I signori del rating
Spesso al centro di scandali e crac colossali continuano però a macinare guadagni enormi .
NEW YORK
L´indirizzo è 250 Greenwich
Street a due passi da Ground Zero. Qui al ventesimo piano del
grattacielo di Moody´s il visitatore è accolto da una targa d´oro:
"Credito. La fiducia dell´uomo nell´uomo". Arturo Cifuentes, ex
dirigente di Moody´s, la pensa diversamente. Oggi definisce «una vergogna il
modo in cui le agenzie di rating stabiliscono le loro pagelle sul credito, i voti
di solvibilità». Eric Kolchinsky, anche lui manager pentito di Moody´s,
pronuncia la parola «frode». Frank Raiter che ha lavorato per
Standard&Poor´s parla di «oligopolio che accumula profitti grazie al ruolo
di arbitri». Delle e-mail circolate dentro Standard&Poor´s descrivono il
rapporto tra quest´agenzia e la Goldman Sachs come "la sindrome di
Stoccolma". Cioè la complicità che si stabilisce tra ostaggio e rapitore.
Quelle comunicazioni interne, dai contenuti esplosivi, le ha scoperte il Senato
di Washington nell´indagine appena avviata sulle agenzie di rating. Un´altra
e-mail di Standard&Poor´s ammette che «certi numeri noi li massaggiamo
prima di divulgarli». Questa «è gente che distribuisce passaporti falsi»,
secondo Paul McCulley di Pimco, il più grande fondo d´investimento mondiale in
titoli di Stato. Eccoci nell´universo delle agenzie di rating. Screditate,
vituperate per il ruolo infame che hanno avuto nell´ultima crisi finanziaria. E
tuttavia più potenti che mai. È bastato mercoledì il declassamento del debito
pubblico spagnolo da parte di Standard & Poor´s per far cadere l´euro,
precipitando i mercati nella sfiducia. Fino a costringere Barack Obama a
intervenire di persona su Angela Merkel, per convincere la Germania a togliere i
veti sul salvataggio della Grecia. "E´ inaccettabile – protesta il
governatore della banca centrale austriaca Ewald Nowotny – che il destino
dell´Europa dipenda dal giudizio di un´agenzia di rating».
Il destino dell´Europa? E non solo quello. Pierre Cailleteau, il grande guru di
Moody´s che ha l´ultima parola nelle pagelle sui rating "sovrani" (i
voti di solvibilità dei debiti pubblici) lunedì 15 marzo fece tremare il Tesoro
di Washington. Quel giorno Cailleteau annunciò che gli Stati Uniti si stavano
«avvicinando a un declassamento» del debito pubblico. E´ dal 1949 – il primo
anno in cui queste pagelle si applicarono ai Treasury Bond americani – che la
solvibilità di Washington sta a quota "Aaa", il voto massimo.
Cailleteau fece sobbalzare Obama. «E´ un dogma della fede», commentò quel
giorno il New York Times, che il governo degli Stati Uniti abbia la massima
solidità. Un declassamento non significa l´anticamera della bancarotta,
soprattutto nel caso dell´America. Ma quasi automaticamente fa salire i
rendimenti necessari per collocare buoni del Tesoro sul mercato. Quindi aumenta
il costo del debito pubblico, in una situazione già delicata per gli equilibri
di bilancio. Chi mai ha dato questo potere smisurato al signor Pierre
Cailleteau della Moody´s? «In breve – dice l´economista Lawrence White della
New York University – la risposta è: i governi stessi». Sorprendente. Perché
queste agenzie sono società private a scopo di lucro.
