenti di veleni sono rare e lente. I
rifiuti tossici hanno spalmato cancro prima nei terreni, poi nei frutti della
terra, nelle falde acquifere, nell'aria. Poi addosso alla gente, nelle loro
ossa e nei tessuti molli. Ogni ciclo di vita è stato compromesso.
La diossina, i metalli pesanti e le sostanze inquinanti vengono ingerite,
respirate, assimilate come una qualunque altra sostanza. La pelle di ogni
cittadino delle zone ammorbate trasuda sudore e scorie. Il cancro ha raggiunto
percentuali molto più alte che negli altri Paesi europei. Gli ultimi dati
pubblicati dall'Organizzazione Mondiale della Sanità mostrano che la situazione
campana è incredibile, parlano di un aumento vertiginoso delle patologie di
cancro. Pancreas, polmoni, dotti biliari più del 12% rispetto alla media
nazionale. La rivista medica "The Lancet Oncology", già nel settembre
2004, parlava di un aumento del 24% dei tumori al fegato nei territori delle
discariche e le donne sono le più colpite. Ma l'ecomafia non è un fenomeno che
appartiene solo al Sud. Nel Sud assume caratteristiche totalizzanti e più
evidenti: nelle strade si inscena il dramma dei cassonetti incendiati, il puzzo
accompagna ogni movimento, e il silenzio copre ogni cava, ogni singolo luogo
dove è possibile accumulare e nascondere. Ma è sempre più il nord Italia il
centro del vero business. E la novità di quest'anno, al di là del noto primato
di Campania, Calabria, Puglia e Sicilia, è che il Lazio si posiziona al secondo
posto tra le regioni con il più alto numero di reati ambientali. Tra le
inchieste più rilevanti del settore, nel 2009, ce ne sono alcune con nomi
fantasiosi, talvolta anche vagamente familiari. "Golden Rubbish",
"Replay", "Matassa", "Ecoterra",
"Serenissima", "Laguna de Cerdos", "Parking
Waste". Alcune, già dal nome si riescono anche a localizzare
geograficamente, e tutte quelle che ho citato sono inchieste che riguardano il
nord Italia. È evidente che il Nord ce la sta mettendo davvero tutta per non
essere secondo al Sud in questa gara all'autodistruzione.
La "Golden Rubbish" è un'inchiesta che vede coinvolta la provincia di
Grosseto, ma ancora conserva legami con Napoli e la Campania perché ha preso
le mosse da un'inchiesta che riguardava la movimentazione dei rifiuti prodotti
dalla bonifica del sito industriale contaminato di Bagnoli. Si tratta di un
traffico spaventoso: un milione di tonnellate di rifiuti e un sistema che ha
coinvolto decine e decine di aziende di caratura nazionale. L'inchiesta
"Replay" è tutta lombarda e l'organizzazione criminale sgominata
operava tra Milano e Varese. Un affiliato al clan calabrese che fa capo a
Giuseppe Onorato è finito in manette insieme a un manipolo di colletti bianchi,
tra cui funzionari di banche. Lombarda è anche l'inchiesta denominata
"Matassa".
È trentina, e precisamente della Valsugana, l'inchiesta "Ecoterra"
che ha bloccato un traffico illecito di scorie di acciaierie che venivano
riutilizzate, senza alcun trattamento, per coprire discariche o per bonifiche
agrarie. Come dimenticare Porto Marghera, dove l'operazione
"Serenissima" ha scoperto il traffico illecito di rifiuti diretti in
Cina. Ma anche nelle Marche l'"Operazione Appennino" ha intercettato
un flusso criminale di scarti derivanti dalle lavorazioni delle industrie
agroalimentari e casearie.
È umbra, invece, nonostante il nome spagnoleggiante l'operazione "Laguna
de Cerdos" un traffico illecito di rifiuti liquidi di origine suinicola
per cui la regione e i singoli comuni si sono a lungo palleggiati le
responsabilità. Friulana, invece è l'inchiesta "Parking Waste" che ha
smascherato lo smaltimento illecito di medicinali scaduti. In tutte queste
inchieste, l'aspetto che più colpisce è il legame strettissimo che si è creato
tra gestori delle ditte di smaltimento, politici locali e istituti di credito
presenti sul territorio.
Tra le altre cose, vale la pena ricordare che a marzo l'Italia è stata
condannata dalla Corte di Giustizia dell'Unione Europea per come ha gestito
l'emergenza rifiuti in Campania. È stata condannata per "non aver adottato
tutte le misure necessarie per evitare di mettere in pericolo la salute umana e
danneggiare l'ambiente". E nella sentenza si legge che l'Italia ha ammesso
che "gli impianti esistenti e in funzione nella regione erano ben lontani
dal soddisfare le sue esigenze reali".
Come non rimanere colpiti da questo dato: se i rifiuti illegali gestiti dai
clan fossero accorpati, diverrebbero una montagna di 15.600 metri di
altezza, con una base di tre ettari, quasi il doppio dell'Everest, alto 8850 metri.
Se un cittadino straniero conservava l'illusione delle colline toscane e del
buon vino, delle belle donne e della pizza gustata osservando il Vesuvio da
lontano mentre il mare luccica cristallino, qualcosa inesorabilmente cambia.
Tutto assume una dimensione meno idilliaca e più sconcertante. La domanda più
semplice che viene da porsi è come può un Paese che dovrebbe tutto al suo
territorio, alla salvaguardia delle sue coste, al suo cielo, ai prodotti
tipici, unici nelle loro caratteristiche, permettere uno scempio simile? La
risposta è nel business: più di venti miliari di euro è il profitto annuo
dell'Ecomafia, circa un quarto dell'intero fatturato delle mafie. Le mafie
attraverso gli affari nel settore ambientale ricavano un profitto superiore al
profitto annuo della Fiat, che è di circa 200 milioni di euro, e più del
profitto annuo di Benetton, che è di circa 120 milioni di euro. Quindi in
realtà usare il territorio italiano come un'eterna miniera nella quale
nascondere rifiuti è più redditizio che coltivare quelle stesse terre. Tumulare
in ogni spazio vuoto disponibile rifiuti di ogni genere costa meno tempo, meno
sforzi, meno soldi. E dà profitti decisamente più alti. Bisogna guadagnare il
più possibile e subito. Ogni progetto a lungo termine, ogni ipotesi che tenga
conto di una declinazione del tempo al futuro viene vista come perdente. Un
euro non guadagnato oggi è un euro perso domani. Questo è l'imperativo del
nostro Paese che vede coincidere mentalità dell'imprenditoria legale e
criminale. Per difendere il Paese, per continuare a respirare, è necessario
comprendere che in molte parti del territorio il cancro non è una sventura ma è
causato da una precisa scelta decretata dall'imprenditoria criminale e che
molti, troppi, hanno interesse a perpetrare.
O quello delle ecomafie diventa il tema principale della gestione politica del
Paese, o questo veleno ci toglierà tutto ciò che aveva permesso di riconoscere
il nostro territorio. La speranza è che questo allarme venga ascoltato, e che
non si aspetti di sentire la puzza che affiori dalla terra, che tutto perda di
luce e bellezza, che il cancro continui a dilagare prima di decidersi a fare
qualcosa. Perché a quel punto sarebbe davvero troppo tardi. E coloro che sono
stati chiamati i grandi diffamatori del Paese sarebbero rimpianti come
Cassandre colpevolmente inascoltate.
(Il testo pubblicato è la prefazione al volume "Ecomafia" di
Legambiente. in libreria mercoledì 9 giugno)
http://www.repubblica.it (07 giugno 2010)

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