I tea party all´italiana
I Tea Party sono la nuova fonte di ispirazione del populismo di targa meneghina.
Se si sottoponesse il Paese a un check-up (e i media e i giornali che si occupano di informazione lo stanno facendo) emergerebbe uno stato grave di astenia quando non di declino: le istituzioni sono sottoposte a un logorio pressante che dura da anni mentre la società è lasciata a se stessa ad affrontare una delle crisi economiche più gravi e di lunga durata del dopo-guerra. Uno scenario che dovrebbe grandemente impensierire chi governa, se non per senso di responsabilità (una moneta rarissima) almeno per un ragionevole calcolo elettorale, pensando cioè a come restare in sella.
Il capo
del Pdl e della maggioranza si è in effetti reso conto di non vivere nel paese
di Pangloss dove tutto va per il meglio. La verità, che piace sempre poco a chi
ama il potere incontrastato, deve essere trapelata tra le file dei suoi
collaboratori se è vero che il leader ha parlato di stato di
"balcanizzazione" del suo partito e si è trovato di fronte a dati
molto preoccupanti sulla caduta di consenso alla sua persona. Certo, non è lo
stato del paese che lo preoccupa direttamente, tuttavia l´attenzione per la
salute della maggioranza è una forma indiretta di interesse. Data questa
attenzione ci si aspetterebbe che la strategia di riconquista del consenso
prevedesse interventi sulle "cose", uno straccio di idea su come
affrontare questa crisi in modo che i sacrifici siano distribuiti in
proporzione ai redditi, e su quale sia il punto di riferimento da seguire per
risollevare l´economia del paese. E invece, il tycoon risfodera la sua
strategia originaria, quella che lo ha caratterizzato fin dai tempi della sua
"discesa in campo": ideare nuove forme di aggressività ideologica,
creare a latere del suo partito delle casematte che abbiano mano libera di dire
e fare quello che un partito che sta a Palazzo Chigi non può dire e fare.
Berlusconi non crea nulla di nuovo, ma adatta al suo caso quello che è stato
creato altrove. Nelle strategie politiche il copyright non esiste e nemmeno la
pirateria come ovvio perché in questo campo le iniziative sono vincenti proprio
perché possono essere estese dovunque, diventare una matrice di successo. I Tea
Party sono la nuova fonte di ispirazione del populismo di targa meneghina. Un
populismo nuovo quello ideato dai fondamentalisti repubblicani americani,
perché si identifica non con un leader, ma con un nemico. Il nemico dei Tea
Party è il Barack Obama ancor prima del Partito democratico; il loro scopo è di
portare i loro candidati in Congresso in numero sufficiente per riuscire a
radicalizzare la lotta politica contro la Casa Bianca e bloccare
ogni proposta di riforma che viene dalla Casa Bianca. La strategia è quella del
sabotaggio, la tattica è quella della guerriglia.
I Tea Party hanno una caratteristica che si presta bene a fare quello che il
giornale della famiglia Berlusconi ha dimostrato di saper fare bene:
disseminare dubbi senza mai tirare fuori le prove, lasciare che il dubbio si
diffonda perché non c´è nulla di più difficile da scalfire di una diceria
dilagante. La diceria ha il potere di diventare "un fatto" senza uno
straccio di prova. È sufficiente farla circolare in forma di dubbio: l´esito
verrà da sé. I blog dei Tea Party hanno disseminato vari assurdi dubbi sul
Presidente Obama: per esempio, che non sia americano, che sia musulmano, e che
sia (ultima invenzione) l´esponente di un movimento mondiale di
anti-colonialismo venuto dal Kenya a rappresentare tutti i movimenti
post-coloniali della terra (e pensare che gli Stati Uniti sono stati i primi
anti-colonialisti della storia moderna!). Le incongruenze e le assurdità sono
la moneta corrente di questa nuova forma di populismo delle casematte, un
populismo che si dirama dalla periferia, che è localistico per radicamento e
inafferrabile poiché è da nessuna parte e dovunque, proprio come i bloggers.
L´elemento unitario è nel nemico, non in un leader: è questa la grande novità
dei Tea Party. Una novità pericolosa per la democrazia perché è evidente che
questa strategia della diceria disseminata è fatta per creare forme identitarie
di consenso, forme quasi religiose di identificazione con una causa - quella
contro. Per chi è parte di questo progetto la fede viene prima della ragione e
non c´è possibilità di compromesso sulle opinioni: «Obama è musulmano», e su
questo non c´è proprio nulla da discutere.
Immaginiamo che cosa potrebbe voler dire usare questa strategia per ridare
ossigeno al consenso del premier. Potrebbe voler dire competere con il suo
alleato più fedele, la Lega,
su temi di grande presa diretta sul "popolo". Perché si tratterebbe
di mettere in atto una politica di rastrellamento di consensi ritagliata su un
bacino di persone che è simile a quello della Lega almeno per la disposizione
alla credulità e al fideismo, due condizioni senza le quali non si ha politica
identitaria. A latere del Pdl, sempre più un partito di incardinati nelle
istituzioni e quindi "conservatori" per necessità di sopravvivenza, i
Tea Party del premier sarebbero come casematte fondamentaliste, capaci di
infiltrare dicerie, usare un linguaggio di attacco, praticare ripulsa per ogni
forma anche blanda di ragionamento ragionato con lo scopo di mobilitare
consensi.
Democrazia di mobilitazione potrebbe essere il termine rappresentativo di
questa nuova strategia politica. In un pubblico abituato alle masticazioni
delle informazioni ad usum Caesaris, i Tea Party modello Berlusconi
potrebbero trovare un facile radicamento. Ci si deve dunque aspettare il
peggio: più radicalismo, più polarizzazione ideologica (ma di un´ideologia
senza la nobiltà delle idee). Un populismo che si diramerà da centri di
diffusione locali e periferici e quindi più facilmente manipolabile da un
centro nemmeno tanto occulto.
La Repubblica, 19 ottobre 2010

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