John Moody inventa i primi rating nel 1909 con un´applicazione limitata. Il suo
"Manual of Railroad Securities" è un annuario delle 200 compagnie
ferroviarie americane, a ciascuna delle quali corrisponde un giudizio sulla
solidità di bilancio. Una guida per i risparmiatori americani del primo
Novecento che vogliono investire in obbligazioni ferroviarie. L´idea piace, la
imita nel 1916 Standard Company (poi fusa con Poor´s), quindi Fitch negli anni
Venti. Viene allargata ad altre categorie di obbligazioni. Dopo il crac di Wall
Street del 1929, l´authority americana di vigilanza sulle banche (Comptroller
of the Currency) nel 1936 per limitare la speculazione ordina che gli istituti
di credito comprino solo obbligazioni dotate di un "voto
d´investimento". Cioè un rating. E´ il timbro ufficiale di un regolatore
sul potere delle tre sorelle. Che aumenta ulteriormente negli anni Settanta
quando l´organo di controllo della Borsa americana, la Sec, riconosce le tre agenzie
come "Nationally Recognized Statistical Rating Organizations". Ne fa
gli arbitri della salute finanziaria. Da quel momento per la loro influenza è
un crescendo irresistibile. Via via che si sviluppano i mercati finanziari
globali, qualsiasi azienda che voglia piazzare sul mercato un´obbligazione per
finanziarsi, va in cerca di quel "voto" magico. Perché molte
categorie di investitori per legge possono comprare solo titoli che abbiano un
rating. E´ vero per le banche: dai rating dei titoli che possiedono in
bilancio, dipende quanto capitale devono accantonare per sicurezza. E´ vero per
compagnie assicurative, fondi pensione. Tutti gli investitori istituzionali che
manovrano grandi volumi di capitali, nell´acquistare obbligazioni si tutelano
verso la legge esibendo "l´etichetta" che Moody´s, Standard &
Poor´s e Fitch incollano su quei titoli. Compresi i titoli del debito pubblico.
Così le tre sorelle diventano di fatto la massima autorità nel giudicare
perfino gli Stati sovrani, misurano la fiducia che bisogna avere nella loro
capacità di ripagare i debiti. Pochi sanno cosa accade "in cucina",
finché le e-mail segrete e le confessioni degli ex manager pentiti disvelano un
panorama di incompetenza, collusione, conflitti d´interessi.
Oggi che i governi si accorgono di aver creato un "mostro", non è
facile tornare indietro. Tutti sono alla mercè dei rating. Il procuratore
generale della California Jerry Brown accusa Moody´s di «distruggere questo
Stato». A New York la minaccia di un declassamento da parte di Moody´s
costringe il governatore a licenziare insegnanti e tagliare fondi agli
ospedali. Nel maggio 2009 la minaccia che Standard&Poor´s tolga una "a"
alla Gran Bretagna, ha fatto precipitare del 3% in poche ore la Borsa di Londra. Eppure la
credibilità delle tre sorelle è infangata nella crisi del 2008. Non è solo
sindrome di Stoccolma, ma vera e propria corruzione, quella documentata dallo
studio legale Grais & Ellsworth nella bancarotta di Lehman. «Dietro
compenso, le agenzie di rating sceglievano i titoli tossici che la banca
collocava sul mercato e poi a quei titoli davano loro il voto». Le "triple
a" si sprecavano, anche se dietro quelle obbligazioni c´erano crediti
irrecuperabili legati ai mutui subprime. «Il 93% dei titoli che nel 2006 ebbero
il rating Aaa – denuncia il premio Nobel dell´economia Paul Krugman – in
seguito sono stati declassati al rango junk, spazzatura». Un altro economista,
Sylvain Broyer, accusa le tre sorelle di andare al rimorchio dei mercati: nelle
bolle speculative regalano voti alti a tutti, quando arriva la paura i rating
crollano e amplificano le ondate di vendite. Perciò oggi lo stesso direttore
generale del Fondo monetario internazionale, Dominique Strauss-Kahn, invita a
«non credere ciecamente al verdetto delle agenzie di rating». Per quanto
riguarda i titoli del debito pubblico, c´è chi propone che sia la Banca centrale europea a
dare i rating. Col rischio però di esporre la Bce a tremende pressioni da parte dei governi
membri dell´Eurozona. E il piccolo risparmiatore si fiderebbe a comprare Bot,
se il rating fosse oggetto di negoziati fra gli Stati?
Quella targa d´oro sulla "fiducia dell´uomo nell´uomo" nel
grattacielo Moody´s oggi sembra una beffa crudele. Delegittimate, inquisite, le
agenzie di rating continuano però a macinare profitti favolosi. La sola Moody´s
ha un margine di utile del 37%. Per istinto gregario, conformismo e paura,
investitori e governi sono in loro ostaggio, le vere vittime della sindrome di
Stoccolma.

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