I rischi del Lingotto
Ancora riflessioni sulle pericolose conseguenze sociali della strategia della Fiat di Marchionne e dell’assenza dei governi, e sulle possibili alternative.
Da qualche tempo le mosse di Fiat Auto stanno diventando
frenetiche. A fine aprile è arrivato il piano per trasferire a Pomigliano una
quota della produzione della Panda che ora si fa in Polonia. Una settimana
fa, l’annuncio che un modello di notevole peso industriale e commerciale
sarebbe stato costruito in Serbia e non a Mirafiori. Poco dopo si è saputo
che è già stata costituita una nuova società per gestire lo stabilimento
campano, nonché per assumere con un nuovo contratto i lavoratori che
accetteranno in toto di lavorare secondo i drastici standard indicati nel
piano di aprile. Infine ieri l’Ad di Fiat ha avanzato come affatto realistica
l’ipotesi di uscire dal contratto nazionale dei metalmeccanici, ed ha
ribadito che ciò che vuole sono comportamenti dei lavoratori che non mettano
mai, in nessun modo, a rischio la produzione e l’azienda.
In altre parole, niente scioperi, niente vertenze sindacali, assenteismo
meglio se vicino a zero, massima disciplina in fabbrica. A queste condizioni
Fiat auto potrebbe anche restare in Italia.
La sequenza di queste mosse rientra chiaramente in una precisa strategia:
portare per quanto possibile nel nostro Paese le condizioni di lavoro dei
paesi emergenti, e in prospettiva i salari che in quelli prevalgano, perché
ciò appare indispensabile allo scopo di reggere alla competizione
internazionale. Se questa come sembra è la strategia Fiat, bisogna chiedersi
dove essa potrebbe portare il Paese, ma anche la Fiat, e se la strategia
stessa non avesse o non abbia ancora delle alternative.
Nel nostro Paese la strategia Fiat potrebbe in realtà non diminuire, grazie
agli investimenti promessi, bensì aumentare il rischio di un marcato
inasprimento e diffusione del conflitto sociale. Non può esservi dubbio,
quali che siano le previsioni in contrario di questo o quel ministro o
sindacalista, che migliaia di aziende le quali hanno sussidiarie all’estero
chiederanno quasi subito, ove la strategia del Lingotto si affermasse, di
adottarle a loro volta. È vero che c’è la crisi, che ha indebolito allo
stesso tempo i sindacati e i singoli lavoratori; per cui molti di questi,
dinanzi allo spettro della disoccupazione, accettano qualsiasi condizione pur
di mantenere od ottenere un lavoro.
Tuttavia non è affatto detto che in tutte le categorie, in tutte le zone
industriali, in tutte le fabbriche e in tutti gli uffici, la grande
maggioranza dei lavoratori accetti senza fiatare i dettami
dell’organizzazione del lavoro "di classe mondiale". Ivi compreso
il divieto di far sciopero, di manifestare, di aprire vertenze e perché no di
ammalarsi. È questo uno scenario che l’amministratore delegato Sergio
Marchionne parrebbe aver notevolmente sottovalutato, nella sua foga di
giocatore che punta soprattutto a vincere la partita, quali che siano le
conseguenze per gli spettatori. Dovrebbe essere il governo a ricordarglielo
con una certa fermezza; ma dove stiano il governo, i ministri competenti, i
politici che non si limitino a dire di supporre che tutto finirà bene,
nessuno lo sa.
Avrebbe potuto adottare altre strategie la Fiat, dinanzi a quella che senza perifrasi va
definita come la crisi mondiale dell’autoindustria? La risposta è sì, alla
quale è doveroso aggiungere che forse è troppo tardi. In primo luogo, anziché
battersi per portare da noi le aspre condizioni di lavoro, i bassi salari,
l’assenza di diritti dei paesi emergenti, Fiat avrebbe potuto battersi per
addivenire ad accordi internazionali intesi a portare gradualmente in questi
ultimi condizioni di lavoro, salari e diritti vigenti nei nostri paesi. Non è
roba da fantapolitica. In molti settori, dall’abbigliamento all’industria
mineraria, accordi del genere sono stati sottoscritti, e miglioramenti non
trascurabili conseguiti per i lavoratori di entrambe le sponde. Naturalmente,
in una simile operazione strategica Fiat avrebbe dovuto di nuovo avere dietro
o accanto un governo capace di muoversi su questa complessa scacchiera.
Anche in tema di strategie industriali la Fiat avrebbe potuto imboccare strade diverse.
L’autoindustria mondiale soffre di tre gravi problemi: un eccesso enorme di
capacità produttiva, un serio ritardo tecnologico, e una sostanziale
incapacità di affrontare lo snodo cruciale della mobilità sostenibile (ad
onta di quel che dice il sito dell’Associazione europea costruttori d’auto).
In una simile situazione l’autoindustria avrebbe dovuto scegliere la strada
schumpeteriana della concorrenza cooperativa, in luogo della concorrenza
distruttiva. La prima prevede lo sviluppo di oligopoli che sappiano mettere
in comune piani di produzione e tecnologie, oltre a dividersi saggiamente
aree di mercato. La seconda prevede la guerra di tutti contro tutti, nella
quale mors tua vita mea.
Anche in questo caso la Fiat
non poteva sviluppare da sola forme di cooperazione internazionale, ma con il
suo peso industriale e il suo prestigio poteva almeno provarci. Per contro ha
imboccato con eccezionale tenacia e durezza la strada della guerra a oltranza
dei costruttori. Essere costretti a sperare, come capita ora con le sue
ultime mosse, che Fiat nei prossimi anni vinca almeno qualche battaglia, se
non la guerra, non aiuta a formarci una visione serena né di quel che resta o
potrebbe restare dell’industria italiana, né delle virtù competitive di cui
parrebbe doversi universalmente dotare la società in cui viviamo. Quella che
si diceva fosse fondata sul lavoro.
La Repubblica, 29 luglio 2010

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